
Agli inizi del 1892, due gemelle, Agnes e Margaret, scoprono il Codice Siro Sinaitico nel monastero di Santa Caterina sul Sinai. È un palinsesto dai fogli incollati, che Agnes separa «con il vapore del suo bollitore»: una versione in siriaco dei quattro Vangeli.
Di fronte a due sole parolette relative all’incontro di Gesù con la samaritana nel Vangelo di Giovanni, Agnes dice: sono due parole che, «da sole, avrebbero meritato tutti i nostri viaggi al Sinai, perché illustrano un’azione di nostro Signore di cui, per quanto si sa, non si parla in nessun altro testo e che, a giudicare da quanto conosciamo del suo carattere, presenta un certo grado di probabilità».
Secondo questo testo, Gesù parla «in piedi» (queste le due parolette) con la donna. «L’orientalista intento a insegnare sta normalmente seduto [osserva Agnes]. E il comune orientale non si alzerebbe mai, di sua libera volontà, per cortesia nei confronti di una donna […]. Può darsi che nostro Signore si fosse alzato in un impeto d’entusiasmo per le grandi verità che stava dicendo: ma mi è caro pensare che il suo grande cuore, pieno d’amore anche per i più umili fra gli esseri umani, lo rendesse superiore alle restrizioni proprie della sua razza e del suo tempo, spingendolo a dimostrare nei confronti del nostro sesso, anche per una persona di così cattiva reputazione, quella cortesia che, fra tutti i popoli veramente progrediti, è considerata una manifestazione di vera e nobile virilità».
Questo episodio, raccontato da Giovanni Maria Vian in Le vie delle Bibbie [il Mulino, Bologna 2026, p. 147 sg], rivela non solo la passione d’una viaggiatrice in cerca di antichi codici biblici, ma anche una straordinaria sensibilità interpretativa.
Nel XXIX canto del Purgatorio, Dante assiste a una mirabile divina processione, guidata da sette candelabri che illuminano l’aria e la dividono con la loro fiamma in sette liste simboleggianti i doni dello Spirito Santo. Seguono ventiquattro vegliardi coronati di giglio e procedenti a due a due, figuranti i libri del Vecchio Testamento. Dietro di loro, quattro animali coronati di fronda verde, simboli degli evangelisti: un leone, un vitello, uno con la faccia quasi di uomo, e un’aquila: Marco, Luca, Matteo e Giovanni. Essi chiudono, come in un quadrato, un carro trionfale a due ruote (la Chiesa) fiancheggiato da sette donne: tre a destra e quattro a sinistra: le virtù teologali e cardinali. Il carro è trainato da un Grifone: Cristo, e su di esso è Beatrice: la teologia, la sapienza divina.
È la parte centrale della processione e della storia cristiana. Seguono altri sette personaggi, figuranti i libri che, con i Vangeli, formano il corpus del Nuovo Testamento: gli Atti degli Apostoli, le Lettere di Paolo, le cosiddette Lettere cattoliche e l’Apocalisse.
È la Bibbia ordinata quale la leggiamo oggi. Ma tale ordine è il risultato delle numerose vie seguite nel suo affascinante mondo, lungo le quali ci accompagna ora Vian, raccontando stupefacenti, casuali scoperte di papiri, codici e pergamene; parlando di apocrifi che arricchiscono di notizie e di fatti i testi canonici, di trascrizioni, elaborazioni e trasmissioni di testi o delle loro numerose esegesi, commenti e parafrasi. La Bibbia è davvero una “biblioteca” infinita, “un libro di libri”.
Le mete preferite dei cercatori di Bibbie erano i monasteri. Nel chiuso delle mura monastiche, i monaci copisti raccoglievano e riproducevano testi sacri: pazientemente, diligentemente, con un fervore che era già preghiera. Li leggevano e rileggevano, allo stesso modo che altri dipingevano e ridipingevano il Volto Santo. Leggevano adagio, a piccoli tratti, fermandosi ad ogni pensiero. Imparavano a memoria interi passi, li meditavano e meditavano ancora.
Non erano propriamente letture spirituali, ma una maniera per conoscere Dio e parlargli (come insegnano i Padri della Chiesa, i mistici e quei libri così preziosi per un’educazione cristiana dei giovani che erano gli Specula o i Libri manuales).
Per quei monaci, il libro diventava corpo (corpo della scrittura), ed essi lo masticavano e lo divoravano come Ezechiele, Geremia o Giovanni; ed esso riempiva la loro mente, divenendo nutrimento spirituale. Ne ascoltavano in silenzio la voce muta, con quell’abbandono totale di sé, che Agostino aveva osservato, stupito, in Ambrogio, mentre questi assaporava le gioie della ruminatio, entro la bocca interiore del cuore.
Certo, questo silenzio non è il silenzio assoluto che Agostino celebra qualche pagina dopo con parole bellissime: il silenzio del tumulto della carne, delle immagini della terra, delle acque e dell’aria; il silenzio dei cieli e dell’anima stessa; il silenzio dei sogni e dell’immaginazione, di ogni parola o segno; il silenzio, insomma, «di tutte le cose che nascono per poi passare via» (Agostino, Confessioni, VI: III, 3; IX: X, 25).
Solo nella condizione mistica l’anima sperimenta questa vertiginosa esperienza di assenza totale, di vuoto, in cui Dio si manifesta. Tuttavia, anche nel silenzio della lettura Dio fa sentire la potenza della sua voce, come apprendiamo ancora da Agostino quando racconta la sua conversione, e da tutta la tradizione agiografica.
In questo ambiente nascono e riposano codici, pergamene, papiri delle Scritture, e da lì iniziano il loro viaggio dall’Egitto all’Irlanda, dall’Oriente all’Occidente, dal nord al sud d’Italia, pur con smembramenti a scopo di lucro, vendite, passaggi di mano in mano o presi come bottino di guerra. Questi luoghi di provenienza attestano il verificarsi del comando di Gesù ai discepoli di andare in tutto il mondo a predicare il suo Vangelo.
Il viaggio insieme ad essi è anche un viaggio attraverso i vari tipi di scrittura o di copiatura, fino «alla rivoluzione tipografica e, in definitiva, alle tastiere dei diversi supporti digitali» (p. 198).
La traduzione di testi biblici in lingua vulgaris ha segnato, a volte, l’inizio della letteratura nazionale dei popoli per i quali essi erano tradotti. È il caso, per esempio, del Codex argenteus, tradotto in gotico da Ufila, vescovo di Costantinopoli nel 341. «In grado di leggere e scrivere greco e latino [dice Vian], si dedica a tradurre la Bibbia in gotico e per questo crea un alfabeto dove i caratteri latini sono mescolati a quelli runici: è l’inizio della letteratura germanica» (p. 161).
Così come per i cristiani è fondamentale la traduzione in greco delle Scritture: la cosiddetta “Bibbia dei Settanta”: un lavoro stra-ordinario, «fenomeno culturale senza precedenti e senza paralleli nell’antichità per la sua influenza ed estensione» (p. 68).
«Nonostante discussioni e polemiche di stampo ideologico un po’ stantio, sul piano storico è innegabile il ruolo di questi libri nella formazione e nella storia dell’Europa, ma anche di buona parte del mondo. Senza la letteratura biblica, che ha origine nell’antico Oriente e che costituisce il fondamento religioso e culturale – in grandissima parte comune – dell’ebraismo e del cristianesimo, il continente europeo non sarebbe divenuto quello che è, nel bene e nel male. In uno scenario mondiale» (p. 9 sg).
Se la civiltà europea è frutto della cultura greca e della tradizione giudaico-cristiana, la Bibbia, al pari dell’Iliade e dell’Odissea di Omero o della Teogonia esiodea, deve essere letta e conosciuta già nelle scuole, senza pregiudizi confessionali o d’altro genere.
Conosciamo le battaglie di Omero, l’ira di Achille, l’astuzia di Odisseo, ma conosciamo poco Mosè liberatore e legislatore d’un popolo; conosciamo la poesia amorosa di Saffo, di Catullo o di Ovidio, ma non lo stupendo amoroso Cantico dei cantici; conosciamo la cosmologia mitologica, ma non il grande libro della Genesi. Eppure, la Bibbia ha influenzato l’arte e la letteratura.
Il libro di Vian vuole essere anche un incitamento a leggere la Bibbia, dall’inizio alla fine, come ogni libro, lentamente, pagina per pagina, ruminandola e meditandola, perché essa è parola di Dio «che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti» (Eb 1,11). Parola che poi si è incarnata nel Cristo: il Logos. E chi vive secondo il Logos (affermò già Giustino nel II secolo), pur appartenendo ad altre culture, che pure hanno i loro testi sacri, è naturalmente cristiano.
Sempre, infatti, «Dio ha comunicato le sue meraviglie servendosi del linguaggio e dell’esperienza degli uomini. Le culture mesopotamiche, quelle dell’Egitto, di Canaan, della Persia, la cultura ellenica e, per il Nuovo Testamento, la cultura greco-romana e tardo giudaica, sono servite, giorno dopo giorno, alla rivelazione del suo ineffabile mistero di salvezza» (Discorso di Giovanni Paolo II ai membri della Pontificia Commissione Biblica, 26 aprile 1979).
La Bibbia contribuisca ad abbattere «il muro di separazione» che per secoli ha diviso ebrei e cristiani. Gesù non ha abolito la legge, l’ha perfezionata, insistendo non su «prescrizioni e decreti», ma sulla creazione di un uomo nuovo (Ef 2,14-15). Sia essa la base al dialogo interreligioso o di tutti coloro che cercano Dio oltre le fedi.





