
Mai come oggi si parla di salute mentale. Ansia, depressione, trauma, disagio, fragilità emotiva: sono parole entrate nel linguaggio quotidiano, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle famiglie e persino nelle comunità ecclesiali. È un cambiamento importante, perché per molto tempo la sofferenza psicologica è stata nascosta, vissuta con vergogna o liquidata con espressioni come «devi reagire», «ti manca la volontà», «pensa positivo».
Oggi, almeno in parte, siamo più capaci di riconoscere il dolore degli altri e di chiedere aiuto. Eppure, accanto a questa conquista, emerge una domanda: stiamo imparando a prenderci cura delle persone oppure stiamo cominciando a interpretare ogni difficoltà della vita come una malattia?
È una domanda delicata, perché non riguarda soltanto la medicina e la psicologia. Tocca il nostro modo di vivere, di educare, di affrontare i conflitti, di attraversare il dolore e di costruire relazioni.
L’Organizzazione mondiale della sanità ha richiamato l’attenzione sulla diffusione dei disturbi mentali e sulla necessità di rendere più accessibili le cure. Allo stesso tempo, diversi studiosi si chiedono se l’aumento delle diagnosi dipenda sempre da un effettivo aumento delle malattie oppure, almeno in parte, dal cambiamento dei criteri con cui interpretiamo i nostri stati d’animo e i nostri comportamenti.
Non possiamo concludere che oggi ci siano necessariamente più malati perché ci sono più diagnosi. Potremmo finalmente riconoscere sofferenze che in passato rimanevano invisibili. Ma potremmo anche avere allargato così tanto il linguaggio della patologia da rischiare di considerare malato chi sta semplicemente attraversando una stagione difficile della propria esistenza.
Il problema, dunque, non è scegliere tra chi sostiene che tutti siano malati e chi afferma che nessuno abbia bisogno di cure. Il problema è imparare a distinguere.
Quando il dolore diventa una diagnosi
Per comprendere questo fenomeno, gli studiosi utilizzano il termine medicalizzazione. Con questa parola indicano il processo attraverso il quale esperienze che un tempo venivano interpretate soprattutto in termini sociali, educativi, morali o esistenziali vengono progressivamente descritte come problemi medici.
Negli studi più recenti di Giuseppe Vicarelli, questo fenomeno si arricchisce della dimensione della farmacologizzazione: la tendenza a ricercare una risposta chimica e immediata a qualsiasi forma di sofferenza, disagio prestazionale o alterazione dell’umore.
Il sociologo Peter Conrad[1] ha studiato come questa trasformazione coinvolga non soltanto i medici, ma anche le aziende farmaceutiche, le istituzioni, i mezzi di comunicazione e gli stessi cittadini. Il filosofo Ivan Illich[2], già negli anni Settanta, metteva in guardia dal rischio che un eccesso di dipendenza dalle cure professionali finisse per indebolire la capacità delle persone e delle comunità di affrontare autonomamente alcune prove della vita.
Pensiamo al lutto. La morte di una persona amata può provocare tristezza, insonnia, smarrimento, rabbia e perdita di interesse per le attività quotidiane. Sono reazioni dolorose, ma non necessariamente patologiche. Possono essere il modo umano, faticoso e imprevedibile con cui impariamo a vivere in assenza di qualcuno.
Naturalmente, il lutto può anche accompagnarsi a una depressione grave o trasformarsi in una sofferenza persistente che richiede un aiuto professionale. Non si tratta di negarlo. Si tratta di evitare che ogni manifestazione del dolore venga automaticamente interpretata come un disturbo.
Lo stesso vale per la timidezza, le difficoltà relazionali, le incertezze dei giovani, le crisi che accompagnano le scelte importanti. Non tutto ciò che fa soffrire è una malattia, così come non tutto ciò che appare normale è necessariamente innocuo.
La diagnosi è uno strumento prezioso quando permette di comprendere una condizione e di offrire un aiuto adeguato. Diventa problematica quando si trasforma in un’etichetta che pretende di spiegare tutta la persona.
Il rischio è passare dal riconoscimento della sofferenza alla convinzione che ogni sofferenza debba essere classificata, spiegata e trattata.
La cultura terapeutica: il benessere come misura di tutto
Accanto alla medicalizzazione si è diffusa quella che alcuni sociologi chiamano cultura terapeutica. È una mentalità che tende a valutare ogni esperienza soprattutto in base al benessere psicologico che produce.
Christopher Lasch[3] aveva già individuato questo cambiamento nella società contemporanea, mentre Frank Furedi[4] ha descritto una cultura che rischia di considerare le persone sempre più vulnerabili e meno capaci di affrontare le difficoltà. Alain Ehrenberg, da parte sua, ha collegato la diffusione della depressione alle pressioni di una società che chiede a ciascuno di essere autonomo, efficiente e responsabile del proprio successo.
Il risultato è paradossale. Da una parte siamo invitati a essere forti, produttivi, competitivi e capaci di realizzare noi stessi. Dall’altra, ogni fallimento, ogni conflitto e ogni delusione possono essere vissuti come una minaccia alla nostra stabilità interiore. Si finisce così per cercare continuamente un equilibrio che nessuna vita reale può garantire.
Una relazione diventa problematica perché ci mette in discussione. Un impegno viene abbandonato perché richiede sacrificio. Una critica viene percepita come un attacco alla propria identità. Una responsabilità viene vissuta soltanto in termini di stress. La soluzione sembra essere sempre quella di eliminare il disagio, anziché domandarsi che cosa ci stia dicendo e come possiamo affrontarlo.
Naturalmente, ci sono relazioni realmente distruttive, condizioni di lavoro insostenibili e sofferenze che non devono essere sopportate passivamente. Ma esiste anche una differenza tra il dolore che segnala un pericolo e quello che accompagna ogni processo di crescita.
Non tutto ciò che ci mette in crisi ci danneggia. A volte ci costringe a cambiare, a riconoscere i nostri limiti, a rivedere le nostre convinzioni e a imparare a vivere con gli altri.
La cultura terapeutica rischia invece di farci credere che la vita buona coincida con una vita priva di tensioni, contraddizioni e ferite.
Quando il benessere diventa il criterio assoluto, la fragilità non è più una dimensione dell’esistenza: diventa un problema da eliminare.
Il rischio di trasformare i problemi sociali in problemi individuali
C’è un’altra questione importante. Molte sofferenze che sperimentiamo individualmente hanno anche radici sociali.
Un giovane che vive nell’incertezza del futuro, una famiglia che non riesce ad arrivare alla fine del mese, un lavoratore sottoposto a ritmi insostenibili, una persona anziana che trascorre le giornate nella solitudine possono manifestare ansia, tristezza, insonnia o perdita di fiducia.
In questi casi, un aiuto psicologico può essere necessario e prezioso. Ma sarebbe riduttivo pensare che tutto si risolva intervenendo esclusivamente sulla persona.
Se un ambiente produce precarietà, isolamento e insicurezza, non basta insegnare agli individui a essere più resilienti. Occorre anche interrogarsi sulle condizioni che generano quella sofferenza.
Il sociologo Nikolas Rose[5] ha mostrato come il linguaggio psicologico possa diventare uno strumento attraverso il quale le persone imparano a interpretare e governare sé stesse. Mark Fisher, in una prospettiva critica della società capitalistica, ha richiamato l’attenzione sul rischio di trattare come problemi individuali sofferenze che hanno anche cause collettive.
Il pericolo è evidente: una società può continuare a produrre disagio e, contemporaneamente, chiedere ai singoli di imparare a gestirlo meglio.
Invece di domandarci perché tanti giovani siano scoraggiati, possiamo limitarci a insegnare loro a controllare l’ansia. Invece di affrontare la solitudine, possiamo proporre tecniche per migliorare il benessere personale. Invece di cambiare un’organizzazione ingiusta, possiamo chiedere ai lavoratori di diventare più resistenti allo stress. Ma la sofferenza non è sempre soltanto una questione privata.
Non possiamo curare adeguatamente le persone senza interrogarci anche sulle condizioni che le fanno soffrire.
Questo non significa negare le malattie mentali né rinunciare alle terapie. Significa tenere insieme la cura della persona e la responsabilità della società.
I giovani: tra maggiore consapevolezza e paura della fragilità
La questione assume un rilievo particolare quando riguarda le giovani generazioni. Oggi molti adolescenti dispongono di un vocabolario psicologico più ampio rispetto a quello delle generazioni precedenti. Sanno parlare di ansia, autostima, attaccamento, trauma e confini personali. Questa consapevolezza può aiutarli a riconoscere situazioni difficili e a chiedere sostegno.
Ma esiste anche un rischio: imparare a interpretare troppo presto ogni emozione attraverso una categoria diagnostica.
Un ragazzo che ha paura di affrontare un esame potrebbe convincersi di avere un disturbo d’ansia. Una ragazza che attraversa una delusione affettiva potrebbe sentirsi irrimediabilmente ferita. Un adolescente che fatica a inserirsi nel gruppo potrebbe arrivare a considerarsi incapace di costruire relazioni.
Non è detto che accada sempre, né sarebbe corretto liquidare come esagerazioni le sofferenze dei giovani. Le difficoltà emotive possono essere reali e talvolta molto gravi. È però importante domandarsi se, nel tentativo di proteggerli da ogni sofferenza, non finiamo qualche volta per trasmettere loro l’idea di essere più fragili di quanto siano.
I giovani hanno bisogno di adulti capaci di ascoltare senza minimizzare, ma anche di accompagnare senza alimentare la paura. Hanno bisogno di sapere che chiedere aiuto è legittimo e che una diagnosi, quando necessaria, non definisce tutta la loro identità.
Hanno anche bisogno di sperimentare la responsabilità, la pazienza, il conflitto affrontato senza violenza, la fatica di mantenere una promessa e la possibilità di ricominciare dopo un fallimento.
Non per abituarli a sopportare qualsiasi cosa, ma per aiutarli a distinguere ciò che li ferisce da ciò che li fa crescere.
La Chiesa davanti alla cultura terapeutica
Anche la Chiesa è coinvolta in questa trasformazione culturale. Non vive fuori dal tempo e non può considerarsi immune dalle sue contraddizioni.
Da secoli custodisce una tradizione di accompagnamento delle persone attraverso la confessione, la direzione spirituale, il discernimento e la cura pastorale. Oggi queste forme di accompagnamento incontrano sempre più spesso le conoscenze della psicologia e della psichiatria.
L’incontro è necessario. La psicologia può aiutare a comprendere dinamiche personali, ferite affettive, conflitti interiori e difficoltà relazionali che non possono essere affrontati adeguatamente con il solo linguaggio religioso.
Ma l’integrazione richiede discernimento. Non ogni difficoltà spirituale è una malattia psicologica, così come non ogni sofferenza psicologica può essere risolta attraverso la preghiera o un consiglio spirituale.
La Chiesa rischia di sbagliare in due direzioni opposte: quando interpreta ogni problema come una questione clinica e quando considera ogni sofferenza una mancanza di fede. In entrambi i casi, la persona viene ridotta a una spiegazione parziale.
Un primo ambito riguarda la formazione dei candidati al sacerdozio. Le competenze psicologiche possono contribuire a un discernimento più serio, aiutando a riconoscere risorse, fragilità e difficoltà che meritano attenzione. Sarebbe irresponsabile rinunciare a queste conoscenze per timore che mettano in discussione un percorso vocazionale.
Il problema nasce quando il discernimento rischia di trasformarsi in una selezione psicologica, nella quale ogni esitazione, ogni dubbio o ogni difficoltà relazionale viene considerata un possibile sintomo.
La vocazione non è la candidatura a una professione che richiede una personalità perfetta. È una storia personale che va accompagnata, verificata e maturata nella libertà.
Una persona può avere fragilità che non impediscono una scelta generosa e responsabile. Altre difficoltà possono invece richiedere un intervento specialistico o suggerire un serio ripensamento del cammino.
Il compito dei formatori non è certificare una presunta normalità, ma aiutare a discernere con competenza, prudenza e rispetto della coscienza.
Lo stesso vale per i sacerdoti già ordinati. Una crisi, un periodo di stanchezza o una difficoltà pastorale non sono automaticamente segni di inadeguatezza. Possono segnalare la necessità di fermarsi, di essere ascoltati, di rivedere il proprio stile di vita o di ricevere un aiuto professionale.
La cura dei presbiteri non può ridursi alla gestione delle emergenze: deve diventare una responsabilità ordinaria della comunità ecclesiale.
Un secondo ambito è quello dei processi di nullità matrimoniale. Il diritto canonico riconosce che alcune condizioni di natura psichica possono rendere una persona incapace di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio. In questi casi, il contributo degli esperti può essere importante.
Occorre però distinguere l’incapacità autentica dalla semplice difficoltà a vivere una relazione.
Ogni matrimonio attraversa conflitti, incomprensioni, delusioni e momenti di crisi. Non tutte queste esperienze dimostrano che, fin dall’inizio, mancasse la capacità di assumere gli impegni matrimoniali.
La valutazione deve essere seria e rispettosa della verità dei fatti. La sofferenza di un matrimonio fallito non va minimizzata, ma neppure trasformata automaticamente in prova di una patologia o di un’incapacità originaria.
Anche qui, il rischio consiste nel confondere una relazione che non è riuscita con una persona che non era capace di viverla.
Un terzo ambito, particolarmente delicato, riguarda gli abusi. È necessario valutare gli eventuali fattori psicologici individuali, ma sarebbe gravemente riduttivo spiegare gli abusi soltanto attraverso la personalità di chi li ha commessi.
Le inchieste sugli abusi nella Chiesa hanno richiamato l’attenzione anche sui fattori istituzionali: abuso del potere, silenzio, mancata vigilanza, protezione dell’immagine dell’istituzione e insufficiente ascolto delle vittime.
Una lettura esclusivamente clinica può trasformarsi in un modo per sottrarre alle istituzioni le proprie responsabilità. Se il problema viene attribuito soltanto alla patologia di un individuo, si rischia di non vedere le condizioni che hanno permesso all’abuso di verificarsi o di proseguire.
Ma sarebbe sbagliato anche ignorare la necessità di valutazioni cliniche quando sono pertinenti. Servono entrambe le prospettive: quella personale e quella sistemica, quella psicologica e quella morale, quella clinica e quella istituzionale. La comprensione delle cause non cancella la responsabilità di chi ha agito né il dovere di proteggere le vittime.
Sofferenza spirituale e sofferenza psicologica: distinguere senza separare
Qui tocchiamo forse il punto più importante per la vita pastorale. La tradizione cristiana conosce da secoli la tristezza, l’aridità, lo scoraggiamento, la tentazione di abbandonare il bene e la perdita del gusto della vita spirituale. I monaci antichi parlavano di acedia; Giovanni della Croce ha descritto la notte oscura come una stagione complessa del cammino spirituale.
Queste esperienze non possono essere semplicemente sovrapposte alle categorie della psicologia contemporanea. Possono esserci analogie, ma anche differenze sostanziali.
Una persona può attraversare una prova spirituale senza essere malata. Un’altra può vivere una depressione clinica che non si risolve con un invito a pregare di più.
Dire a chi soffre di depressione che gli manca la fede può aumentare il suo senso di colpa e ritardare la richiesta di aiuto. Ma anche trattare ogni aridità spirituale come un disturbo da eliminare può impoverire la comprensione della vita interiore.
Il discernimento pastorale richiede quindi umiltà. Il sacerdote non deve improvvisarsi psicoterapeuta; il professionista della salute mentale, a sua volta, non è chiamato a sostituire la ricerca spirituale della persona.
Quando è necessario, i due percorsi possono procedere insieme, nel rispetto delle competenze e della libertà della persona. La fede non è un’alternativa alle cure e le cure non rendono superflua la fede.
La comunità cristiana, inoltre, non è soltanto il luogo in cui si indirizzano le persone verso uno specialista. È anche uno spazio di relazioni, ascolto, appartenenza e solidarietà. Può contrastare la solitudine, sostenere chi attraversa una crisi e impedire che una diagnosi diventi un marchio sociale.
Ma deve sapere riconoscere i propri limiti. L’accompagnamento spirituale non sostituisce la presa in carico clinica quando questa è necessaria.
Una Chiesa del benessere o una comunità capace di attraversare la sofferenza?
Esiste, infine, un rischio più sottile: che anche la pastorale venga assorbita dalla cultura terapeutica. Una comunità ecclesiale potrebbe cominciare a valutare ogni attività in base alla serenità che produce, alla soddisfazione dei partecipanti o alla capacità di evitare conflitti. La predicazione potrebbe diventare una forma di incoraggiamento permanente; la preghiera, una tecnica per sentirsi meglio; la comunità, un luogo nel quale ciascuno cerca soprattutto conferme e gratificazioni.
Ma il Vangelo non promette una vita senza inquietudini. Non elimina il conflitto con la realtà, non garantisce il successo e non trasforma ogni sofferenza in un’esperienza immediatamente comprensibile.
Gesù incontra le persone nella loro fragilità, ma non si limita a rassicurarle. Le ascolta, le rialza, le restituisce alla relazione e, talvolta, le chiama a cambiare strada. La sua vicinanza non coincide con l’approvazione di tutto né con la promessa di una felicità senza fatica.
La comunità cristiana non deve diventare un’agenzia di benessere psicologico, ma neppure un luogo che esalta il dolore o invita a sopportare passivamente situazioni ingiuste.
Deve essere una comunità nella quale si possa dire la verità sulla propria sofferenza, ricevere aiuto, assumere responsabilità e ritrovare speranza.
L’arte dell’accompagnamento deve rispettare il mistero della persona. Questo significa non ridurla a un problema da risolvere, a una diagnosi da gestire o a una pratica da archiviare.
Significa anche non utilizzare la fede per evitare le domande difficili. La vera cura pastorale non consiste nel rendere tutti più tranquilli, ma nell’aiutare ciascuno a vivere con maggiore libertà, verità e responsabilità.
Non tutto ciò che fa soffrire è una malattia, ma nessuna sofferenza va ignorata
Possiamo dunque parlare di una crescente patologizzazione della società? La risposta più ragionevole è sì, ma con una precisazione fondamentale.
Esistono segnali di un ampliamento del linguaggio diagnostico e della tendenza a interpretare difficoltà ordinarie attraverso categorie cliniche. Esistono anche rischi di sovradiagnosi e di trattamenti non necessari. Non è però dimostrato che l’aumento delle diagnosi corrisponda semplicemente a una produzione artificiale di malati. Molte persone che hanno bisogno di cure continuano a non riceverle, oppure vi accedono troppo tardi.
La questione non è quindi combattere la psicologia o ridimensionare la salute mentale. È evitare che il linguaggio della malattia diventi l’unico linguaggio con cui interpretiamo l’esistenza.
Per la Chiesa questo significa tenere insieme tre responsabilità. La prima è riconoscere la sofferenza senza trasformarla automaticamente in patologia. La seconda è ricorrere alle competenze cliniche senza rinunciare al discernimento spirituale, morale e comunitario. La terza è non ridurre la cura alla ricerca del benessere individuale, dimenticando la giustizia, le relazioni, la responsabilità e la speranza.
Forse abbiamo bisogno di recuperare una verità semplice: essere fragili non significa essere malati; essere malati non significa essere sbagliati; avere bisogno degli altri non significa essere incapaci.
Una società umana non è quella che diagnostica ogni ferita, né quella che pretende di guarirla con un richiamo alla volontà. È quella che sa riconoscere quando occorre una cura professionale, quando serve un cambiamento sociale e quando una persona ha soprattutto bisogno di qualcuno che le resti accanto.
E una Chiesa fedele al Vangelo non è quella che promette di eliminare ogni dolore, ma quella che non lascia nessuno solo dentro il proprio dolore.
Non dobbiamo scegliere tra la cura e il discernimento, tra la psicologia e la fede. Dobbiamo imparare a custodire la persona, senza trasformare tutta la sua vita in una diagnosi e senza abbandonarla alla sofferenza in nome di una presunta forza spirituale.
Bibliografia
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- Vicarelli, G. (a cura di) (2021). Cura e salute. Prospettive sociologiche. Roma: Carocci.
[1] Cfr. Conrad, P. (2007). The Medicalization of Society. Baltimore: Johns Hopkins University Press.
[2] Cfr. Illich, I. (1976). Limits to Medicine. Medical Nemesis: The Expropriation of Health. London: Marion Boyars (tr. it. Nemesi medica, Mondadori, 1977).
[3] CFr. Lasch, C. (1979). The Culture of Narcissism. New York: Norton (tr. it. La cultura del narcisismo, Bompiani, 1981).
[4] Cfr. Furedi, F. (2004). Therapy Culture: Cultivating Vulnerability in an Uncertain Age. London: Routledge; Haslam, N. (2016). Concept creep: psychology’s expanding concepts of harm and pathology. Psychological Inquiry, 27(1), 1-17.
[5]Cfr. Rose, N. (1999). Governing the Soul (2nd ed.). London: Free Association Books.





