
Diretti da Denis Villeneuve, i primi due capitoli cinematografici di Dune, usciti rispettivamente nel 2021 e nel 2024, rappresentano uno dei progetti cinematografici più ambiziosi della fantascienza moderna.
Il regista canadese, che si era già imposto nel genere con Arrival e Blade Runner 2049 è riuscito a tradurre la complessità letteraria del capolavoro in sei volumi del 1965 scritto da Frank Herbert in un’opera visiva maestosa, barbarica, profondamente politica senza trascurare importanti motivi ecologici e teologici.
L’ultimo capitolo della trilogia uscirà nelle sale il 18 dicembre prossimo ed è già stato reso disponibile un primo trailer che sottolinea gli aspetti drammatici e oscuri dell’episodio conclusivo. Considerata inadattabile, l’epopea di Herbert ha avuto un solo precedente cinematografico nel 1984 ad opera di David Lynch, lavoro visionario ma frammentario che non riusciva a tenere insieme i molti fili della complessità letteraria del romanzo.
L’opera di Villeneuve offre molti spunti di riflessione ma sembra acquisire ancor più chiarezza estetica e narrativa se vista sotto la luce di un’altra pellicola che ha segnato la storia del cinema e che ispirò lo stesso Herbert per la stesura del suo romanzo, Lawrence d’Arabia (1962) diretto da David Lean.

Un film che merita di essere riscoperto per la sua perfezione visiva ma soprattutto per la sua critica feroce e anti-romantica al mito del salvatore bianco, all’abominio coloniale, ad ogni pretesa di assoluto che rivela solo, in ultima istanza, la follia della guerra e il desiderio dell’essere umano di essere di più di quello che è: ombra fugace nello scorrere implacabile del tempo, tassello insignificante nel susseguirsi di epoche e imperi.
Per capire il parallelo tra le due pellicole è bene fare una breve sintesi dei film di Villenueve. Il primo capitolo di Dune è un’ampia introduzione geopolitica, psicologica e teologica dell’universo narrativo e dei personaggi.
Il film segue le vicende il giovane Paul Atreides, erede di una nobile casata, gli Atreides appunto, trasferita dall’imperatore sul pianeta desertico Arrakis. Il pianeta è l’unica fonte dell’intero universo della Spezia, una sostanza fondamentale per i viaggi interstellari e lo sviluppo della coscienza umana. Il primo film si chiude con il tradimento dei rivali storici degli Atreides, gli Harkonnen, lo sterminio del casato di Paul, la fuga sua e della madre Jessica nel deserto, dove incontreranno i Fremen, i nativi di Arrakis.
Il secondo film esplora la trasformazione di Paul. Egli infatti si integra tra i Fremen, impara le loro usanze e si innamora di una nativa. Paul diventa gradualmente una figura messianica per la popolazione locale, guidando una guerriglia spietata contro gli oppressori Harkonnen. La pellicola culmina in una guerra santa che porta Paul a rovesciare il potere imperiale, accettando un destino oscuro che lui stesso temeva.

Con il personaggio di Paul Atreides Herbert aveva l’obiettivo di mostrare come anche un leader animato delle migliori intenzioni possa finire per trascinare l’umanità in una spirale di fanatismo religioso, guerre e distruzione.
Le profezie che vedono in Paul il salvatore non sono dettate da rivelazioni divine, sono invece il frutto di una sorellanza che detiene il controllo del sapere teologico e che ha instillato per secoli falsi miti nelle popolazioni primitive per sfruttarli un giorno a proprio vantaggio. Il film non celebra il trionfo del Messia che Paul si convince di essere, ma ne mostra il lato oscuro: l’ascesa di Paul scatena una guerra santa carica di attese millenaristiche in cui saranno però destinati a morire miliardi di persone.
Oltre a questi temi Dune è anche una grande metafora ecologica e geopolitica che trova evidenti paralleli nei conflitti mondiali nati attorno al controllo delle risorse energetiche. Arrakis è di fatto un equivalente del Medio Oriente, la Spezia è una metafora di quelle fonti energetiche sulle quali il mercato globale fonda il suo modello economico: chi controlla la Spezia controlla l’economia e la tecnologia dell’Impero.
Proprio come le potenze occidentali hanno storicamente invaso e destabilizzato il Medio Oriente per il controllo delle risorse petrolifere — o come oggi si scontrano per il litio o le terre rare necessaire alla creazione dei semiconduttori —, così l’Impero e gli Harkonnen sfruttano Arrakis ignorando brutalmente la popolazione locale e l’equilibrio del pianeta.

Visivamente e concettualmente, la resistenza dei Fremen richiama i conflitti asimmetrici mediorientali (dalla rivolta araba contro i turchi fino ai conflitti moderni in Iraq e Afghanistan). I Fremen utilizzano il deserto come arma, nascondendosi nel sottosuolo, impiegando tattiche di guerriglia e sabotaggio contro le enormi mietitrici di Spezia ed effettuando attacchi suicidi o imboscate contro un esercito indubbiamente superiore ma incapace di muoversi nell’ambiente desertico. Nel quadro delle crisi globali e dei recenti conflitti geopolitici, il Dune di Villeneuve dimostra come la scarsità di risorse e l’estremismo religioso formino un circolo vizioso distruttivo.
Come dicevamo all’inizio è impossibile parlare di Dune senza parlare di Lawrence d’Arabia di David Lean, un capolavoro che ha influenzato lo stesso Frank Herbert nella scrittura del romanzo e che Denis Villeneuve ha utilizzato come principale riferimento visivo, simbolico e tematico per i suoi film. É interessante notare inoltre che il colossal di Lean aveva già fatto capolino, come bussola visiva e tematica, in un’altra grande saga di fantascienza, quella di Alien.
All’inizio del discusso Prometheus (prequel di Alien) di Ridley Scott, l’androide David, incaricato di supervisionare la buona riuscita del viaggio – mentre l’equipaggio umano è immerso nel sonno criogenico –, viene mostrato mentre guarda ossessivamente alcune scene di Lawrence D’Arabia, ripetendone anche le battute. Inoltre non sembra essere un caso che David sia del tutto somigliante al Lawrence interpretato da Peter O’Tool: biondo, il volto glabro, quasi artificiale e sopratutto bianco. David infatti si concepisce come un salvatore, superiore all’uomo che ne rappresenta la copia imperfetta e impura, si convince di essere l’unico mediatore tra l’antica cultura aliena e il mondo perfetto che intende creare con esiti abominevoli.

Sia Lawrence d’Arabia che Dune condividono lo stesso archetipo: un giovane occidentale colto ed eccentrico viene inviato nel deserto, un mondo a lui estraneo. Entrambi si affascinano della cultura dei nativi (i Beduini per Lawrence, i Fremen per Paul), ne adottano i costumi, imparano a sopravvivere all’ambiente estremo e finiscono per guidarli in una rivolta contro un oppressore comune (i turchi nel primo caso, l’Impero Harkonnen nel secondo). Tuttavia, sia Lean che Villeneuve offrono una critica spietata di questa figura archetipale.
Lawrence si illude di avere unito le diverse tribù sotto un’unica bandiera ma alla fine non è altro che una marionetta nelle mani delle potenze coloniali (Gran Bretagna e Francia) e viene abbandonato quando non è più utile. La sua leadership ha portato a massacri brutali, portandolo più volte al limite della follia.
Paul Atreides fa un passo oltre: sa fin dall’inizio che il mito del salvatore è una menzogna artificiale creata dalla sorellanza, ma realizza la profezia perché sa che potrà garantirgli la vendetta che cerca.

Se Lawrence agisce per idealismo ed ego, Paul procede per istinto di sopravvivenza e vendetta. Paul non è un salvatore che libera un popolo; è un elemento esterno che cavalca il fanatismo di quel popolo per distruggere i propri nemici, pur sapendo che questo causerà un’apocalisse galattica.
L’altro grande protagonista di entrambi i film è il deserto. Esso non è solo uno scenario, ma una forza personale schiacciante, spirituale e al contempo letale. Sia Lawrence che Paul subiscono una metamorfosi spirituale e psicologica nel deserto, che è certamente luogo della decostruzione delle vecchie forme, di trasformazione e purificazione, ma è anche potenzialmente pericolosissimo.
I santi andranno nel deserto per cercare Dio e contemporaneamente essere tentati da diavolo, il rinnovamento spirituale offerto dal vuoto dello spazio desertico è sempre accompagnato dalla possibilità del mostruoso.

Studiando la storia delle religioni e affascinato proprio dalla figura storica di T.E. Lawrence, Herbert notò che i deserti della Terra erano stati la culla delle più grandi religioni monoteiste con tendenze fortemente escatologiche. Capì che un ambiente aspro e spietato forgia popoli incredibilmente resilienti ma crea contemporaneamente il terreno ideale per la nascita di miti messianici. Il deserto è il grado zero di ogni forma, è l’espressione massima del terrore provocato dal vuoto.
In questo senso la pellicola di Lean è ancora più potente, simbolica e drammatica del Dune di Villeneuve. Lawrence ha bisogno di sentirsi destinato a qualcosa di più ma scopre che egli non è nient’altro che un uomo sospeso sempre tra estasi e follia. Il Lawrence di Lean è fortemente anti-romantico: avventuriero dell’assoluto, Lawrence non è tanto vittima della sua ambizione ma della sua incapacità di scoprirsi umano se non troppo tardi, dopo aver scoperto cioè il peso della propria auto-elezione a messia.
D’altra parte, l’illusione di Lawrence, quella di non essere ciò che in realtà è, un uomo come tutti, illusione che lui crede essere la sua forza, è chiara fin dalle battute del film in cui il personaggio viene introdotto. Lawrence è conosciuto dagli altri ufficiali per essere colto, eccentrico e anche goffo; Lain con una maestria assoluta riesce a dare una profondità al personaggio mostrandolo in tutta la sua ambiguità nel giro di un paio di scene.
Lawrence è solito fare un gioco, accendere un fiammifero che riesce a tenere tra le dita finché non si spegne. Un altro ufficiale, divertito, tenta la stessa magia ma bruciandosi domanda stizzito a Lawerence: ma come diavolo fa? «Il trucco, William Potter, è non badare al fatto che fa male».

Questa scena ci dà un quadro della persona di Lawrence, la sua ascesa e la sua caduta, poter tenere in mano un fiammifero che brucia è possibile solo se neghiamo la realtà del dolore provocato dalle fiamme. Della stessa negazione si nutrirà la pretesa di potere di Lawrence, che da liberatore misericordioso del popolo arabo dovrà riconoscersi violento carnefice come chiunque intraprenda azioni di guerra e conquista.
Nel film di Lean, dopo aver conquistato Damasco Lawrence si scontra con l’incapacità dei beduini di gestire una transizione politica e con il cinismo dei diplomatici britannici che riprendono il controllo del territorio e delle sue risorse; l’indipendenza araba si dilegua nei palazzi del potere. In Dune, Villeneuve mostra lo stesso identico cinismo: i Fremen credono di combattere per la propria libertà e per la terra promessa, ma in realtà la vittoria di Paul non porta alla liberazione di Arrakis, ma alla sua sostituzione come nuovo Imperatore. I Fremen smettono di essere un popolo oppresso per diventare l’esercito di un nuovo dittatore.

Se Lawrence d’Arabia è la storia di un uomo che cerca di farsi Dio per un popolo non suo, finendo schiacciato dai giochi di potere dei governi che lo hanno manipolato, Dune di Villeneuve aggiorna la stessa storia amplificandone alcuni aspetti, quello religioso ed ecologico in primis.
Ci mostra che il salvatore venuto da un altro mondo non è la soluzione, e che quando la fede religiosa incontra il desiderio di controllare una risorsa energetica vitale per il sostentamento dell’impero, il risultato non potrà mai essere la libertà, ma una nuova e più aberrante forma di imperialismo.





