
Il vescovo di Vienna, Jose Grünwild, richiama l’attenzione al vissuto dei preti in ordine alla propria sessualità e alle relazioni amicali femminili.
Il caso e il problema. Il caso riguarda il parroco della cattedrale di Santo Stefano a Vienna, p. Toni Faber, invitato al pensionamento.
Il problema a cui il vescovo, Jose Grünwild, pone attenzione è il vissuto dei preti in ordine alla gestione della propria sessualità e delle relazioni amicali femminili.
Il parroco della cattedrale è figura piuttosto nota nel paese, gode di simpatie nell’ambito dei media, è gradito alla comunità e invitato dai rappresentanti delle istituzioni e della società viennese. Anche molti turisti e visitatori apprezzano il suo servizio.
Il predecessore del vescovo Grünwild, il card. Christoph Schönborn, lo ha nominato parroco della cattedrale a 33 anni nel 1997 e ne ha apprezzato il tatto pastorale e la sua efficace azione di recupero alla Chiesa di molti che si erano allontanati. Si parla di 80-100 persone all’anno.
Il punto critico non è quindi né la pastorale né il patrimonio dogmatico né la comunione ecclesiale. Semmai è il modo con cui p. Faber vive, mostra e giustifica il rapporto e l’amicizia con Natalie Nemec che lui chiama non “compagna di vita”, ma “carissima amica”, una donna «che mi difende sempre e che io difendo».
È nota la critica di Faber alla norma canonica del celibato. In più occasioni ha chiesto: «il modo di vivere il sacerdozio cattolico deve necessariamente rimanere legato per sempre al celibato?». Una nuova disciplina ecclesiastica come un più ampio riconoscimento alle donne farebbe bene alla Chiesa. Ha apprezzato l’approccio pastorale di papa Francesco e del sinodo ai divorziati risposati e agli omosessuali. Riconosce come centrale, nel vissuto e nell’identità presbiterale, il compito della missione, dell’annuncio del Vangelo.
La sua esposizione pubblica sollecita i media che ne sottolineano la partecipazione agli appuntamenti dell’alta società viennese, compreso l’annuale ballo dell’opera. Ma non mancano di ricordare il sequestro della patente per guida in stato di ebbrezza nel 2009, l’esposizione in duomo di un’opera artistica di un seguace di Scientology e le sue frequentazioni della buona borghesia cittadina.
Stile e ragioni
Il vescovo Grünwild, la cui nomina recente è stata molto gradita a Vienna e in Austria, lo stima e lo apprezza ma non condivide il suo stile di vita: «Ha trovato una soluzione riguardo il celibato che trovo difficile da accettare. Stiamo discutendo per trovare una soluzione».
La distanza fra i due è relativa. Anche l’arcivescovo, pur difendendo il celibato come un «ottimo stile di vita» sanamente percorribile anche oggi, è consapevole che nella storia non sempre è stato così e che la discussione, soprattutto in ordine ai “viri probati”, è del tutto legittima, come auspicabile un riconoscimento maggiore per il ruolo della donna nella Chiesa.
«Se prendiamo seriamente i risultati del recente sinodo – ha detto – alcune indicazioni, tradizioni e norme canoniche dovranno cambiare». Ciò che non può accettare è che il singolo presbitero trovi la propria soluzione a prescindere da ciò che la Chiesa indica, pur avendone liberamente accettato le norme al momento dell’ordinazione. La proposta pratica di un pensionamento allo scadere dei trent’anni di servizio sembra diventare percorribile.
La discussione sul vissuto del sacerdote attraversa da decenni le Chiese del Centro-Nord Europa e ha lacerato intere generazioni di presbiteri. Posso ricordare l’“appello alla disobbedienza” di 300 parroci in Austria e in diversi paesi nel 2011 che, davanti al rifiuto e all’inerzia di Roma, affermavano l’obbligo morale di muoversi in maniera autonoma sul fronte dei divorziati risposati, sulle celebrazioni domenicali senza prete, sulla predicazione dei laici, sul servizio pastorale delle donne.
Scrivevano: «Infine, ci sentiamo solidali con quei colleghi che, a causa del loro matrimonio, non possono più svolgere il loro ministero, ma anche con quelli che, nonostante una relazione, continuano a fornire il loro servizio come preti. Entrambi i gruppi con la loro scelta, seguono la loro coscienza».
Il precipitare della crisi numerica dei preti negli ultimi anni, la perdita di credibilità legata agli abusi, la sofferta consapevolezza delle “compagne dei presbiteri”, l’enorme distanza rispetto alla cultura civile condivisa rendono precario il pur centrale richiamo alla coerenza interiore e alla profondità della fede.
A questo si può aggiungere l’effetto distorsivo prodotto dall’info-sfera e dai media e il vincolo-risorsa dell’universalità del cattolicesimo. Un caso che rilancia il problema.






Complimenti a quei preti che hanno il coraggio di rompere le abitudini tradizionali e sanno porsi con disinvoltura e libertà di fronte a uno stile di chiesa che stenta ad estinguersi. La gerarchia quando avrà il coraggio di cambiare la regola (ecclesiale e non divina) del celibato e di lasciare la libertà di scelta al candidato al presbiterato? Guardiamo maggiormente ai fratelli ortodossi e alle chiese cattoliche latine di rito orientale; mentre il celibato è evangelico e significativo nella vita monastica.
Non vedo cosa ci sia di male per un prete ballare con una donna durante un ricevimento pubblico: certo non è l’approccio tradizionale, ma non mi pare nemmeno il motivo per la sua rimozione dall’ufficio parrocchiale. Se poi è capace di attrarre cento persone all’anno, gli andrebbe data la medaglia d’oro. La sola nota che stona è l’abito: date le circostanze, sarebbe stata una scelta migliore e di stile quella di indossare la talare nera con fascia.