USA: tre cardinali invitano Trump a fare un passo indietro

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In una rara e diretta presa di posizione nei confronti di un presidente degli Stati Uniti, tre cardinali americani hanno esortato l’amministrazione Trump a fare un passo indietro rispetto a strategie e obiettivi di politica estera che mettono a rischio la pace mondiale. I cardinali, richiamandosi a un recente monito di papa Leone XIV sul riemergere di un «fervore bellico», hanno invitato a un ritorno a una politica internazionale statunitense centrata sulla tutela del diritto alla vita e sugli investimenti a favore della promozione della dignità umana.

In una dichiarazione congiunta (riportata in fondo a questa pagina − ndr), il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago; il cardinale Robert McElroy, arcivescovo di Washington; e il cardinale Joseph W. Tobin, C.Ss.R., arcivescovo di Newark, afermano che, in quanto «pastori e cittadini (…) rinunciamo alla guerra come strumento di ristretti interessi nazionali e proclamiamo che l’azione militare deve essere considerata solo come ultima risorsa in situazioni estreme, non come strumento ordinario della politica nazionale».

Nel loro testo, i cardinali dichiarano di fare propria la visione di papa Leone «per la fondazione di una politica estera autenticamente morale per il nostro Paese». In particolare, essi propongono una politica estera degli Stati Uniti «che rispetti e promuova il diritto alla vita umana, la libertà religiosa e il rafforzamento della dignità umana in tutto il mondo, soprattutto attraverso l’assistenza economica». «Cerchiamo di costruire una pace davvero giusta e duratura, quella pace che Gesù ha proclamato nel Vangelo», si legge nella loro dichiarazione.

I tre leader della Chiesa negli Stati Uniti hanno spiegato di aver valutato criticamente la politica estera americana alla luce dei principi enunciati da papa Leone XIV nel suo discorso dello scorso 6 gennaio ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede (cf. qui su SettimanaNews).

Nel suo intervento, il pontefice ha sottolineato l’indebolimento improvviso delle istituzioni multilaterali incaricate di preservare la pace sin dalla fondazione delle Nazioni Unite nel 1945. E ha detto: «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati». «La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando».

Ha inoltre avvertito che «il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui» è stato infranto. «Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé “nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini”, ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio».

Nella loro dichiarazione, i cardinali affermano che nel 2026 gli Stati Uniti sono entrati «nel dibattito più profondo e lacerante sul fondamento morale dell’azione americana nel mondo dalla fine della Guerra fredda». «Gli eventi in Venezuela, Ucraina e Groenlandia hanno sollevato interrogativi fondamentali sull’uso della forza militare e sul significato stesso della pace», scrivono i presuli. «I diritti sovrani delle nazioni all’autodeterminazione appaiono fin troppo fragili in un mondo attraversato da conflitti sempre più estesi. Il bilanciamento tra l’interesse nazionale e il bene comune viene inquadrato in termini fortemente polarizzati».

Le mosse recenti dell’amministrazione Trump hanno «messo alla prova» il «ruolo morale» degli Stati Uniti nel «contrastare il male nel mondo, sostenere il diritto alla vita e la dignità umana e difendere la libertà religiosa». I cardinali avvertono che «la costruzione di una pace giusta e sostenibile (…) viene ridotta a categorie partitiche che alimentano polarizzazione e politiche distruttive».

Proprio mentre funzionari della Casa Bianca intensificavano drasticamente la retorica sull’eventualità di annettere la Groenlandia, il cardinale McElroy ha spiegato le ragioni della dichiarazione congiunta: «La dottrina sociale cattolica», ha affermato, «testimonia che quando l’interesse nazionale, concepito in modo ristretto, esclude l’imperativo morale della solidarietà tra le nazioni e la dignità della persona umana, esso provoca immense sofferenze nel mondo e un attacco catastrofico alla pace giusta, che giova a ogni nazione ed è volontà di Dio».

«Nel dibattito nazionale in corso sui tratti fondamentali della politica estera americana», ha proseguito McElroy, «ignorare questa realtà significa farlo a costo dei veri interessi del nostro Paese e delle migliori tradizioni della terra che amiamo».

«Come pastori responsabili dell’insegnamento nei confronti del nostro popolo», ha dichiarato il cardinale Cupich, «non possiamo restare in silenzio mentre vengono prese decisioni che condannano milioni di persone a una vita permanentemente ai margini dell’esistenza. Papa Leone ci ha offerto indicazioni chiare, e dobbiamo applicare il suo insegnamento alla condotta della nostra nazione e dei suoi leader».

Il cardinale Tobin, da parte sua, ha messo in guardia dal fatto che «l’escalation di minacce e i conflitti armati rischiano di distruggere le relazioni internazionali e di precipitare il mondo in sofferenze incalcolabili».

L’ossessione della Casa Bianca per l’idea di impadronirsi o acquisire in qualche modo la Groenlandia ha generato tensioni senza precedenti con gli alleati europei, i quali hanno avvertito che un’eventuale presa di controllo statunitense dell’isola segnerebbe la fine della NATO. L’ipotesi è profondamente impopolare in Groenlandia, dove l’85 per cento della popolazione dichiara di non voler entrare a far parte degli Stati Uniti, ma lo è anche negli Stati Uniti, dove oltre il 70 per cento degli intervistati è contrario a una simile acquisizione.

Il presidente Trump ha insistito sul fatto che il controllo americano della Groenlandia sarebbe necessario come contromisura alle rivendicazioni di Cina o Russia, citando spesso il valore strategico dell’isola e il desiderio di sfruttare le risorse di terre rare, petrolio e gas che si presume siano nascoste sotto la calotta glaciale.

I critici dell’operazione Groenlandia sostengono che essa rappresenti non solo una violazione della Carta delle Nazioni Unite, ma anche un uso del tutto superfluo del potere militare statunitense. Accordi già esistenti, affermano, consentirebbero agli Stati Uniti di riattivare basi militari abbandonate e di garantire la partecipazione americana all’esplorazione e allo sviluppo commerciale delle risorse.

In seguito alle minacce senza precedenti rivolte a un alleato della NATO, Francia, Germania, Regno Unito, Norvegia, Svezia e Paesi Bassi hanno inviato truppe in Groenlandia la scorsa settimana. La dimostrazione di sostegno alla Danimarca è iniziata dopo colloqui tra rappresentanti di Danimarca, Groenlandia e Stati Uniti, dai quali è emerso un «disaccordo fondamentale» sul futuro dell’isola artica.

La Casa Bianca ha definito i piani per ulteriori incontri con funzionari danesi e groenlandesi come «colloqui tecnici» su un «accordo di acquisizione». Una valutazione che ha colto di sorpresa i funzionari di Danimarca e Groenlandia, i quali affermano tuttavia di rimanere impegnati nel dialogo con l’amministrazione Trump.

Il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha accolto con favore la prosecuzione del «dialogo e della diplomazia», ma il 15 gennaio ha dichiarato: «La Groenlandia non è in vendita». «La Groenlandia non vuole essere posseduta dagli Stati Uniti. La Groenlandia non vuole essere governata dagli Stati Uniti. La Groenlandia non vuole far parte degli Stati Uniti».

La dichiarazione congiunta
Tracciare una visione morale della politica estera americana

Nel 2026, gli Stati Uniti sono entrati nel dibattito più profondo e lacerante sul fondamento morale dell’azione americana nel mondo dalla fine della Guerra fredda. Gli eventi in Venezuela, Ucraina e Groenlandia hanno sollevato interrogativi fondamentali sull’uso della forza militare e sul significato stesso della pace.

I diritti sovrani delle nazioni all’autodeterminazione appaiono fin troppo fragili in un mondo attraversato da conflitti sempre più estesi. Il bilanciamento tra l’interesse nazionale e il bene comune viene inquadrato in termini fortemente polarizzati. Il ruolo morale del nostro Paese nel contrastare il male nel mondo, nel sostenere il diritto alla vita e la dignità umana e nel difendere la libertà religiosa è messo alla prova. E la costruzione di una pace giusta e sostenibile, così cruciale per il benessere dell’umanità nel presente e nel futuro, viene ridotta a categorie partitiche che alimentano polarizzazione e politiche distruttive.

Per tutte queste ragioni, il contributo offerto questo mese da papa Leone nell’indicare al Corpo diplomatico vaticano una base autenticamente morale per le relazioni internazionali ci offre una bussola etica duratura per tracciare il percorso della politica estera americana negli anni a venire.

Egli ha affermato:

«Nel nostro tempo, preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui.

Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé “nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini”, ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per l’affermazione di un proprio dominio».

Papa Leone ribadisce inoltre l’insegnamento cattolico secondo cui «la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento indispensabile di ogni altro diritto umano» e che aborto ed eutanasia sono distruttivi di tale diritto. Egli richiama l’attenzione sulla necessità degli aiuti internazionali per salvaguardare gli elementi più essenziali della dignità umana, che sono sotto attacco per la decisione dei Paesi più ricchi di ridurre o eliminare i propri contributi ai programmi di assistenza umanitaria internazionale. Infine, il Santo Padre denuncia le crescenti violazioni della coscienza e della libertà religiosa, compiute in nome di una purezza ideologica o religiosa che finisce per frantumare la stessa libertà.

Come pastori e cittadini, facciamo nostra questa visione per la fondazione di una politica estera autenticamente morale per il nostro Paese. Cerchiamo di edificare una pace davvero giusta e duratura, quella pace che Gesù ha proclamato nel Vangelo. Rinunciamo alla guerra come strumento di ristretti interessi nazionali e proclamiamo che l’azione militare deve essere considerata solo come ultima risorsa in situazioni estreme, non come strumento ordinario della politica nazionale. Auspichiamo una politica estera che rispetti e promuova il diritto alla vita umana, la libertà religiosa e il rafforzamento della dignità umana in tutto il mondo, soprattutto attraverso l’assistenza economica.

Il dibattito nel nostro Paese sul fondamento morale della politica americana è segnato da polarizzazione, partigianeria e da interessi economici e sociali ristretti. Papa Leone ci ha offerto il prisma attraverso cui possiamo elevarlo a un livello ben più alto. Nei prossimi mesi predicheremo, insegneremo e ci impegneremo pubblicamente per rendere possibile questo livello più alto.

Cardinale Blase J. Cupich,
Arcivescovo di Chicago

Cardinale Robert W. McElroy,
Arcivescovo di Washington

Cardinale Joseph W. Tobin, C.Ss.R.,
Arcivescovo di Newark

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3 Commenti

  1. Giovanni Di Simone 23 gennaio 2026
  2. Luca 20 gennaio 2026
  3. Pietro 20 gennaio 2026

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