
La rapida elaborazione del lutto da parte del presidente Donald Trump dopo l’esito delle elezioni di midterm potrebbe essere preso come indice politico di cosa aspetta la nazione nei prossimi due anni. Da «sono ancora io il presidente», passando attraverso «la possibilità di lavorare coi democratici», fino alla nomina di Stephen Miller a capo di gabinetto della Casa Bianca.
Ossia: la riaffermazione del potere esecutivo come potere supremo che si ritiene essere immune rispetto a ogni mandato indicato dal popolo (con buona pace di quel «governo del popolo, dal popolo e per il popolo» in cui Lincoln vedeva l’essenza della democrazia dell’esperimento americano); l’irrilevanza del Congresso come soggetto istituzionale e politico autonomo; l’evidente volontà di riaffermare l’intero impianto ideologico della seconda amministrazione Trump, reagendo in maniera uguale e contraria a quanto la popolazione americana ha espresso con il voto.
Basterebbero questi pochi indicatori per moderare l’esultanza di coloro che hanno salutato l’esito delle elezioni americane di midterm come una lampante affermazione del potere del popolo contro tendenze presidenziali autoritarie che minavano in radice i fondamentali del governo democratico della nazione. Guardando non solo agli Stati Uniti, quello che si può dire oggi è che la democrazia può sfociare da sé in un autoritarismo che ne è la contraddizione, da un lato, e che essa a fatica e dopo lungo tempo può in qualche modo cercare di riparare il danno da lei stessa causato, dall’altro.
Quello che la democrazia dei nostri tempi non ha ancora mostrato è di essere capace è di gestire in maniera non autoritaria l’uscita dalle tendenze autoritarie che essa può produrre. Su questo, la crisi istituzionale e costituzionale che sta attraversando la Polonia dovrebbe essere un monito severo per tutti i cantori della vitalità invincibile del sistema democratico.
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Il passaggio dal votare-contro (non solo Trump e la sua visione di rifondare la nazione, ma anche quell’ampia base elettorale MAGA che non scomparirà fra due anni, anche se in queste elezioni di midterm una parte di essa si è discostata dal progetto in cui si era riconosciuta) al governo di tutti, da tutti e per tutti rappresenta il vero banco di prova per iniziare a dare forma a un nuovo esperimento democratico negli Stati Uniti e non solo.
A livello delle istituzioni, il compito di una rinnovata democratizzazione dei processi politici spetta in primo luogo al nuovo Congresso ad ampia maggioranza del partito democratico che si insidierà il 3 gennaio 2027. La restituzione del potere legislativo anche alla sua funzione di verifica e controllo delle scelte e strategie esecutive dell’amministrazione Trump non può essere esercitata solo a colpi di maggioranza contro quel che resta del partito repubblicano, né mediante una relazione di risentimento vendicativo nei confronti del presidente.
L’autonomia del Congresso, come soggetto politico istituzionale a sé stante, necessita di una ricostruzione della collaborazione fra i suoi membri, al di là dell’appartenenza partitica di ciascuno, per affrontare quel disagio sociale diffuso che è stato forse il motore principale del clamoroso ribaltamento dei rapporti di forza che ha caratterizzato le elezioni di midterm.
D’altro lato, è compito costituzionale del Congresso quello di chiedere ragione, valutare ed eventualmente giudicare, gli atti esecutivi del governo e dei soggetti di essi responsabili. La nuova maggioranza democratica del Congresso dovrà negoziare al suo interno come svolgere questa funzione decisiva nel sistema di «checks and balances» che caratterizza la struttura democratica delle istituzioni americane.
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La tentazione di arrivare a una resa dei conti frontale e finale con l’amministrazione Trump sembra serpeggiare in molti settori del partito democratico – metterla in atto potrebbe però rivelarsi un errore fatale. La nomina di Miller a capo di gabinetto della Casa Bianca sembra indicare che proprio questa potrebbe essere una soluzione auspicata da Trump. Di certo indica una volontà antagonistica dell’attuale amministrazione verso un Congresso che rappresenta l’esito di una bocciatura, quantomeno parziale, di alcuni esiti delle sue politiche.
In merito, un ruolo cruciale potrebbe essere giocato dal prossimo «Speaker of the House» democratico – che dovrebbe essere Hakeem Jeffries, divenendo così il primo afroamericano a ricoprire questa posizione. Nell’immediato dopo elezioni, Jeffries ha cercato di farsi non solo rappresentante del proprio partito, ma anche interprete del sentire degli americani nel loro complesso: «Vi ascoltiamo. Vi vediamo. Vi capiamo. I democratici alla Camera si impegnano a migliorare la vostra vita. Questo non è un momento di parte. È un momento patriottico. Lotteremo per l’America delle piccole città. Lotteremo per l’America urbana. Lotteremo per l’America suburbana. Lotteremo per la parte centrale dell’America. Lotteremo per le comunità di colore in tutta l’America».
Indicando gli obbiettivi primari nello sviluppo di politiche sociali per abbassare il costo della vita nel paese, da un lato, e nel fare giustizia riguardo alla corruzione che l’amministrazione Trump avrebbe inflitto alla nazione, dall’altro.
Jeffries, si potrebbe dire, è un democratico classico – prono alla negoziazione più che allo scontro, alla paziente costruzione del consenso che al risultato folgorante immediato. Non proprio a suo agio con l’attivismo sociale e la sete di rivalsa che caratterizza una parte significativa della nuova maggioranza democratica alla Camera dei Rappresentanti. Questo lo rende al tempo stesso adatto a ristabilire l’identità politica istituzionale del Congresso e vulnerabile nella gestione delle anime interne al partito democratico e nei confronti di una Casa Bianca che sembrerebbe prepararsi a uno scontro tutti contro tutti.
Per questo, oltre a quella discussione interna, franca e aperta tra i rappresentati democratici, annunciata da Jeffries, il nuovo «Speaker of the House» deve trovare anche una finestra di dialogo con l’amministrazione Trump. Potrebbe trattarsi del Segretario di stato Marc Rubio, con cui si dice Jeffries abbia rapporti amichevoli e di reciproca comprensione.
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L’esito delle elezioni di midterm apre su scenari possibili che, per quanto auspicabili da entrambe le parti, potrebbero però rimanere tali. Comunque, ridare forma pienamente democratica al sistema istituzionale americano potrebbe essere cosa non facile, e forse non realizzabile in tempi brevi. Da un lato, perché la Corte Suprema ha sotto molti aspetti potenziato, ampliato e giustificato un uso discrezionale del potere esecutivo del presidente americano – ossia di Trump. D’altro lato, perché già con un Congresso a maggioranza repubblicana Trump ha impostato l’immagine della sua presidenza sulla forza dei decreti esecutivi più che nella legittimazione legislativa del Congresso stesso.
Se, davanti a un Congresso ad ampia maggioranza democratica, Trump scegliesse la via di forzare ulteriormente la mano di un governo della nazione a forza di decreti esecutivi, ne potrebbe conseguire non solo uno scontro istituzionale palese ma anche uno stallo quasi completo della politica interna – che avrebbe comunque ripercussioni anche su quella estera. Facile immaginare che a ogni decreto esecutivo farebbe seguito un ricorso al potere giudiziario, che in alcuni casi potrebbe approdare alla Corte Suprema – ricordando che con la sentenza Trump vs CASA Inc. quest’ultima ha imposto rigidi limiti giuridici alle ingiunzioni a livello nazionale/universali, stabilendo che i giudici federali non possono, in linea di principio, bloccare le politiche dell’esecutivo a livello nazionale a favore di soggetti non coinvolti nel procedimento.
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Il rischio, quindi, non è solo quello di un presidente americano che si ritrova nelle condizioni di un’«anatra zoppa», ma che tutto il sistema istituzionale statunitense possa eventualmente trovarsi paralizzato in una contrapposizione antagonistica senza via di uscita. Per questo, forse, bisognerebbe essere più cauti nel salutare l’esito delle elezioni di midterm come la vittoria o il ritorno a pieno regime della democrazia liberale.
Piuttosto esse rappresentano un banco di prova decisivo, probabilmente anche un punto di non ritorno, per l’eventuale apertura di un secondo esperimento democratico americano.
Ma questo potrebbe essere possibile solo se in questi due anni la «migliore politica» di cui parlava papa Francesco sarà capace di intessere la trama di un nuovo patto costituente americano, che sappia integrare all’interno del fondamento costituzionale tutti quegli strumenti necessari a una condizione democratica di un paese che non è più quello di 250 anni fa.





