
Il Decalogo degli Ebrei ha un preciso imperativo (elencato per terzo): «Non ti farai scultura e alcuna immagine di quello che è in cielo…» (Esodo 20,4); il pericolo della idolatria era troppo grande per lasciare che il popolo si facesse delle rappresentazioni materiali di ciò che trascende la vita umana.
Ma i cristiani, con la incarnazione del Figlio di Dio in terra, hanno avuto un mediatore umano con il divino. Allora rappresentare la Sua figura umana non è stato considerato una idolatria. E di fatto, sia pure con periodi di iconoclastia (letteralmente: rottura delle icone, cioè delle immagini), nel cristianesimo la rappresentazione del Gesù Figlio di Dio è diventata pratica popolare per «avvicinare Dio». I teologi poi arrivarono, anche loro in maniera sofferta, a distinguere la «adorazione» delle immagini dalla loro semplice «venerazione» (Concilio di Nicea II, 787).
L’umanizzazione di Dio
Di fatto il popolo cristiano ha osato questa impresa straordinaria ardita e avventurosa, raggiungendo vette estetiche e teologiche. Questo scritto è un invito a raggiungere “scienza e coscienza” della immaginazione visiva del rapporto dell’uomo con la divinità fin anche dei conflitti con Essa ed in Essa.
Un magnifico libro (F. Boespflug, L’immagine di Dio. La storia dell’Eterno nell’arte, Einaudi, Torino 2012; nel seguito: B.) è una magnifica carrellata su una storia bimillenaria. È eccezionale sia per la ricchezza e la completezza della ricerca compiuta, sia per l’interpretazione storica, artistica e teologica.
Boespflug sottolinea che questa storia «obbedisce a una logica intrinseca» (B. 245), senza influenze rilevanti dei teologi cattolici (mentre i protestanti sono iconoclasti); anche il Concilio di Trento invita a evitare solo immagini sconvenienti e mostruose. È un «immenso processo di umanizzare di Dio in versione pittorica a seguito della sua incarnazione. Un processo invincibile che nessun papa, o concilio, o corrente teologica ha potuto programmare» (B. 486).
Quanti tipi di immagini?
Nella miriade di rappresentazioni si possono distinguere alcune tipologie visive di seguito elencate.
(1) Simboli (ad es. il fuoco, magari con tre fiamme a colori diversi, una dentro l’altra).
(2) Figure geometriche: ad es. un triangolo, magari con un occhio o una mano dentro; o i tre anelli che si intersecano formando un triangolo interno che è chiamato «Unità»; o lo scutum fidei (nato nel XIII sec.): un triangolo ai cui vertici sono le tre Persone e al centro del triangolo l’Unità; le loro relazioni vengono indicate con un «è» (verso l’Unità) o un «non» (verso le altre Persone); oppure la Trinità di Gioacchino da Fiore (ca. 1030-1202): tre cerchi in linea, simboleggianti ognuno una delle tre Persone, nella loro successione di scoperta storica da parte della umanità; qui la Trinità è la più alta espressione della intera storia umana.
(3) Immagini di personaggi.
a) Le cosiddette icone si sono molto diffuse nei secoli VI-VII. La più famosa è però quella del 1425 di Rublev sulla ospitalità di Abramo a tre angeli a Mambre. È l’«icona delle icone». Sono a carattere metafisico: fondo dorato, persone sacralizzate, visione estatica; più che raffigurare, alludono ad una realtà superiore.
b) Forse la immagine più semplice e verace della Trinità è quella della visione di Ildegarda di Bingen: il Cristo in piedi, all’interno di una zona circolare rosso fuoco (il Padre), a sua volta contornato da una zona circolare gialla (Spirito Santo) (B. 175, fig. 20).
c) L’immagine di un evento terrestre indicato dal Vangelo. Per prima. la teofania avvenuta durante il battesimo di Gesù. Questa immagine è stata iniziata da icone nel XII sec. È il Vangelo stesso che indica come rappresentare con una colomba l’immateriale Spirito Santo; mentre il Padre viene rappresentato o con una scritta (la sua dichiarazione su Gesù suo Figlio), o con una mano; ma dall’XI sec. ci si è avventurati nel rappresentare la figura umana del Padre con la giustificazione che Cristo ha detto che chi vede lui vede il Padre: un viso, e infine la figura di un uomo. Così è avvenuta la «incarnazione (visiva) del Padre».
d) La immagina di un altro evento terrestre (se sono rappresentati anche il Padre e la colomba per lo Spirito Santo): l’annuncio dell’arcangelo Gabriele a Maria. (L’immagine è nata in Oriente nel XII secolo ed è arrivata in Occidente nel XIV secolo; B. 142).
e) L’immagine di un evento celeste, ma dogmaticamente vero: l’incoronazione di Maria da parte della Trinità[1].
L’immagine trinitaria pacificata
(4) Le immagini della Trinità non più ad extra, ma ab intra (o «immanente»), che quindi rappresenta i rapporti interni tra le tre Persone. Qui a volte il Padre è una Persona giovane come il Figlio:
a) tre visi in uno con quattro occhi;
b) tre teste in una (immagine iniziata nel XIII secolo e diffusasi maggiormente nel XV secolo; B. 280);
c) tre uomini o in simbiosi, o uguali, o differenti tra loro; negli ultimi due casi il Padre è più spesso un vecchio (l’immagine è nata nel XII secolo in Egitto, dove è rimasta molto popolare; B. 143).
d) La «Trinità del salterio», dipinta all’interno della lettera iniziale di un salmo nei libri sui Salmi e i loro commenti: due Persone anche uguali, sedute sullo stesso trono o su due distinti, con una colomba in mezzo a loro, o in alto. Questa è la prima ambiguità di questa immagine. Una prima raffigurazione (1023-36) è senza croce: il Padre e il Figlio colloquiano da seduti e in piedi sta Maria con il Bambino in braccio e con la testa coronata, sulla quale è posta la colomba dello Spirito Santo (B. 168, fig. 16).
Il grande sviluppo delle immagini della Trinità avviene nel secolo XII: «Il secolo XII è il periodo chiave…» (Wikipedia); si parla di «miracolo iconografico del XII secolo».
L’immagine della Trinità con il conflitto
(5) Sono le immagini che all’interno dei rapporti delle tre Persone (nelle quali lo Spirito Santo è sempre rappresentato da una colomba) pongono almeno il simbolo di un conflitto (ad es. la croce del Figlio, o la ferita del suo costato, o il corpo di Gesù morto, o un torchio che schiaccia Gesù).
a) La Trinità del salterio nel sec. XVII diventa la «Gloria della Trinità» in cielo: il Padre e il Figlio, che alle volte ha la croce vicino a sé, e la colomba in mezzo, o sopra le due Persone (e magari anche Maria): ad es. i quadri di Solimena (B. 366-7, fig. 7) e di Tiepolo (1737-8; B. 369, fig. 9).
b) Il cosiddetto «Trono di grazie» (forse esposto pubblicamente per combattere la peste che in quei secoli faceva stragi nelle popolazioni; B. 207): il Padre regge la croce del Figlio e una colomba vola o in alto, o tra i due, o anche sotto la croce. Questo schema pittorico si appoggiava sulla dottrina di vari Padri della Chiesa dei primi secoli ma è praticamente sconosciuto in Oriente (come pure la rappresentazione del Padre come un vecchio dalla grande barba; B. 490).
L’immagine inizia alla fine del sec. XI a Norfolk in Inghilterra, la cui popolazione ha avuto un forte e persistente culto della Trinità e l’ha rappresentata con molte immagini. B. (20) dice che con questa immagine è avvenuta «la nascita [della figura] di Dio nella storia» umana: da allora «Dio è passibile di storia»; proprio questa è l’idea che Gioacchino da Fiore ha rappresentato al meglio. Questa immagine «ha avuto una popolarità immensa e durevole, è il principale apporto del secolo XII alla iconografia di Dio. È di un altro ordine di creatività» (B. 182). «Qui avviene una svolta molto importante… che fa entrare in un nuovo grado di libertà nella elaborazione delle immagini sintetizzanti il mistero» (B. 189).
Di minore importanza sono la Trinità di Grottaferrata del XII secolo: il Figlio con una colomba in mano è davanti al Padre. C’è poi la «doppia Trinità» ad es. di Murillo del 1708: quella in cielo e quella della famiglia di Gesù in terra; e anche la «doppia intercessione», nata nel 1324: in cielo il Padre e lo Spirito Santo, ai quali si rivolge Gesù, che a sua volta viene sollecitato da Maria; e infine quelle di Lippi e di Piero Francesco Fiorentini (ambedue del XV secolo) che rappresentano una natività invece del crocifisso).
L’esempio più celebre è il quadro di Masaccio a Santa Maria Novella in Firenze (1426-1428) la cui novità è soprattutto la volta che dà una prospettiva spaziale brunelleschiana. Il che rende tutto oggettivo; ad es, per reggere la croce il Padre appoggia i piedi a terra; cosicché la prospettiva «fa concorrenza alla Trinità» (B. 292). Il contemporaneo Fra Angelico non solo rifiuta la formalità della prospettiva ma neanche rappresenta la Trinità e il Padre, ma solo persone terrene (salvo l’angelo della Annunciazione e gli angeli del suo giudizio finale). Questo fatto indica un contrasto di tipo spirituale. Forse proprio Masaccio con la sua prospettiva oggettivante ha iniziato nella pittura quella perdita della ricerca del sé che poi ha caratterizzato la successiva civiltà occidentale.
b) «Il Torchio mistico»: rappresenta il sacrificio di Cristo come un lasciarsi schiacciare da un torchio (idea proposta da Agostino) fatto girare dal Padre. L’immagine è iniziata nel XII secolo (esempi: Anonimo del 1511; Borgognone 1528). Essa rappresenta la dottrina teologica di S. Anselmo d’Aosta (1033-1109): l’ira del Padre, a causa del peccato originale di Adamo ed Eva, non poteva essere placata dal sacrificio di un semplice uomo, ma solo da un’altra Persona divina, suo Figlio; il quale, come un agnello, ha pagato il debito che noi non potevamo estinguere. Cristo, in sostituzione degli insufficienti sacrifici umani possibili, ha offerto una riparazione vicaria per dare al Padre la satisfactio per la disobbedienza di Adamo ed Eva. Così egli ha restaurato il rapporto tra Dio e l’uomo. Questa dottrina è stata dominante fino al Concilio Vaticano II.
La tradizione iconografica popolare della Tri-Unità con dentro la croce ha qui una seconda ambiguità: l’atteggiamento del Padre. Nel torchio mistico è un giustiziere implacabile che mostra agli uomini, come monito terribile, il sacrificio del crocifisso che Lui ha preteso. Negli altri tipi di immagini il viso spesso non ha una espressione precisa; ma in quelle della «Pietà del Padre» (che regge il corpo del Figlio morto) è chiaramente rattristato, quasi piangente.
La decadenza e poi interruzione del processo
Parlare della Trinità fa ricordare che si dovrebbe indicare l’atto fondamentale della Tri-Unità (il fare l’Unità) anche nel suo rapporto con gli uomini rispetto al peccato strutturale, detto «peccato originale». E, in corrispondenza, l’atto fondamentale della fede cristiana: risolvere i conflitti non violentemente, cioè con l’amore per i nemici (Mt 5,21).
Allora scopriamo un fatto sorprendente: pochissime volte la rappresentazione della Trinità mostra Cristo morto in croce e risorto (B. 266). Si è appena percepito il problema col Trono delle grazie: spesso nella parte inferiore del quadro è stata rappresentata l’eucarestia, cioè il trascendere del pane e del vino in vita interiore e quindi indirettamente la resurrezione di Gesù che ha vinto la morte. Oppure ci sono le immagini di Cristo nei cieli, seduto in trono alla destra del Padre, e indicante la crocifissione o tenendo la croce o mostrando il costato, o visto come agnello (simbolo della docilità di Gesù nel farsi crocifiggere: Cranach. Ma nessuna di esse ha iniziato una tradizione.
Dopo un millennio di rappresentazioni figurative di Dio in tre Persone scopriamo che queste immagini non hanno rappresentato la intera concezione cristiana, completa della resurrezione, ma solo una approssimazione parziale, senza la risoluzione del conflitto strutturale. Eppure Cristo non ha detto: «Io sono il crocifisso», ma: «Io sono la resurrezione» (Gv 11,25). Con il crocifisso si sostituisce materialisticamente il mezzo al fine.
Evidentemente queste immagini erano domande di salvezza personale piuttosto che un compartecipare la lotta e alla vittoria di Cristo per risolvere i conflitti e fare unità. C’è da pensare che questa lunga storia non ha contemplato la soluzione del conflitto perché la pratica sociale spesso era in contraddizione con l’«amare i nemici». È probabile che questa mancanza derivi anche dalla incertezza teologica, tuttora presente, su chi abbia compiuto la resurrezione del Cristo: non è stato certamente lui, ma non si sa bene se sia stato il Padre o lo Spirito Santo.
Sotto questa luce è da accogliere «l’invito del gesuita Moingt di “lasciare che [l’immagine millenaria di] Dio se ne vada”, per liberarsi del peso delle vecchie immagini… e rifarsi un occhio nuovo» (B. 491-492).
Ma che cosa è un conflitto?
A me sembra molto importante la storia di M.K. Gandhi, che nel secolo scorso ha mostrato nella pratica sociale che ogni conflitto può avere una soluzione senza la soppressione dell’avversario, addirittura una soluzione non violenta.
Dietro la sua ispirazione, recentemente Johan Galtung ha suggerito una definizione di «conflitto» che supera le tante descrizioni di un conflitto in termini o solo soggettivi («Lui è cattivo!»), o solo oggettivi («Lui mi ha fatto questo male!»), o solo motivazionali («Lui è prevenuto verso di me»; «Partiamo da presupposti diversi»). Galtung dice che un conflitto è composto da tre dimensioni: A, B e C, le quali indicano gli aspetti costitutivi, oggettivi e soggettivi (Galtung 1999, cap. 2), ovvero: A = Assunzioni, B = Comportamento e C = Contraddizione interiore.
La definizione di Galtung copre tutti i tipi di conflitti, dalle guerre (ad esempio, la teoria strategica di Clausewitz), ai conflitti sociali (ad esempio, la teoria della lotta di classe di Marx), ai conflitti interpersonali e ai conflitti interiori analizzati da Freud (Drago 2016, par. 2.5).
Galtung ha sempre rappresentato le tre dimensioni con un triangolo che di fatto corrisponde alla rappresentazione geometrica della Trinità. In effetti, anche le tre Persone corrispondono ai contenuti dell’A-B-C: il Padre (la Legge) corrisponde alle motivazioni A, il Figlio (incarnatosi nella storia umana) al comportamento (sociale e storico) B e lo Spirito Santo (Immateriale) alla emotività (anche contraddittoria) C.
La soluzione del conflitto rappresentata dalla Tri-Unità
Dopo l’esempio storico di Gandhi, è naturale concepire la vita terrena del Figlio come finalizzata a redimere gli uomini dal loro peccato strutturale attraverso dando l’esempio agli uomini di come fare fino in fondo la volontà del Padre, anche quando essi entrano in conflitto sia con le istituzioni sociali che obbligano a trasgredire i dieci comandamenti (ad es. forzando a partecipare a guerre fratricide) o impongono flagelli (ad es. quello della servitù all’impero romano, subita da Gesù,).
A tali trasgressioni occorre opporre almeno l’obiezione di coscienza; sia con i propri simili per «amare [anche] i nemici», perché il Padre vuole che tutti gli uomini restino fratelli. Con ciò si rischia anche la morte, è vero; ma già san Paolo (1Corinzi, 15, 14-18) diceva che senza resurrezione il cristianesimo sarebbe una sciocchezza.
Infatti la resurrezione del Cristo rappresenta la promessa di Dio che chiunque si comporti allo stesso suo modo non violento, vincerà in un qualche modo, o su questa terra o in cielo. Inteso così, l’impegno a risolvere non violentemente i propri conflitti non è solo un atto di buona volontà, ma è un atto di fede in quel Cristo che è venuto al mondo proprio per insegnare questo. Allora il conflitto non è più una cattiveria o una afflizione-jattura, ma una occasione per esprimere la propria fede cristiana in una attiva opera di ricostruzione del tessuto di fraternità.
Allora è chiaro che bisogna inventare nuove immagini in cui Cristo risorge e così risolve il conflitto universale degli uomini con Dio.
a) Una proposta è rappresentare la Tri-Unità con il Trono delle grazie, ma con Gesù che è sulla croce e contemporaneamente è risorto. A mia conoscenza non ce ne sono. Basterebbe aggiungere a suo fianco dell’immagine desolante del Cristo crocefisso la resurrezione di Piero della Francesca o di Bellini. Inoltre ci sono crocifissioni-resurrezione dal tempo del crocifisso di San Damiano (Cristo è solo appoggiato alla croce, con la testa alzata e quasi sorridente. Si ricordi che Francesco ha ricevuto la missione di salvare la Chiesa da questa immagine). Soprattutto c’è quella del Maestro della Pieve di Calci del sec. XVIII (il viso è quello del Volto Santo e il corpo a braccia aperte è vestito da un camice azzurro che dà l’idea della resurrezione e su di esso una grossa croce dorata).
b) Si può raffigurare la croce come una croce greca (cioè a braccia uguali), che tiene uniti quattro quarti di cerchio ribaltati, rappresentanti il mondo esploso a causa dei conflitti irrisolti (croce della Comunità dell’Arca di Lanza del Vasto). Su di essa rappresentare il Cristo risorto, che per la fede cristiana è colui che ha risolto il conflitto dell’umanità con Dio.
c) Ma forse la immagine più adatta è quella della spada nella roccia, espressione potente della volontà di voler far finire almeno i massimi conflitti, le guerre. Occorrerebbe rappresentare una grossa roccia in cui è immersa una grossa spada su cui viene rappresentato Gesù risorto e poi, sopra di lui, nell’ordine, il Padre e lo Spirito Santo – colomba (un esempio è la figura in fondo, opera di Elena Drago).
Ma allora, in conseguenza di questa azione epocale di Gesù, anche le altre due Persone dovrebbero essere dinamizzate. La colomba lo è già abbastanza; perché essendo lo Spirito Santo immateriale, rappresentarlo con una colomba è già una trasfigurazione; ma si potrebbe rendere questa colomba ancor più espressiva disegnando le ali più lunghe, tanto da abbracciare il tutto. Il Padre potrebbe essere rappresentato come autorità che presiede il tutto e che nello stesso tempo è raggiante, perché suo Figlio, realizzando il compimento della Sua legge anche davanti alle istituzioni, lo ha capito a fondo; oppure si dovrebbe rappresentare la sua saggezza, perché con la crocifissione e resurrezione del Figlio la sua previsione si è dimostrata valida: gli uomini possono essere redenti fino in fondo. Può essere il Padre nella Deposizione di Gesù di Canova (1799): un sole raggiante con dentro un viso splendente e tra i raggi luminosi due braccia aperte.
Solo quando la spiritualità popolare avrà acquisito una immagine della Trinità contenente anche la resurrezione di Gesù, essa avrà capito che il Dio cristiano ha assunto in Sé, risolvendolo, il conflitto degli uomini e allora avrà la comprensione immediata della voluminosa Bibbia cristiana.
Bibliografia
Boespflug F. (2012), Le immagini di Dio. Una storia dell’Eterno nell’arte, Torino: Einaudi (ma cito dalla edizione francese, Paris: Bayard, 2008).
Drago A. (2016), Improving Galtung’s A-B-C to a scientific theory of all kinds of conflicts, Ars Brevis. Anuari de la Càtedra Ramon Llull Blanquenra, 21, pp. 56-91.
Galtung J. (1999), Pace con mezzi pacifici, Milano: Esperia.
[1] La complementarietà-conflittualità umana del maschile/ femminile (è dichiarata esplicitamente dalla Bibbia in Genesi 1, 27: “… a immagine di Dio creò Adam, maschio e femmina li creò”); è stata sempre rappresentata con la figura di Maria.





