Che fine farà il Sinodo?

lettera-sinodo1

È molto difficile conoscere i risultati definitivi del Sinodo per il tempo infinito di sedute ancora da convocare.

Le tre fasi previste (narrativa 2021-2023 – sapienziale 2023-2024 – profetica 2025-2030) sono durati un’eternità per la comunicazione odierna rapida ed efficace.

Il Sinodo è stato inondato da incontri, sintesi, aggiustamenti, linguaggi esclusivamente ecclesiastici. Anche le partecipazioni dei fedeli e dei vari delegati sono state decise da vescovi.

L’odierno Sinodo, strumento dei vescovi per aiutare il papa (can. 342-348), ha finito per essere concepito come rivolto al popolo quale destinatore, se non “suddito” di dottrina e di morale. Si spiega così la minima partecipazione ai livelli diocesani.

L’indizione di un’assemblea di vescovi allargata era stata pensata per i vescovi in comunione con il popolo cristiano: non si può pensare oggi ad una riforma senza il contributo di tutti. Non a caso la Lumen gentium del Concilio Vaticano II aveva anteposto il sacerdozio dei battezzati a quello gerarchico.

L’autorità negata

Il linguaggio utilizzato nei documenti fino ad ora pubblicati è chiaramente gerarchico, con una teologia difficile non solo perché incomprensibile per chi non è chierico, ma anche perché esprime un’autorevolezza sentita come autoritaria.

Questa interpretazione è sottolineata dalla preoccupazione continua, incessante e anche sgradevole, a riferimenti (in genere a forme di note) di testi e di autorità trascorse, quasi a voler dimostrare che quanto si afferma sia “ortodosso”.

Sembra che la fede, l’incontro con Dio, si manifesti solo da documenti trascorsi, dimenticando le discussioni, i tempi, anche le eresie, che nei secoli la Chiesa ha sostenuto. È prevalso un sentire “razionalistico” pur parlando di fede. Indicazioni tra verità e autorità.

L’incontro con Dio, tramite il Signore Gesù e lo Spirito, crea invece empatia, entusiasmo, leggerezza, anche emotiva e sensibile.

L’attenzione esclusiva alla “dottrina” nega i processi vissuti della fede nel tempo che i cristiani hanno vissuto. Basti pensare alla figura di Gesù, al dibattito sullo Spirito Santo, all’elaborazione della teologia sacramentale.

Senza l’attenzione benevola nei confronti del mistero, sembra presentarsi la Chiesa degli apologisti: senza la Chiesa non c’è salvezza.

Non è stata annunciata nel Sinodo la religiosità partecipata, divina e umana, di relazioni che non riguarda solo la dottrina, ma soprattutto l’incontro con il proprio Dio. Eppure, la presenza di Cristo dimostra questa connessione. Anche le sue parole, la sua vita sono state solo divinizzate, dimenticando il suo essere un ebreo fedele, figlio di Dio.

I documenti del Sinodo sono risultati come manuali, nemmeno originali, di una religiosità dommatica, attenta ai dettagli, con radici di filosofia antica e medioevale. Mai un guizzo di coraggio, di prospettiva: un girare intorno per spiegare, ricordare, rassicurare, sperando che la verità sia garanzia di autenticità.

Il problema è serio perché biblisti, teologi, canonisti appaiono “scribi”, attenti all’interpretazione della tradizione, nemmeno aggiornati ai rari esperimenti di cambiamento per una fede vissuta e umana.

Gli effetti nella liturgia

L’impostazione gerarchica è viva anche a livello liturgico. La preghiera rappresenta l’incontro con Dio; quella liturgica è espressione collettiva con parole e simboli. Il pregare insieme ha necessità di indicazioni e regole, ma non a tal punto da essere sterile.

I sacramenti possono diventare preghiera se sono espressione di pensieri, sentimenti e condotte in nome di Dio, celebrate dal sacerdote. La parcellizzazione delle formule, delle regole, dei segni non possono far dimenticare il mistero. Non a caso le riforme liturgiche sono state tentativi di aggiornamento. Ma, nel timore dell’ortodossia, hanno fatto di ogni segno e parola precetti meccanici.

Il problema maggiore è dato dall’impostazione del ministro che sembra essere colui che offre la grazia. La grazia è il dono offerto da Dio a chi lo invoca e non dal ministro che è strumento visibile della richiesta di grazia.

Questi effetti sono anche dovuti alla tradizione antica che ha definito per il chierico il “carattere”, segno indissolubile di legame con Cristo. Questo dato, indicato da sant’Agostino nell’eresia donatista, ricordato anche dal Concilio di Trento, se interpretato male, diventa garanzia indipendente dalla vita morale personale del celebrante. Una specie di status che preserva dalle condotte personali, rafforzato dal principio ex opere operato, per cui la grazia sacramentale agisce a prescindere dall’azione di chi la celebra.

Il personalismo che definisce il cristiano moderno stenta ad accogliere questi principi perché chiede la presenza di tutti nel rapporto con Dio.

Gli effetti nella vita ecclesiale

Nell’evoluzione del percorso del Sinodo si è giunti alla costituzione di gruppi per fissare i punti qualificanti da approfondire. Sono dieci. Sintetizzando molto, i nodi da affrontare sono:

  1. Relazioni tra Chiese orientali cattoliche e latine.
  2. Ascolto del grido dei poveri e della terra.
  3. Missione nell’ambiente digitale.-
  4. Revisione della formazione sacerdotale.
  5. 5. Forme ministeriali nella Chiesa, con attenzione alle funzioni delle donne.
  6. Relazione tra vescovi e religiosi/e. con la modulazione in tre sottogruppi: I Rapporti tra vescovi e consacrati/e – II Collaborazione tra Conferenze episcopali e Conferenze dei superiori/e maggiori – III. Relazioni tra Aggregazioni ecclesiali e Chiese locali.
  7. Alcuni aspetti della figura e del ministero del vescovo, in particolare per approfondire i criteri di selezione dei candidati all’episcopato, la funzione giudiziale del vescovo, la natura e lo svolgimento delle visite ad limina Apostolorum.
  8. Il ruolo dei Rappresentanti pontifici. Le prospettive del documento finale hanno indicato tutto l’esistere dei nunzi dalla loro selezione, alla formazione fino al pensionamento.
  9. Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche controverse.
  10. La recezione dei frutti del cammino ecumenico nelle prassi ecclesiali. Il tema è stato affidato a sottogruppi, con attenzione al primato ecclesiale, all’ospitalità eucaristica, alle nuove aggregazioni.
  11. La liturgia in prospettiva sinodale. La conclusione del gruppo ha scritto: «Il Gruppo di Studio si impegna a offrire orientamenti pratici per le Chiese locali, contribuendo sia alla configurazione sinodale della Chiesa cattolica sia al progresso del cammino ecumenico verso la piena unità visibile».

Da aggiungere la Commissione canonistica, composta da 16 membri, con l’intento di approfondire tre ambiti, con riferimento al documento finale dell’assemblea del 24.10.2024:

  • Laicato/donna
  • Conferenze episcopali/Concili particolari
  • Organismi di partecipazione.

Infine, da ricordare il documento SECAM – Sfide pastorali sulla poligamia.

Considerazioni

È possibile suggerire alcune considerazioni dopo la lettura dei molti documenti prodotti dal Sinodo.

Nel discorso di papa Francesco rivolto ai fedeli della diocesi di Roma (18 settembre 2021) scriveva, pensando al Sinodo, in riferimento agli Atti degli Apostoli: «La Parola di Dio cammina con noi. Tutti sono protagonisti, nessuno può essere considerato semplice comparsa. Questo bisogna capirlo bene: tutti sono protagonisti».

L’intenzione, dunque, del Sinodo era il coinvolgimento di tutto il popolo cristiano: «La sinodalità esprime la natura della Chiesa, la sua forma, il suo stile, la sua missione. E quindi parliamo di Chiesa sinodale, evitando, però, di considerare che sia un titolo tra altri, un modo di pensarla che preveda alternative».

Lo stesso Pontefice illustrava i rischi che il Sinodo potesse incontrare: «Il primo è quello del formalismo. Si può ridurre un Sinodo a un evento straordinario, ma di facciata, proprio come se si restasse a guardare una bella facciata di una chiesa senza mai mettervi piede dentro. […] Dunque, se parliamo di una Chiesa sinodale non possiamo accontentarci della forma, ma abbiamo anche bisogno di sostanza, di strumenti e strutture che favoriscano il dialogo e l’interazione nel Popolo di Dio, soprattutto tra sacerdoti e laici».

Un secondo rischio è quello dell’intellettualismo-dell’astrazione. La realtà va lì e noi con le nostre riflessioni andiamo da un’altra parte: far diventare il Sinodo una specie di gruppo di studio, con interventi colti ma astratti sui problemi della Chiesa e sui mali del mondo; una sorta di “parlarci addosso”, dove si procede in modo superficiale e mondano, finendo per ricadere nelle solite sterili classificazioni ideologiche e partitiche.

Infine – terzo rischio – può esserci la tentazione dell’immobilismo: siccome «si è sempre fatto così; questa parola è un veleno nella vita della Chiesa, “si è sempre fatto così”, è meglio non cambiare. Chi si muove in questo orizzonte, anche senza accorgersene, cade nell’errore di non prendere sul serio il tempo che abitiamo. Il rischio è che, alla fine, si adottino soluzioni vecchie per problemi nuovi: un rattoppo di stoffa grezza, che, alla fine, crea uno strappo peggiore».

L’organizzazione del Sinodo ha solo in parte evitato i rischi enunciati dal papa. L’ascolto nelle diocesi è stato gestito dai vescovi, scegliendo chi ascoltare, chi fare le sintesi, chi essere relatore.

Di fatto, è avvenuta una selezione a più livelli, senza un autentico ascolto dei fedeli cristiani. Tale selezione ha prodotto linguaggi, relazioni, auspici caratteristici del mondo clericale. Sicuramente utili a raccordare l’episcopato mondiale nelle istanze religiose di tutto il mondo.

L’elaborazione è stata complessa, mediata, niente affatto compresa a livello popolare. La comunicazione, affidata alla Segreteria del Sinodo, ha accentuato stile e contenuti attenti alla “verità” da suggerire e da confermare.

Le conclusioni sono da attendere al termine del Sinodo. Nel frattempo, eccetto rari casi, le diocesi sono ferme. La spiegazione è che sono in attesa di indicazioni precise. D’altra parte, i vescovi non hanno molti strumenti di innovazione. La formazione del clero, le riforma liturgica, i poteri reali di partecipazione sono opzionali, né le Conferenze episcopali nazionali e regionali si “azzardano” a suggerire alcunché.

Le leggi della Chiesa sono state aggiornate solo per alcune parti del Codice (Libro VI) e la pena di morte sul Catechismo, né si hanno notizie di quanto la Commissione canonistica stia elaborando.

Il limite del Sinodo è nel silenzio su che cosa succede nel mondo. Non solo per chi ha abbandonato la fede, ma anche per chi è dubbioso con una religiosità altisonante.

I grandi stravolgimenti delle guerre, siccità, povertà, disuguaglianze sembrano non esistere: i fedeli che vivono giornalmente problemi di sopravvivenza non riescono ad occuparsi di questioni che appaiono burocratiche della Chiesa.

La speranza è che le conclusioni del Sinodo affrontino problemi sostanziali. Tra questi è utile suggerire i temi dei sacramenti, della grazia, della liturgia, della morale a cui far seguire l’organizzazione ecclesiastica.

Lo sforzo è teologico, prima che morale e giuridico: per aggiornare la dottrina senza tradire la tradizione, ma aggiornandola ai criteri teologici, filosofici e culturali odierni: ripetere all’infinito l’enunciazione non serve. Un esempio eclatante: il Credo niceno-costantinopolitano dichiara che il Signore Gesù è «generato non creato, della stessa sostanza del Padre». Nessun fedele riesce a capire la proclamazione. Solo con studi teologici è possibile accoglierne la dottrina. Il Credo apostolico è più comprensibile.

Il sistema sinodale ha seguito uno schema conciliare, senza esserlo. Da qui il rischio di cui parlava papa Francesco: una sorta di “parlarci addosso”, dove si procede in modo superficiale e mondano, finendo per ricadere nelle solite sterili classificazioni ideologiche e partitiche».

Attendiamo le conclusioni, invocando lo Spirito che rafforzi coraggio e fede.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento