
Sintesi dell’articolo di apertura (Focus) dell’ultimo numero di Rassegna di Teologia a firma di Cesare Baldi. Il testo completo è disponibile sul sito della rivista o cliccando direttamente qui.
La Chiesa non è una democrazia, ma nulla le impedisce di assumere un assetto democratico, che sembra essere ben più coerente con il dettato evangelico di quanto lo sia l’attuale struttura monarchica. Il percorso sinodale, aperto da papa Francesco e mantenuto da Leone XIV, sembra andare decisamente in questa direzione o, se non altro, ne alimenta l’utopia. Occorre dunque partire dall’effettiva possibilità democratica che presenta l’attuale istituzione ecclesiastica, per poi rivolgere l’attenzione al contributo che il processo sinodale in corso può apportare per alimentare tale prospettiva.
Il concilio Vaticano II ha spostato l’accento giuridico societario dell’ecclesiologia preconciliare sull’aspetto misterico e comunionale del popolo di Dio, ma non ha delineato la fisionomia di quest’ultimo dal punto di vista canonico. Si è limitato a proporre degli organismi partecipativi, che temperassero la rigida struttura societaria precedente. Il rinnovo del Codice di Diritto Canonico, completato nel 1983, ha perciò mantenuto la “potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale” del vescovo di Roma (can. 331), consolidando in tal modo la struttura monarchica preconciliare.
A tale potestà suprema è stato però affiancato il “collegio dei vescovi”, cioè l’insieme di tutti i vescovi che, con quello di Roma, “è pure soggetto di suprema e piena potestà sulla chiesa universale” (can. 336). Tale collegio esercita la propria “potestà sulla chiesa universale nel concilio ecumenico” (can. 337). Cosa comporta questo cambiamento di prospettive nello sviluppo concreto della realtà ecclesiale? Detto altrimenti: come deve tradursi l’ecclesiologia di comunione nelle attuali strutture partecipative di carattere pastorale?
Il processo sinodale avviato da papa Bergoglio con il Sinodo dei Vescovi 2023-2024, destinato a prolungarsi fino all’assemblea ecclesiale prevista nel 2028, costituisce un evento particolarmente importante di autocoscienza ecclesiale, perché coinvolge tutti i battezzati, indipendentemente dal loro ruolo e dal loro rango, a partecipare a tale percorso.
Riconoscendo a ogni singolo fedele la dignità e la facoltà d’intervenire in tale processo, il Sinodo diventa un percorso di democratizzazione ecclesiale, combinando insieme le attese dei fedeli in campo politico con quelle in campo pastorale. A quali condizioni però il processo sinodale diventa occasione di una vera riforma strutturale?
Se da una parte, infatti, il percorso sinodale ha permesso di estendere enormemente la riflessione e l’ascolto dei fedeli, dall’altro tale processo rischia di rifrangersi sulla scogliera delle rigidità istituzionali, senza minimamente intaccarle. Così facendo, dei due movimenti previsti dal Documento finale del Sinodo, ossia il rinnovamento spirituale e la riforma strutturale (cf. n.28), sopravviverebbe solo il primo, lasciando la riforma a qualche temerario idealista.






Dopo il Concilio di Trento la Chiesa Cattolica ha messo in soffitta la sinodalità contraddicendo lo stesso Concilio di Trento che prescriveva sinodi diocesani annuali e provinciali triennali. La paura del confronto ha avuto la meglio. Con il Vaticano II la sinodalità ha ripreso vigore come prassi della Chiesa antica. La Chiesa non è una democrazia cioè non riproduce gli stessi meccanismi democratici. Il sensus fidei del Popolo di Dio non può sbagliarsi nel credere come dice Lumen gentium n. 12. Il sensus fidei del Popolo di Dio ha permesso ai papi Pio IX e Pio XII di proclamare i dogmi dell’Immacolata e dell’ Assunzione di Maria. Lo Spirito Santo agisce in tutti ma i maniera diversa per cui la sinodalità permette alla Chiesa tutta di essere missionaria, perché tutti sono chiamati a testimoniare il Vangelo. Bisogna obbedire allo Spirito che agisce in tutti e non solo in alcuni e ciò è una maniera articolata e difficile di vivere la Chiesa ma senz’altro più coinvolgente e attraente.
Le prime 15 parole mi sono sembrate leggermente astruse, allora ho provato a chiedere all’AI Mode di Google se una non-democrazia possa avere un assetto democratico. Ecco la sua risposta:
“Sì, una non-democrazia può avere un assetto formale o parzialmente democratico, spesso definito come democratura, autoritarismo elettorale o finta democrazia. In questi sistemi si usano regole e strumenti tipici della democrazia, ma senza il reale rispetto dei valori democratici di fondo.”
Non ho osato chiedere se questa definizione si possa applicare anche al Sinodo sulla Sinodalità.
La Chiesa Cattolica è una monarchia costituzionale. Il Papa ha i poteri di un re ma viene eletto, e i suoi poteri sono vincolati dal Vangelo e dalla dottrina sociale che non può stravolgere.
Oggi come oggi il papa fa tutto quel che gli pare senza nessun limite.
Anche se stravolgesse il Vangelo chi potrebbe costringerlo a non farlo?
Non sembra una democrazia costituzionale.
Inoltre anche gli imperatori romani sono stati in gran parte eletti, questo non prova nulla.
Una considerazione fatta da Scola, in una trasmissione sui 50 anni del Concilio. Non è una democrazia, è una forma di governo particolare, per certi versi simile alla monarchia , ma con un sistema elettivo che prevede un collegio cardinalizio (il vecchio senato romano).
Non si vota, ma lo scambio alto/basso è garantito dal fatto che qualsiasi battezzato può diventare in linea teorica cardinale o Papa.
Ringrazio l’autore sia per la sintesi, qui sopra presentata, sia per la condivisione dell’articolo integrale, che ho trovato interessante, sebbene viziato da molte imprecisioni di natura canonica: ciò accade spesso quando un teologo si occupa di questioni canoniche, sviluppando quelle ecclesiologiche in un ambito che non gli appartiene. Nonostante ciò, ho però compreso il suo intento di far percepire a tutti i suoi lettori il passaggio epocale in cui si dibatte l’ecclesiologia attuale, dopo gli ultimi sinodi (universale e nazionale). A dire il vero ne avevo già avuto sentore, perché intuivo nei vescovi di fresca nomina, specialmente in quelli provenienti dall’insegnamento teologico nelle università ecclesiastiche, una sorta di rigidità dottrinale, oltre che pratica, a continuare a farsi paladini della forma monarchica del governo ecclesiale.
Il motivo lei lo ha messo magnificamente in evidenza: esiste un indirizzo contrario (democratico) per governare la S. Chiesa di Dio. Quest’indirizzo vorrebbe avere il sopravvento sull’altro e da questo fatto nasce lo scontro e l’irrigidimento della parte avversa. Forse per conservare la pace bisognerebbe trovare una terza via: una strada ecclesiale originale che tenga insieme potestà episcopale e partecipazione popolare.
Un secondo grazie glielo devo, perché ho sempre immaginato che le forme di governo degli stati influissero sulla determinazione di quello ecclesiastico, e lei lo ha messo ben in evidenza nel suo excursus storico. Mi fa piacere sapermi confermato nelle mie idee. Meglio di così non si poteva celebrare la Repubblica italiana.
Ringrazio per il commento appropriato e competente e ammetto senza dubbio le « imprecisioni di natura canonica ». D’altra parte il codice stesso travalica l’ambito ristretto del diritto, né può prescindere dalla riflessione teologica e pastorale. La commistione tra teologia, pastorale e diritto canonico è certamente fonte di discussione, il che mi sembra del tutto salutare. Tanto più se si trovano prospettive comuni.
Sintesi di un saggio, che immagino più articolato, condivisibile. La trasformazione in senso sinodale della Chiesa è l’occasione per un vero rinnovamento ecclesiale. Tuttavia mi sia consentito sottolineare contro una cera retirica come l’idea non sia bergogliana (https://iltuttonelframmento.blogspot.com/2023/08/sul-sinodo-1.html).
Secondo me la democrazia comporta una forma di lotta, la divisione in partiti e uno scontro che si risolve in modo numerico o procedurale. Il sinodo dovrebbe aprire ad una maggiore comunione ecclesiale, non solo imporre la propria visione ma saperla conciliare con quella degli altri.
Forse è più facile essere sinodali rimanendo in disparte, un piede dentro e un piede fuori..
https://www.americamagazine.org/short-take/2026/01/14/the-catholic-church-is-not-a-democracy-it-is-something-better/