Teologia al ritmo della vita

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L’anno 2026 la Rivista di spiritualità pastorale Presbyteri festeggia il traguardo dei sessant’anni di pubblicazione. Nata nel 1965, Presbyteri − rivista con un’attenzione particolare alla vita dei ministri ordinati − esprime una triplice identità: quella dei padri venturini, quella dei gesuiti (di Chieri e poi di Messina) e quella della Unione apostolica del clero. La prima monografia del 2026 è dedicata alla teologia nella vita del prete e della comunità cristiana. «Rileviamo con rammarico che la teologia non trova spesso casa, tempo e “buona fama” nella giornata troppo piena dei preti. Per questo desideriamo non solo ribadirne la necessità (prima di tutto per il presbitero stesso) ma anche suggerire forme, metodi e obiettivi perché essa possa essere ancora presente e significativa, proprio perché motivata dall’ascolto delle domande dell’oggi e capace di accompagnare il “ritmo della vita”». Riprendiamo l’editoriale di don Marco Ferrari.

Un passaggio di testimone

Il titolo di un brano degli 883, «Tieni il tempo» (1995), offre lo spunto per aprire la prima pubblicazione del 2026. Dopo alcuni anni, monsignor Domenico (Nico) Dal Molin viene sostituito nella preparazione degli Editoriali di Presbyteri, per condividere tale incombenza con altri membri della Redazione.

Mentre lo ringraziamo per l’impegno profuso fin qui (e che, in altre forme, non farà venir meno), noi della Redazione sentiamo la necessità di scendere nelle stradeballare e buttare fuori ciò che abbiamo: tradotto in ritmo ecclesiale, vogliamo portare avanti il nostro compito e affrontare i cambiamenti con energia e autenticità «tenendo fisso lo sguardo su Gesù» (Eb 12,2). In questo modo, serviremo i nostri fratelli presbiteri con la preghiera e la parola, lo studio e la condivisione dei suoi frutti.

Per il primo numero di questo nuovo anno, il compito dell’Editoriale passa a me, don Marco Ferrari, presbitero della Diocesi di Vicenza: desidero continuare con entusiasmo l’opera di don Nico (anche lui vicentino) per il bene della nostra Chiesa italiana.

«Teologia rapida»?

Le parole degli 883 potrebbero essere accostate al recente dibattito, avviato da p. Antonio Spadaro SJ, che ci dona un suo contributo proprio in questo numero. La discussione sulla «teologia rapida»[1] si è protratta per buona parte del 2025 con diversi interventi di illustri pensatori. Sperando di non far torto a nessuno, fra tutti riserverò particolare attenzione a quanto scritto da monsignor Pierangelo Sequeri[2].

«Rapida», nell’accezione di Spadaro, dovrebbe essere una teologia che sia in grado di interpretare le dinamiche della vita attuale divenendo perciò capace di fornire contributi significativi in questo periodo di profondi cambiamenti. Potremmo formulare l’auspicio in questo modo: «tenere il tempo» dentro a questo nostro tempo, senza aver paura di «scendere nelle strade» dei nostri contemporanei e «buttare fuori… ciò che abbiamo» nel cuore, la Buona Notizia del Risorto, affinché venga accolta «non come parola di uomini, ma, qual è veramente, come parola di Dio» (1Ts 2,13).

La teologia dovrebbe affrontare questo compito suggestivo con un linguaggio innovativo, rinnovando il rapporto con la perenne Tradizione della fede, che in ogni epoca e cultura testimonia la Parola eterna, Gesù Cristo, il Verbo della vita. In tal senso, la Chiesa ha bisogno non di una teologia veloce – ovvero in continuo cambiamento – ma di un sapere della fede che sia rapido, capace cioè di «rapire» (per amore, non certo con violenza), di afferrare, di coinvolgere qui ed ora tutti i popoli nella passione per il Vangelo.

Proprio a motivo del suo centro d’attrazione, tale «rapimento» non può avvenire al modo delle pubblicità e delle suggestioni di questo mondo, magari attraverso facili ma effimeri slogan: non si tratta affatto di un prodotto “nostro”, da smerciare come uno fra altricome il più conveniente o vantaggioso. In gioco non è neppure l’adesione a un’idea, bensì la possibilità di accogliere quella salvezza che Dio in persona ci dona.

Perciò, stando allo spunto di Sequeri, la «rapidità» auspicata riguarda anzitutto noi cristiani, chiamati a «intercettare il regno di Dio, che viene dove e quando non lo aspetti, per aprirne i segni e i prodigi» a chi della Chiesa (ancora) non fa parte. E a chi già ne fa parte, ma senza fede.

Presbiteri e teologia

Lo stimolo al ripensamento della teologia riguarda ogni battezzato. Fra questi, noi presbiteri, per il nostro specifico ministero, siamo invitati a dare l’esempio ai fratelli che il Signore ci chiama a servire. Va realisticamente constatato che la teologia non trova purtroppo casa, tempo e «buona fama» nella giornata troppo piena di molti di noi. Perciò, talvolta rischiamo di andare avanti per inerzia, forti di una formazione che abbiamo relegato nel passato e nella quale (o dalla quale…) ci sentiamo al sicuro. Il presente esige ben altro: così come la carità pastorale cui siamo chiamati ogni giorno.

A tal proposito, qualche anno fa, un articolo di monsignor Giovanni Cesare Pagazzi[3] mise in luce che la carenza di tempo dedicato allo studio, per il prete, si accompagna a una scarsa propensione all’introspezione e al ragionamento. Di conseguenza, l’autore evidenziava l’importanza di riservare uno spazio specifico allo studio: innanzitutto, non per acquisire nozioni (comunque rilevanti per l’attività pastorale), ma come pratica decisiva per sviluppare saggezza. Accanto alla preghiera e alle mille incombenze pastorali, un’attività quotidiana di lettura e studio veniva presentata come particolarmente auspicabile per ogni presbitero.

A partire da tali spunti, possiamo affermare che solamente uno sforzo segnato dall’amore per Cristo e dalla passione per il popolo di Dio, che egli guida come Pastore, può sviluppare un’autentica teologia «in ginocchio»[4]. Questa – lungi dall’essere una pratica anti-intellettuale o la ricerca di parole su Dio «a buon mercato» – è il frutto della preghiera, mira a servire l’avvento del Regno di Dio e nasce dall’ascolto e dalla meditazione della sua Parola.

Teologia e parola di Dio

Ancorarsi alla Parola di Dio risulta dunque decisivo.

Nel capitolo ottavo degli Atti degli Apostoli, si narra che, dopo la persecuzione scatenata contro la Chiesa a Gerusalemme, tutti, eccetto gli apostoli, si disperdono: fra i dispersi, Filippo predica il Cristo in Samaria (cf. v. 5). Il messaggio del diacono ha al suo centro proprio la persona di Gesù: non un’idea o un generico messaggio consolante e neppure buoni sentimenti. Cristo, Colui che ha vinto la morte, sta, fin dagli inizi, al cuore dell’annuncio della Chiesa. Dalla teologia, ovvero dal sapere Lui – incontrato, amato e conosciuto – germoglia l’annuncio. In Samaria – così come nei nostri contesti – è tale annuncio, realizzato in parole e gesti, a recare conforto e sollievo, sconfiggendo il male nelle sue diverse manifestazioni (cf. vv. 6-7).

La teologia – vale a dire: il discorso su Dio – dell’annunciatore è travolgente. La rapidità è prontezza: la Parola raggiunge le folle «in tempo reale», rispondendo alle loro necessità concrete. La brevità del sommario sull’attività di Filippo è estremamente densa e l’esito è notevole: «vi fu grande gioia in quella città» (v. 8).

A un annuncio vivo e sollecito corrisponde quella gioia che ha il profumo della presenza del Risorto. Rimanendo nello stesso capitolo di Atti, poco oltre, sulla strada da Gerusalemme a Gaza, lo Spirito porta Filippo ad accostarsi ad un etiope, eunuco di Candace, il quale si interroga su un testo del profeta Isaia (cf. vv. 27-34).

Ogni cristiano – e il presbitero in modo particolare – è chiamato, nel contesto concreto della vita dell’altro, a far scoprire la presenza del Signore Gesù: «pecora condotta al macello… senza voce innanzi a chi lo tosa», «umiliato», che ha sofferto ed è morto per noi, come testimoniano le parole profetiche lette dall’interlocutore di Filippo (cf. vv. 32-33). Secondo le parole di Isaia, ha patito e lo ha fatto per liberarci dal peccato. Anche nelle tenebre del male, il nostro annuncio di fede – agile e senza esitazioni – deve mirare a far scorgere la presenza di Gesù.

Annuncio travolgente e ficcante, quello di Filippo, che conduce alla porta della salvezza, al battesimo immediato dell’eunuco (cf. vv. 36-38). La fede diventa azione: il sapere e il parlare di Dio e del suo Cristo, come in questo caso, divengono generativi perché capaci di introdurre nella vita eterna.

La presente monografia desidera ribadire e stimolare la necessità di una autentica teologia suggerendo forme, metodi e obiettivi perché essa possa essere presente e significativa nella vita dei presbiteri, proprio perché capace di accompagnare il «ritmo della vita» alla luce del Vangelo. La figura di Filippo ci ha accompagnati nello scorcio biblico in cui abbiamo fatto incursione e ci ha mostrato la via. Anche oggi ci accorgiamo quanto siano impegnativi i sentieri da percorrere e che

le sfide attuali, a volte, possono sembrare superiori alle nostre possibilità (…) Il riferimento all’oscurità che ci circonda ci richiama uno dei testi più noti di San John Henry [Newman], l’inno Lead, kindly light (Guidami, luce gentile). In quella bellissima preghiera, ci accorgiamo di essere lontani da casa, di avere i piedi vacillanti, di non riuscire a decifrare con chiarezza l’orizzonte. Ma niente di tutto questo ci blocca, perché abbiamo trovato la Guida.[5]

Questa Guida è lo Spirito Santo, Luce gentile[6] che può rischiarare l’arduo e suggestivo cammino che abbiamo davanti. Sia questa Luce ad alimentare le fiaccole che siamo noi: «tra il buio che ci circonda», il nostro parlare del Dio di Gesù Cristo – mentre lo studiamo, lo assaporiamo nella preghiera e lo incontriamo nei fratelli – possa essere non solo travolgente, ma soprattutto vero, autentico e appassionato.

Conducimi, dolce luce, tra il buio che mi circonda,
sii tu a condurmi!
La notte è oscura e sono lontano da casa,
sii tu a condurmi!

Custodisci i miei passi, non ti chiedo di vedere la scena lontana:
un solo passo per volta mi è più che sufficiente.

Non sono stato sempre così,
e non ho pregato sempre
perché fossi tu a condurmi.

Amavo scegliere e vedere il cammino;
ma ora sii tu a condurmi.
Amavo il giorno luminoso
e, nonostante le paure,
l’orgoglio reggeva la mia volontà:
non ricordare gli anni passati!

Così a lungo la tua potenza mi ha benedetto,
e sicuramente mi condurrà ancora.
Oltre la landa e la palude,
oltre il dirupo e l’impeto dei torrenti,
fino a che la notte non dilegui;
e col mattino volti d’angelo, ecco, sorridano,
quelli che da tanto ho amato,
e perduto ho solo per poco.


[1] Il dibattito prende avvio con l’articolo dal titolo: «In questo tempo dei cambiamenti vorticosi serve una teologia “rapida”», pubblicato il 19 gennaio su Avvenire.

[2] Il riferimento è al contributo del 2 aprile, pubblicato su L’Osservatore Romano, dal titolo: «Afferrare il passaggio del regno di Dio».

[3] Si fa riferimento a: «Può? Deve? Il prete e lo studio», articolo pubblicato in La Rivista del Clero Italiano, nel n. 4 del 2018.

[4] La celebre espressione proviene dallo scritto «Teologia e santità», presente in: H.U. von Balthasar, Verbum caro. Saggi teologici, I, Morcelliana, Brescia 1968, 200-229.

[5] Leone XIV, Omelia nella Santa Messa per la Solennità di Tutti i Santi e nella Proclamazione a «Dottore Della Chiesa» di san John Henry Newman, 1° novembre 2025.

[6] L’orazione a cui si riferisce il Papa porta la data 16 giugno 1833: venne scritta mentre Newman si trovava in navigazione nel Mediterraneo; in quel contesto, dovette affrontare la tempesta e una malattia che lo misero alla prova e a cui reagì con parole segnate dall’abbandono e dalla fiducia in Dio (cf. W. Ward, The Life of John Henry Cardinal Newman based on His private Journals and Correspondence, I, Longmans, Green and Co., London 1912, 55).

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