Sulle cinque piaghe /3: per ridare “valore” al denaro

grunewald

Nei primi due articoli mi sono soffermato sulla mancanza di stima (cf. SettimanaNews) e di una riflessione teologica sul nostro credere (cf. SettimanaNews). Mi fermo ora su una terza ferita, non facile da nominare senza provare un certo imbarazzo: il nostro rapporto con il denaro.

È questa una piaga che si manifesta in due modi opposti, entrambi frequenti. C’è il silenzio: bilanci parrocchiali o di intere diocesi che nessuno vede se non chi li redige, offerte di cui non si rende mai conto a nessuno, decisioni economiche prese senza che la comunità ne sia informata. E c’è poi l’ossessione contraria: una preoccupazione costante per la sostenibilità economica che finisce per colonizzare il pensiero pastorale, fino a misurare il valore di un’iniziativa dalla sua sostenibilità più che dai frutti pastorali. In entrambi i casi il risultato è lo stesso: il denaro, invece di essere uno strumento al servizio del Regno, diventa un argomento che guida le scelte pastorali, imbarazza, che genera sospetto, che talvolta arriva addirittura a dividere una comunità più di qualsiasi altro tema.

Una piaga che Rosmini aveva già visto

Anche questa ferita ha una storia lunga. Tra le cinque piaghe della Chiesa individuate da Rosmini c’è la servitù dei beni ecclesiastici: la sudditanza del patrimonio della Chiesa a logiche estranee alla sua missione, che finisce per condizionare dall’esterno decisioni che dovrebbero restare libere. Rosmini scriveva pensando soprattutto ai rapporti tra Chiesa e potere civile del suo tempo, ma l’intuizione di fondo resta valida anche oggi, cambiata la forma: ogni volta che l’amministrazione dei beni smette di essere a servizio della missione e comincia, anche solo silenziosamente, a orientarla quella servitù di cui parlava Rosmini si ripresenta, semplicemente con altri padroni.

Il Vangelo stesso non gira intorno al problema, ma lo nomina con una limpidezza che sorprende ancora oggi: nessuno può servire due padroni, non potete servire Dio e Mammona (cf. Lc 16,13). La parabola dell’amministratore disonesto, che Luca colloca subito prima, va nella stessa direzione: non condanna la scaltrezza nella gestione delle cose materiali, ma chiede che quella stessa scaltrezza sia messa al servizio di relazioni vere e non della propria sicurezza.

È un capovolgimento che riguarda direttamente le nostre comunità: il denaro amministrato bene è quello che serve a costruire fiducia, non quello semplicemente messo in salvo o accumulato con prudenza. Vale la pena ricordare che questo insegnamento non arriva come una condanna dall’esterno, ma come una domanda rivolta a chi già amministra qualcosa: pochi o tanti che siano i beni di una comunità, la domanda evangelica non riguarda la loro quantità, ma la libertà con cui vengono trattati.

Un tabù che non aiuta nessuno

I padri della Chiesa non avevano la nostra reticenza a parlare di soldi anche dal pulpito. Basilio di Cesarea ricordava ai suoi fedeli più agiati che il pane che tengono chiuso in dispensa appartiene già, di diritto, a chi ha fame, e che il denaro accumulato oltre il bisogno non è mai davvero proprietà di chi lo custodisce (cf. Gaudium et spes, n. 69). Giovanni Crisostomo predicava sulla ricchezza con una franchezza che oggi farebbe scandalo in molte delle nostre assemblee (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2446). Non risparmiava nessuno, e quella libertà gli costò la sede episcopale.

Ma il bersaglio dei Padri non era mai il possesso in quanto tale: era quell’amore del denaro che trasforma il proprietario in proprietà. Denunciavano per liberare, non per umiliare. Avevano capito che un’esistenza attaccata a ciò che si accumula è già un’esistenza impoverita.

È la stessa intuizione che la Prima lettera a Timoteo consegna in una formula proverbiale e, proprio per questo, spesso citata male: «L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali» (1Tm 6,10). Non il denaro: l’amore del denaro (philargyría). Non un ostacolo o uno scandalo, ma una radice: qualcosa che alimenta dal basso e ramifica.

Il versetto prosegue con un verbo che nessuna traduzione addolcisce del tutto: chi si è lasciato prendere ha deviato dalla fede e ha trafitto se stesso con molti dolori. Il castigo dell’amante del denaro non sopraggiunge da fuori come una punizione, è già iscritto nell’atto di accumulare. Per questo la denuncia poteva permettersi di essere dura senza essere spietata: non apriva una ferita, ne indicava una che sanguinava già.

Quello che colpisce, leggendo questi testi dei Padri, non è la severità del linguaggio, ma la naturalezza con cui il denaro veniva trattato come argomento spirituale, invece che come tema da evitare per pudore o da relegare all’assemblea dei soli consigli per gli affari economici. Abbiamo trasformato in tabù ciò che i primi cristiani discutevano apertamente, e il tabù, come sempre, non elimina il problema: lo lascia semplicemente senza parole per essere affrontato.

Sant’Ambrogio andava ancora più a fondo su questo tema, ricordando che la terra e i suoi frutti sono stati dati da Dio a tutti in comune, e che la proprietà privata, per quanto legittima, resta sempre una forma di amministrazione temporanea di ciò che appartiene, in ultima istanza, a tutti (cf. Populorum progressio, n. 23). È un principio che la tradizione successiva ha chiamato destinazione universale dei beni e che vale anche per i beni ecclesiastici: una comunità che accumula risorse oltre il ragionevole bisogno, per quanto la cosa possa sembrare prudente, tradisce questo principio non meno di un singolo fedele che faccia lo stesso con il proprio patrimonio personale.

Il Codice di diritto canonico, del resto, riconosce alla Chiesa il diritto di acquistare, possedere e amministrare beni temporali soltanto «per conseguire i fini che le sono propri» (can. 1254): il culto, il sostentamento del clero e degli altri ministri, le opere di apostolato e di carità, soprattutto verso i poveri. La possibilità stessa di un patrimonio ecclesiastico, in altre parole, è strumentale e relativa. Ne segue che i beni della Chiesa non possono essere tenuti «chiusi in dispensa», secondo una logica puramente conservativa. Chi li amministra è chiamato piuttosto ad assumere una prospettiva economica dinamica, il cui centro sia l’impiego dei beni: investire o spendere per i fini della comunità, guardando a ciò che i beni rendono possibile più che a ciò che semplicemente conservano.

La cura non può essere improvvisata

Anche per questa piaga non servono nuovi pronunciamenti sul tema, serve reintrodurre, con costanza, alcune pratiche che restituiscano al denaro il suo posto di strumento, sottraendolo tanto al silenzio quanto all’ossessione. Anche in questo caso, propongo otto passaggi, pensati per essere sostenibili soprattutto nelle comunità più piccole, che spesso sono proprio quelle in cui il tema è più delicato da affrontare.

1. Un rendiconto pubblico, regolare e comprensibile

Non basta che il bilancio parrocchiale o di una diocesi esista e sia in regola: deve essere anche comunicato, con un linguaggio che chi non ha competenze contabili possa comprendere, e con una regolarità che non lasci mai la comunità a chiedersi da quanto tempo non se ne parla. Un rendiconto letto o distribuito una volta all’anno, magari accompagnato da qualche parola che ne spieghi le scelte principali, previene più sospetti di qualsiasi rassicurazione informale. Vale anche il contrario: una comunità a cui viene mostrato con chiarezza che le risorse sono scarse, e non semplicemente gestite con poca trasparenza, reagisce quasi sempre con maggiore generosità, non con maggiore diffidenza.

A monte, però, c’è una questione che non si può dare per scontata: la veridicità del rendiconto. Un bilancio può essere formalmente in ordine e tuttavia non corrispondere alla realtà, per imperizia, per trascuratezza o, talvolta, per scelta. La trasparenza non consiste soltanto nel rendere pubblici i numeri, ma nel garantire che quei numeri siano veri: documentati, verificabili, controllati da qualcuno che non sia la stessa persona che li ha redatti.

2. Una corresponsabilità economica reale

Molti consigli per gli affari economici esistono sulla carta ma si riuniscono raramente, o si limitano a ratificare decisioni prese altrove. Perché la corresponsabilità sia reale, questi organismi vanno consultati prima delle decisioni importanti, non informati a cose fatte o pilotati per realizzare obbiettivi già fissati. Le loro osservazioni vanno prese sul serio anche quando sono scomode: un parroco/vescovo che decide da solo su questioni economiche rilevanti, anche in buona fede, espone la comunità a un rischio che la corresponsabilità esiste apposta per evitare.

C’è poi un secondo livello di corresponsabilità, spesso ancora più faticoso: quello tra la comunità, a cui i beni appartengono e che ne porta la responsabilità, e l’autorità ecclesiastica, a cui ne spetta la tutela. È un rapporto in continua tensione, per entrambe le parti. Da un lato si rivendica autonomia nelle scelte, prescindendo talvolta perfino dalle autorizzazioni dovute; dall’altro, quando emergono criticità nella gestione, si rimprovera all’autorità di non aver vigilato abbastanza. Perché la vigilanza non resti una parola, l’autorità deve disporre di strumenti reali per esercitarla – verifiche, controlli, un accompagnamento competente – e le comunità dovrebbero riconoscerli non come un’ingerenza, ma come una garanzia anzitutto per sé.

3. Una formazione amministrativa di base per chi guida una comunità

Molti preti, religiosi e religiose si ritrovano ad amministrare patrimoni e bilanci, a volte con cifre a nove zeri, oltre a dipendenti, adempimenti fiscali, contratti, manutenzioni e scadenze di ogni genere. Nessuno però ha mai insegnato loro a farlo. Così si impara per tentativi ed errori, che in amministrazione costano più che altrove, oppure ci si affida del tutto a chi si offre di dare una mano. Non sempre chi si offre ha le competenze giuste, e non sempre ha le intenzioni giuste.

Una formazione amministrativa di base, offerta già negli anni di seminario e poi aggiornata nel tempo, non distrae dalla vocazione pastorale: è una delle condizioni pratiche per viverla. Chi amministra male, anche in perfetta buona fede, finisce per danneggiare la missione che voleva servire.

L’onestà quindi non basta. Si attribuisce a Bismarck un’osservazione tagliente: chi è onesto ma incapace, col tempo, finisce per diventare anche disonesto. Forse il Cancelliere di ferro non l’ha mai detta così, ma chiunque abbia visto un bilancio parrocchiale aggiustato “a fin di bene” sa che la sostanza è vera.

4. Distinguere il dono dal dovuto

Le offerte legate ai sacramenti sono per loro natura e secondo il diritto canonico liberali, ma spesso vengono percepite da molti fedeli come tariffe obbligatorie, con tanto di cifra comunicata più o meno esplicitamente. Questa ambiguità genera imbarazzo, malintesi, e talvolta la sensazione, ingiusta ma comprensibile, che la Chiesa faccia pagare i sacramenti. Comunicare con chiarezza, ogni volta che è necessario, che nessuna offerta è dovuta e che nessuno sarà mai escluso da un sacramento per motivi economici, protegge tanto la comunità quanto la credibilità di chi la guida. Questo non significa smettere di chiedere il sostegno economico dei fedeli, che resta necessario e legittimo, ma separarlo con chiarezza dall’amministrazione dei sacramenti, così che ciascuno dei due gesti – l’offerta e la richiesta del sacramento – possa restare libero e comprensibile per quello che è.

5. Recuperare la condivisione come gesto ordinario

La carità viene spesso confinata a raccolte straordinarie, legate a un’emergenza o a una ricorrenza liturgica particolare, mentre nella tradizione cristiana più antica la condivisione dei beni era un tratto ordinario della vita comunitaria, non un’eccezione da segnalare. Introdurre gesti regolari e non straordinari di condivisione. Si potrebbe mettere in chiesa una cassetta comune sempre visibile, un impegno mensile invece che una colletta occasionale, piccoli accorgimenti potrebbero restituire alla carità economica la sua natura di abitudine, più che di emergenza.

6. Parlarne dal pulpito, senza vergogna né ossessione

Il nostro rapporto con il denaro compare nel Vangelo più spesso di quasi ogni altro tema morale. Eppure, nominarlo dal pulpito sembra sconveniente, vagamente volgare, e soprattutto rischioso: chi ne parla teme di sembrare uno che sta per chiedere qualcosa. Così il tema più concreto del Vangelo diventa il più astratto della predicazione: evocato per allusioni, sublimato in beni materiali, neutralizzato in distacco, custodito insomma con quella cura che di solito si riserva alle cose che non si vogliono toccare.

I Padri, come visto sopra, non avevano di questi problemi. Parlavano di grano ammassato e di poveri alla porta con una precisione che oggi ci farebbe convocare in curia. Recuperare quella libertà non significa insistervi ossessivamente, ma restituire al denaro la dignità di argomento spirituale che il Vangelo stesso gli riconosce, invece di lasciarlo cadere nel silenzio per un pudore mal riposto.

Perché poi il pudore, a guardarlo da vicino, ha un altro nome. Dietro il silenzio si nasconde anche uno stile di vita del predicatore che sta sopra la media di chi lo ascolta. Non sfarzoso, per carità, semplicemente al riparo da tante questioni economiche: l’affitto che scade, le bollette, i figli da fare studiare, la vecchiaia che spaventa, i soldi per arrivare a fine mese. E allora tacere diventa la scelta più prudente: si eviterebbe, come si dice negli ambienti dove queste cose si sanno nominare, un conflitto di interessi.

7. Verificare le decisioni economiche alla luce del Vangelo, non solo dei conti

Ogni decisione economica rilevante – vendere un immobile, chiudere un’attività in perdita, investire in un progetto – andrebbe verificata non soltanto sul piano della sostenibilità finanziaria, ma anche chiedendosi esplicitamente che cosa essa comunica della fede e della missione della comunità. Una scelta economicamente prudente può essere, allo stesso tempo, un segnale pastorale sbagliato, e le due valutazioni, quella tecnica e quella evangelica, andrebbero sempre tenute insieme, senza che la prima finisca per sostituire silenziosamente la seconda.

Una delle situazioni in cui questa verifica è più necessaria, e più difficile, riguarda il patrimonio immobiliare. Molte comunità parrocchiali faticano a separarsi da edifici e proprietà non tanto per attaccamento alla ricchezza, quanto per ragioni identitarie: in quei beni si riconoscono, vi leggono il segno tangibile del loro essere comunità, la memoria di un passato diverso, l’eredità ricevuta. Sono motivazioni comprensibili e degne di rispetto, ma rischiano di lasciare sullo sfondo l’unica domanda decisiva: quei beni servono ancora ai fini di questa porzione di Chiesa? Servire può voler dire servire direttamente, ospitando la vita della comunità, oppure indirettamente, producendo risorse da destinare all’azione pastorale. Un bene che non fa né l’una né l’altra cosa, e che anzi assorbe energie e denaro solo per essere mantenuto, rischia di diventare anch’esso un padrone. Anche qui è in gioco quella libertà interiore su cui tornerò tra poco.

Il pericolo, e qui la riflessione dell’economista Luigino Bruni è preziosa, è di guardare alle nostre comunità cristiane, parrocchie, ordini religiosi e diocesi, come ad aziende quotate in borsa, tenute a chiudere ogni esercizio con il bilancio in attivo per poter distribuire dividendi agli azionisti. Bruni non invita affatto a disprezzare i bilanci e un’amministrazione accurata: chiede semmai di dare ai bilanci la stessa attenzione e la stessa dignità che riserviamo ai testi che nutrono la nostra fede, perché anche i numeri hanno una loro densità spirituale, e soprattutto quando dicono crisi e fragilità.

Il suo avvertimento è più sottile, e ci riguarda da vicino: nei carismi «la ricchezza è più problematica della povertà» (Avvenire, 31 maggio 2026), perché gli avanzi di gestione possono fare da schermo e impedirci di vedere che sta venendo meno tutto il resto: le vocazioni, l’entusiasmo, la fantasia, la fraternità, l’iniziativa, la stima, la vita evangelica, la missione. Un bilancio in attivo, insomma, può essere il velo più elegante steso su una comunità che si sta spegnendo.

8. Custodire la libertà interiore di chi amministra

Chi si occupa a lungo di amministrazione, anche con le migliori intenzioni, rischia di lasciarsi possedere lentamente da ciò che amministra, fino a identificare la propria autorità con il controllo delle risorse economiche. A queste persone, siano consacrati, consacrate, preti o laici, andrebbe garantito un accompagnamento spirituale specifico. Andrebbe prevista anche la possibilità reale di essere sollevate dall’incarico dopo un tempo ragionevole, ad esempio cinque anni. Questo protegge loro e la comunità da una forma sottile di attaccamento che nessuna competenza tecnica, da sola, riesce a prevenire.

Il denaro, del resto, non arriva mai da solo: porta con sé il potere, e il potere porta con sé l’arroganza. Il potere ha una legge propria, quella di crescere su se stesso e per questo va a braccetto con l’arroganza. L’arroganza, come suggerisce l’etimo, chiede solo per sé, pensa solo a sé e pretende perché ha il potere di farlo. Romano Guardini l’aveva visto con lucidità, e non è un caso che Leone XIV lo riprenda nella Magnifica humanitas: «L’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza» (n. 93). Il Papa lo dice a proposito della tecnica, ma la diagnosi riguarda anche noi.

Nessuno ci ha educati a maneggiare il potere che le nostre strutture ci consegnano e infatti lo maneggiamo male. Attorno a chi dispone di denaro e di incarichi fioriscono in fretta amici e adulatori, e non ci vuole molto a scambiare quella cortesia interessata per stima. Ma non è questo il servizio che Gesù chiede quando invita a farsi ultimi: chi vuole essere il primo «sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Mc 9,35). La stessa enciclica ricorda che nella Chiesa l’autorità esiste unicamente in funzione della comunione e della missione. Per questo colloca gli abusi economici e quelli di potere accanto agli altri abusi di cui siamo chiamati ad ascoltare le vittime (n. 89).

La vicenda di Giuda Iscariota dovrebbe insegnarci qualcosa. Il Vangelo annota, quasi di sfuggita, che teneva la cassa comune e ne sottraeva il denaro (cf. Gv 12,6). Lo annota proprio mentre Giuda invoca i poveri per protestare contro lo spreco del profumo. La cassa delle monete può facilmente diventare la cassa in cui finiamo per rinchiudere il nostro cuore, perché «dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21). Il denaro ha la forza di farci sentire onnipotenti e di ridurre le persone a semplici mezzi. «Ma nella Chiesa questo non accade», potrebbe obiettare qualcuno. L’obiezione è lecita, ma lo si evita solo se chi gestisce i beni è profondamente radicato in Cristo. Come ha ammonito Gesù, infatti, la scelta non è tra povertà e ricchezza, ma tra Dio e mammona (cf. Mt 6,24): o si serve il Dio di Gesù Cristo, che per noi ha dato la vita, o il dio denaro, che la vita ce la toglie

Uno strumento, non un padrone

Chiudo con una convinzione che cerca di essere coerente con i due articoli precedenti: il denaro non è, in sé, né un bene né un male, ma diventa l’uno o l’altro a seconda della libertà con cui una comunità impara a maneggiarlo. Una Chiesa che tace sul denaro non lo rende meno presente, lo rende solo meno governabile; una Chiesa che ne parla con verità, senza vergogna, senza ossessione e le dà il giusto «valore» può continuare a servirsene come uno strumento tra i tanti, invece di scoprirsi, un giorno, a servirlo come un padrone che nessuno aveva scelto.

Anche in questo caso non ci sono scorciatoie: la libertà rispetto al denaro si costruisce con pratiche ripetute nel tempo, non con una decisione presa una volta per tutte. Si può cominciare da un solo gesto tra i molti possibili – un bilancio finalmente letto e spiegato in assemblea, una parola detta con verità sul significato di un’offerta e il suo rapporto – per riscoprire, un passo alla volta, che si può amministrare ogni cosa restando liberi, a patto di ricordarsi ogni giorno chi dei due, tra Dio e mammona, si è scelto di servire.

 

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