Messori, Bultmann e il Novecento teologico

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Ci sono omaggi che illuminano una figura. E omaggi che, senza volerlo, la mettono in controluce. La ripubblicazione, lo scorso 11 aprile, su Vita e Pensiero online di un articolo di Vittorio Messori dedicato alla Vita di Gesù Cristo (1941) di Giuseppe Ricciotti appartiene, con ogni probabilità, a questa seconda categoria — e proprio per questo merita di essere discussa, non elusa.

Sia detto subito, senza ambiguità: ricordare Messori è non solo legittimo, ma doveroso. È stato una figura di rilievo della cultura cattolica italiana del secondo Novecento, capace di intercettare un pubblico ampio e trasversale, spesso distratto o disinteressato da riflettere sulla fede cristiana. Il suo merito è stato quello di riportare la questione religiosa nello spazio pubblico, con un linguaggio accessibile e narrativamente efficace. Anche chi non ne ha condiviso le posizioni, sostanzialmente apologetiche e conservatrici, non può non riconoscerne l’impatto.

Proprio per questo, però, la scelta del testo da riproporre non è neutra.

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Il rinvio all’attività culturale di Ricciotti merita sicuramente attenzione. La sua opera resta un classico di un certo cattolicesimo colto a metà del Novecento, capace di coniugare erudizione e intento apologetico, con l’intento di unire la ricerca storica alla fede, difendendo la storicità dei vangeli canonici.

Tuttavia, il vero cuore del saggio messoriano non è la riabilitazione di Ricciotti, consegnato a una stagione ormai conclusasi con Dei Verbum: è invece una polemica serrata contro Rudolf Bultmann. Ed è qui che il testo, oggi, scricchiola vistosamente, mostrando tutta la distanza dal dibattito teologico contemporaneo.

Il punto non è – banalmente – difendere Bultmann. La sua proposta di Entmythologisierung ha conosciuto critiche profonde, anche interne alla sua scuola; la distinzione tra «Gesù della storia» e «Cristo della fede» è stata più volte ripensata e ricomposta, anche nel mondo protestante. Ma ciò che nel testo di Messori colpisce è il modo in cui questa complessità viene ridotta: non a una posizione discutibile, ma a una caricatura.

Bultmann vi appare come il simbolo di una modernità intimidita, quasi paralizzata di fronte al progresso tecnico – un esegeta che, per così dire, tremerebbe davanti alle «lampadine a filamento». Ora, una simile rappresentazione non è una critica: è una semplificazione polemica, efficace sul piano retorico, ma debole su quello storico-teologico.

Ed è qui che il limite emerge con maggiore chiarezza.

Messori non era un teologo né un esegeta, né pretendeva di esserlo. Era – nel senso più proprio del termine – un divulgatore. Ma proprio la forza della divulgazione, quando entra in dialogo (o in conflitto) con un intero paradigma esegetico, rischia di trasformarsi in scorciatoia: il dibattito si contrae, le posizioni si irrigidiscono, le sfumature scompaiono.

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Entrando più nel merito, ciò che nel testo messoriano risultava ieri come oggi problematico è lo schema sotteso: da una parte una fede «di buon senso», immediatamente accessibile e storicamente accertabile; dall’altra una critica storico-esegetica sospettata di dissolvere il Vangelo nella pura analisi. È una semplificazione che ha avuto fortuna – e che spiega in parte il successo di Messori – ma che non regge più alla luce della ricerca degli ultimi decenni.

Il Novecento esegetico, infatti, non è stato un incidente di percorso. È stato un laboratorio drammatico e fecondo, in cui la fede cristiana ha imparato a misurarsi con la storia, con il linguaggio, con le forme culturali della modernità. In questo laboratorio, Bultmann — con tutte le sue unilateralità – resta una figura maggiore. Come ogni studioso di vaglia le sue tesi possono essere discusse e contestate, tuttavia, non può divenire un bersaglio polemico da liquidare con una battuta ad effetto.

C’è poi un’ironia, che non può sfuggire a un lettore appena smaliziato. Nel tentativo di difendere la storicità dei Vangeli, Messori finisce per proporre una lettura della storia dell’esegesi sorprendentemente poco storica: selettiva, polemica, quasi militante. È proprio qui che la ripubblicazione del testo solleva una questione.

Se si tratta – come dichiarato – di un omaggio, allora sarebbe stato forse opportuno accompagnarlo: contestualizzarlo, segnalarne il carattere datato, indicarne i limiti. Non per censurarlo, ma per restituirlo alla sua verità storica. Perché un testo degli anni Ottanta, letto senza mediazioni, rischia di riattivare schemi interpretativi che il dibattito teologico ha da tempo superato o almeno profondamente riformulato.

E tuttavia, proprio questa scelta – discutibile, ma non illegittima – offre un’occasione preziosa. Non tanto per aprire un processo editoriale, quanto per riaprire una discussione di merito. Perché la questione sollevata da Messori, al netto delle semplificazioni, resta ancora oggi decisiva: come tenere insieme la storicità dei Vangeli e la loro interpretazione nella coscienza moderna?

Forse è questo il punto su cui vale la pena insistere.

Non si tratta di difendere Bultmann contro Messori, né di opporre accademia e divulgazione. Si tratta piuttosto di evitare che il confronto si riduca a una alternativa troppo semplice: o la fede immediata, o la critica dissolvente. Il Novecento teologico – nel bene e nel male – ci ha insegnato che la fede, per restare tale, deve attraversare la complessità, non aggirarla.

In questo senso, l’omaggio di Vita e Pensiero finisce per produrre un effetto inatteso: non tanto quello di fissare un ricordo, quanto quello di riaprire una questione. E forse, a ben vedere, è proprio questo il modo più serio di fare memoria.

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Un commento

  1. Angela 27 aprile 2026

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