Riforma della Chiesa /10: trasparenza

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Massimo NardelloAnche quest’anno il presbitero modenese Massimo Nardello ha arricchito “SettimanaNews” con i suoi puntuali interventi. A partire dalle pagine di “Vera e falsa riforma nella Chiesa” (Congar), egli ha suggerito, scegliendo alcune parole chiave, alcune piste per un autentico rinnovamento ecclesiale. Lo ringraziamo e lo attendiamo alla ripresa dell’anno pastorale.

Al termine del percorso di rilettura di alcuni passaggi dell’opera del padre Congar Vera e falsa riforma nella Chiesa, vorrei suggerire alcune considerazioni sui presupposti che consentono al pensiero di questo autore di essere realmente valorizzato e di supportare un’effettiva riforma ecclesiale. Tali presupposti riguardano sostanzialmente il modo di affrontare le difficoltà e le sfide che segnano la vita delle comunità cristiane.

In organizzazioni numericamente molto ridotte o dedite alla ricerca specialistica – purché libere da indebite ingerenze ideologiche –, solitamente le questioni sono affrontate con uno stile di trasparenza. Ciascuno cerca di mettere a fuoco un aspetto del problema, al meglio delle sue capacità e senza troppe inibizioni, e propone quindi quei cambiamenti di prospettiva che ritiene giustificati. Il dibattito, anche acceso, che inevitabilmente si genera è visto positivamente, perché consente di cogliere in modo migliore la verità delle cose.

In contesti organizzativi più complessi, anche ecclesiali, questo approccio trasparente spesso non è legittimato. In questi contesti, infatti, l’esigenza primaria non è tanto quella di cogliere cosa sia vero e buono in sé, quanto piuttosto il tutelare la stabilità e la compattezza dell’organizzazione, evitando conflitti pesanti che potrebbero frammentarla e impedirle di portare avanti il suo compito. Dal momento che lo stile di trasparenza tende a produrre delle tensioni che potrebbero divenire laceranti, spesso è contrastato da un muro di silenzio o da un senso di imbarazzo per la sua grossolanità.

riforma della Chiesa

L’indecisionista

Questo timore dei conflitti, che è caratteristico di molte organizzazioni, spiega come mai siano così diffusi ai loro vertici due stili di leadership, quello che potremmo definire “indecisionale” e quello manipolativo.

Per ragioni diverse, ambedue tendono a non creare situazioni conflittuali, almeno manifeste, e quindi a venire incontro all’istanza di stabilità di un’organizzazione. Così coloro che sono portati ad assumerli in ragione della loro personalità hanno ben più possibilità di fare carriera e di ricoprire ruoli di rilievo. In certa misura, tutto questo è vero anche nell’ambito ecclesiale.

È evidente che un pastore molto indeciso non è grado di introdurre dei cambiamenti veri e duraturi nella sua comunità, e che quindi non corre il rischio di attivare delle dinamiche conflittuali.

A ben vedere, questo stile “indecisionale” può coesistere con proposte intellettuali di alto profilo, e magari anche con critiche profetiche ad alcune pratiche ecclesiali. I conflitti realmente temuti da un’istituzione non sono quelli indotti dalla divulgazione di idee innovative, ma dalla loro traduzione in pratica. Dunque, non crea preoccupazione un leader ecclesiale molto intelligente con idee rivoluzionarie se è però sufficientemente indeciso da incartarsi facilmente e da non combinare nulla sul piano operativo.

La confusione mentale indotta dall’indecisione e l’incapacità di gestire le dinamiche pratiche del cambiamento gli impediscono di dar vita a situazioni realmente conflittuali. Anzi, la concentrazione sul solo ascolto sinodale del popolo di Dio può diventare per un leader del genere una sorta di ansiolitico, che gli consente di sospendere la necessità di prendere decisioni e di trovare un po’ di sollievo dall’ansia che questa attività comporta. È ovvio che, con queste premesse, quella consultazione non porterà molto lontano.

Il manipolatore

Un’altra tipologia di leader che tende a non creare conflitti, almeno manifesti, è quella dei manipolatori. Costoro cercano di produrre dei cambiamenti, ma lo fanno non in modo trasparente, bensì lavorando nell’ombra. Ad esempio, diffondono calunnie e false informazioni – quanto spesso papa Francesco interviene su questo tema! – per confondere le acque e togliere di mezzo degli avversari. Si servono di persone deboli per farle agire al loro posto, in modo da ottenere i risultati desiderati senza però sporcarsi le mani.

In questo modo, possono ottenere dei cambiamenti nelle loro organizzazioni e godere quindi di un certo riconoscimento. In effetti, non di rado persone con queste caratteristiche sono valorizzate e apprezzate, talora anche nella Chiesa, perché sono efficienti e sanno portare l’organizzazione dove vuole il loro capo senza sollevare polveroni.

Occorre ricordare, però, che la manipolazione è una forma di potere demoniaco che è devastante per chi lo subisce ma soprattutto per chi lo pratica, perché rende strutturalmente falsi. Insomma, è uno stile radicalmente alternativo a quello cristiano. Inoltre, quanto ottenuto con stili manipolativi non dura a lungo, anche se si tratta di qualcosa di buono. La falsità inibisce l’azione dello Spirito, e ciò che non è realizzato per mezzo dello Spirito non può essere solido e duraturo.

Meglio, quindi, un leader “indecisionale” che ha tante idee straordinarie ma che sul piano operativo fa solo tanta confusione? Certamente, sebbene lo stile ideale resti quello trasparente, che sa lasciarsi guidare dalla ricerca di ciò che è vero e buono senza aver paura del conflitto, e che sa realizzare dei cambiamenti della prassi senza lasciarsi paralizzare dalla paura di commettere errori.

Questo approccio, però, suppone comunità cristiane disponibili a rinunciare un po’ alla propria coesione interna per mettersi effettivamente in cammino. In caso contrario, le questioni poste da persone libere con lo stile della trasparenza sarebbero salutate dal solito silenzio imbarazzato e cadrebbero presto nell’oblio.

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Un commento

  1. Fabio Cittadini 17 giugno 2023

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