Sorelle

di:

camille claudel

«Consentitemi di immaginare cosa sarebbe successo se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, di nome Judith, diciamo». Inizia così il famoso apologo con cui Virginia Woolf, nel saggio Una stanza tutta per sé, insegue l’ombra immaginaria di Judith Shakespeare.

Breve storia (non tanto immaginaria) di Judith Shakespeare

La storia di Judith comincia con il fratello William che frequenta la scuola, impara il latino, conosce Ovidio, Virgilio ed Orazio, e poi, spinto dalla sua inclinazione per il teatro, se ne va a Londra in cerca di fortuna; lei, invece, benché altrettanto talentuosa e non meno affamata di scoprire il mondo, essendo una femmina non viene mandata a scuola, perciò non può studiare la grammatica e la logica e, men che meno, avvicinarsi ai grandi autori del passato. Anzi, se solo prendeva in mano qualche libro del fratello, immagina Woolf, subito i genitori le ricordavano le calze da rammendare e lo stufato da controllare.

Promessa in moglie, ancora adolescente, al figlio di un vicino mercante di lane, Judith cercò in tutti i modi di protestare e ribellarsi, ma inutilmente. Allora una notte fece un fagottino con le sue cose, si calò dalla finestra e s’incamminò verso Londra. Rapido e triste l’epilogo della vicenda: il talento per il teatro la spinse a bussare alla porta degli attori; in poco tempo si ritrovò incinta del capo-comico, e così «– chi può misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando si trova prigioniero e intrappolato in un corpo di donna? – si uccise, una notte d’inverno, e venne sepolta a un incrocio, là dove ora si fermano gli autobus, presso Elephant and Castle».

Il breve racconto di Virginia Woolf può essere riletto come una sorta di esperimento sociale: cosa succede se un fratello e una sorella, parimenti dotati dal punto di vista delle capacità e dell’ambizione, manifestano entrambi il desiderio di esprimere e portare a fioritura i propri talenti?

Il tragico finale della storia di Judith Shakespeare, morta suicida in una scura notte londinese, fa sintesi in modo icastico del pensiero di Virginia Woolf: tra Judith e William, è indubbio che solo a William la sorte e la storia avrebbero concesso di manifestare e non reprimere il proprio genio, mentre alla sorella Judith non sarebbe rimasto che diventare pazza per la tortura inflittale dal suo talento.

L’esperimento sociale di Woolf parte da un lavoro di immaginazione, e lì si ferma. Ma quante volte l’immaginazione è superata dalla realtà?

Si chiamava Paolina Leopardi

Si chiamava Paolina Leopardi ed era nata a Recanati, nel grande palazzo di famiglia, il 5 ottobre 1800, terzogenita dopo Giacomo, nato nel 1798, e Carlo, nato nel 1799.

Tutto quello che c’è da sapere sulla famiglia dei conti Leopardi e sul peso avuto nella formazione della personalità di Giacomo – la rigidità anaffettiva della madre Adelaide, le manie bibliofile del padre Monaldo, il formalismo religioso, la reclusione della vita e dei pensieri – è raccontato con dovizia di dettagli in qualsiasi manuale di storia letteraria italiana ad uso delle scuole superiori. Se poi si voglia approfondire anche soltanto un poco l’argomento, tutto un universo di studi biografici e psicoanalitici è subito pronto a spalancarsi.

Paolina è sempre presente in questi racconti biografici, come inseparabile compagna di giochi e di studi, confidente e alleata, nonché fedele copista degli scritti dell’amato fratello. Ma quando Giacomo prende le distanze dalla famiglia e recide i legami con Recanati, la sorella scompare dalle narrazioni, come se di lei non ci fosse più nulla da dire, come se il suo ruolo, necessariamente da comprimaria, non potesse che giocarsi tutto e solo nella breve manciata di tempo degli anni di formazione del poeta.

È qui, allora, che assume un ruolo determinante il lavoro di ricerca svolto da studiosə sensibile alla questione dei cosiddetti gender studies o women studies, studiosə cioè, che non danno per scontato il canone letterario ma, attivando percorsi di scavo ai margini e nelle zone d’ombra della tradizione, riescono a portare alla luce e a rivelare ciò che troppo spesso dalla tradizione è stato silenziato e ridotto a sedimento privo di visibilità.

Per restituire corpo a Paolina Leopardi, decisivo è stato il percorso di riappropriazione della sua figura di scrittrice, condotto in particolare da Elisabetta Benucci, filologa e storica della letteratura che, attraverso lo studio e la pubblicazione delle lettere e dei lavori di traduzione e di scrittura della contessa Leopardi, ne ha fatto emergere il nitido profilo di donna intelligente, colta e appassionata, dal pensiero vivace, nutrito di vastissime letture.

 Casa Leopardi

«Il paese dove vivo io è casa Leopardi; e voi sapete meglio di me come vi si vive. In somma io sono disperata». Scriveva così Paolina a Giacomo nel 1823. Soffocata dalla famiglia e dai condizionamenti sociali che, in quanto donna, gravavano su di lei ancor più che sul fratello, in gioventù Paolina aveva coltivato la speranza di poter uscire dalle opprimenti maglie familiari attraverso il matrimonio.

I genitori diedero corso a svariate trattative per combinarle uno sposalizio che potesse mantenersi all’altezza delle prerogative familiari nobiliari, senza risultare eccessivamente dispendioso sul piano della dote. Ma Paolina non era bella ed aveva una vastissima cultura, il che rendeva ancor più difficile la sua collocazione sul mercato matrimoniale.

Alcune trattative giunsero quasi fino agli accordi conclusivi, tanto che nel 1821 Giacomo dedicò alle presunte imminenti nozze della sorella la famosa canzone «Nelle nozze della sorella Paolina». Ma tanto questa trattativa quanto le successive si ridussero ad un nulla di fatto.

La disillusione e il sentirsi oggetto impotente di transizioni matrimoniali di cui lei non aveva nessuna parte scavarono nell’animo di Paolina un senso di profonda amarezza, riversata a piene mani nelle lettere inviate al fratello e a numerosi corrispondenti; alcune relazioni epistolari furono strette proprio per il tramite di Giacomo che, prima del trasferimento definitivo a Napoli, era stato ospite in diverse città italiane.

Grazie a Giacomo, Paolina entra in contatto con le sorelle modenesi Anna e Marianna Brighenti, musiciste che incontrerà di persona soltanto nel 1864 e con le quali manterrà una corrispondenza trentennale, e con Antonietta Ferroni Tommasini, animatrice di un vivace salotto intellettuale a Bologna.

Scrive a Marianna Brighenti, nel luglio del 1831:

«Io vorrei che tu potessi stare un giorno solo in casa mia, per prendere una idea del come si possa vivere senza vita, senza anima, senza corpo. Io conto di esser morta da lungo tempo; quando perdei ogni speranza, dopo aver sperato tanto tempo inutilmente, allora morii, ora mi pare di essere divenuta cadavere, e che mi rimanga solo l’anima, anch’essa mezza morta, perché priva di sensazioni di qualunque sorta».

E ad Antonietta Ferroni, nel 1832:

«Antonietta mia, voi non avete idea affatto di quanto si può patire in una posizione come la mia, in un paese orrido ed odiatissimo senza avere alcuna rimembranza piacevole del passato, con un presente che uccide, e con l’aspetto di un avvenire desolante! No, non è possibile che voi ne abbiate alcuna idea, o almeno credereste che in tal modo non si possa vivere – Ebbene, io vivo in questa atmosfera con un cuore ardente ma sempre costretto a raffreddarsi, con un’anima ch’era sensibile ma che la cattiveria degli uomini e l’esperienza della vita ha renduto torpida e dura; io vivo, ma qualche volta non so se sono più viva o no, ed infinite volte poi vorrei non esserlo».

L’amarezza e la disillusione, poco alla volta, cedono il passo alla rassegnazione. Paolina riesce a trovare una ragion d’essere nella collaborazione alle imprese editoriali del padre che, accanito reazionario, dal 1832 al 1835 pubblica con un discreto successo la rivista Voce della Ragione. Per la rivista la contessina, che maneggia il francese come fosse la propria lingua madre, traduce dal francese articoli di argomento vario – politica, religione, economia, educazione, costume, musica, attualità, scienze, letteratura – e scrive pezzi che, però, non firma a proprio nome, per il riserbo e la natura schiva che la caratterizzano.

In quegli stessi anni cura la traduzione dal francese di un breve romanzo, il Viaggio notturno attorno alla mia camera di Xavier de Maistre, e in francese scrive una biografia di Mozart, pubblicata anonima nel 1837. In entrambi i lavori si coglie la simpatia di Paolina per vicende umane che esprimono genialità e resilienza.

Il riscatto

Nel 1847 muore il conte Monaldo. Di lì a dieci anni, nel 1857, è la volta di Adelaide, la madre. Per Paolina, divenuta usufruttuaria dell’intero patrimonio familiare, inizia la stagione del riscatto. Paradossalmente, proprio il fatto di non essersi sposata e di non avere vincoli coniugali le permettono una libertà che altrimenti non avrebbe potuto conoscere. Può finalmente indossare colorati abiti signorili – non più il nero luttuoso che l’aveva accompagnata fin dall’infanzia –, e può realizzare il suo sogno di uscire da Recanati per conoscere il mondo, viaggiando per tutte le città italiane: un viaggio all’anno ogni anno, fino alla morte che la coglierà a Pisa nel marzo del 1869.

paolina

A Firenze si fa ritrarre dai celebri fratelli Alinari: seria, elegante e distinta nell’abito di seta a riquadri scozzesi, un libro in grembo, lei che non aveva passato un giorno della sua vita senza leggere, la contessa Paolina Leopardi consegna a questo ritratto fotografico la sua immagine di donna autonoma e realizzata.

A testimonianza di questa nuova, felice fase della sua esistenza, restano le lettere indirizzate a Teresa Teja, seconda moglie del fratello Carlo. A Teresa scrisse, nel 1865: «Io mi diverto, mi pare di essere un’altra, e più giovane e più fresca.»

Sulle tracce di Marianna Montale

Se la vulgata scolastica permette di intravedere, per quanto in controluce, la figura di Paolina Leopardi, facilitando il compito di chi, desiderosə di conoscerla meglio, si mette in cerca di notizie su di lei, diversa è la situazione quando ci si voglia dedicare alla sorella di Eugenio Montale. In primo luogo, bisogna sapere che è esistita.

Le biografie montaliane presenti sulle antologie scolastiche raramente entrano nel merito del legame del poeta con la sorella Marianna. Io l’ho scoperta quasi per caso, perché un recente manuale di letteratura accennava all’importanza da lei avuta nel sostenere la vocazione letteraria del fratello. Un breve, fuggevole accenno.

Ma, come insegna il metodo dell’esegesi del sospetto maturata nell’ambito della teologia femminista, se un nome femminile viene riportato, anche solo di sfuggita, in una tradizione declinata esclusivamente o prevalentemente al maschile, sicuramente in quel nome sono racchiuse narrazioni, non funzionali al canone, che la tradizione vuole in qualche modo ridimensionare o tacitare. Diventa importante, perciò, porsi in atteggiamento interrogativo di fronte al testo, cercando di aprire itinerari che attraversino le zone buie del non detto. È stato così che mi sono messa sulle tracce di Marianna Montale.

Amicizie di penna

Quasi cento anni separano la data di nascita di Paolina da quella di Marianna, nata nel 1894. Cento anni che abbracciano un secolo di trasformazioni decisive per l’Italia: il Risorgimento, la conquista dell’unità, la fine dello stato della Chiesa, la prima ondata femminista e la messa a tema dei diritti civili anche per le donne, l’elaborazione di un sistema scolastico statale e l’introduzione dell’obbligo scolastico, prima biennale e poi triennale, per i bambini e le bambine.

Se la vastissima cultura della contessa Leopardi è frutto della sua condizione sociale nobile e della ambizione del padre Monaldo, che assicurò anche a lei, come ai due fratelli maggiori, la possibilità di avere accesso ad una istruzione di eccellente livello nella fornitissima biblioteca familiare, il percorso di studi di Marianna Montale è figlio dei tempi nuovi dell’Italia di inizio Novecento.

I Montale, agiata famiglia della media borghesia genovese, erano titolari di una ditta che commerciava prodotti chimici. Dei cinque fratelli Montale i primi tre, maschi, erano stati impiegati nell’impresa di famiglia; Marianna, quartogenita e unica femmina, aveva conseguito il diploma da maestra; Eugenio, nato due anni dopo Marianna, nel 1896, si era diplomato ragioniere.

Marianna era una ragazzina di grande intelligenza, con una profonda sensibilità poetica, desiderosa di studiare. Per il tramite del giornalino settimanale Il Collodi, cui era abbonata, intrecciò un’amicizia di penna con la coetanea fiorentina Ida Zambaldi. Lungo un arco temporale di trent’anni le due amiche si scambiarono centinaia di lettere, che testimoniano la spiccata sensibilità letteraria di Marianna, la maturità dei suoi giudizi critici su opere e autori della letteratura, la sicurezza delle sue scelte letterarie.

All’adolescenza risale un singolare esperimento editoriale, che fa intravedere quali potessero essere gli spazi di espressione degli interessi letterari femminili agli inizi del Novecento. Da un’idea di Teresa Feltrinelli, figlia del ricco imprenditore milanese Giuseppe, era nato Lucciolina, un mensile autoprodotto di cui Marianna divenne redattrice responsabile nel 1911. La realizzazione del mensile contava sulla collaborazione di giovanissime socie provenienti da diverse regioni italiane, ciascuna delle quali realizzava un lavoro – poesie, brevi racconti, dipinti, fotografie, ricami – da inviarsi alla caporedattrice entro il 20 di ogni mese. Marianna rilegava il tutto e il «numero» così completato veniva quindi spedito, di socia in socia, a tutte le collaboratrici, finché non faceva ritorno a Marianna.

I doveri di una signorina per bene

Il desiderio di dedicarsi alla poesia è forte. Ma in una famiglia borghese di primo Novecento i compiti e i doveri di una signorina per bene non hanno nulla a che fare con le aspirazioni letterarie; benché nelle sue lettere dichiari in tutta sincerità di preferire il leggere e lo scrivere al cucire e al rammendare, anche a Marianna, come all’immaginaria Judith Shakespeare di Virginia Woolf, i genitori continuamente ricordano che, in quanto femmina, il suo principale dovere è prendersi carico delle faccende domestiche.

Nonostante lo scarso appoggio della famiglia, Marianna insegue, però, il sogno di iscriversi all’Università e così, dopo il diploma magistrale, con grande determinazione consegue la maturità classica come privatista. Può, quindi, accedere al corso di Laurea in Filologia moderna, da cui passerà poi a Filosofia. Sono anni intensi, ricchi di studi e di riflessioni, di discussioni su libri, filosofi e poeti, ma anche di confronto sui temi della religione e della spiritualità.

marianna montale

Marianna è una ragazza disponibile e generosa e, a partire dagli anni difficili della guerra, diventa sempre più un riferimento imprescindibile per la famiglia e per i fratelli. È lei a cogliere e incoraggiare la vocazione letteraria del fratello minore: gli suggerisce i libri da leggere, gli passa i suoi appunti di filosofia. Le scrive Eugenio nel 1917 da Parma, dove sta frequentando il corso allievi ufficiali:

«Finché ero a casa non avrei mai immaginato che tu rappresentassi tanto per me. Ora invece. Come a Oleggio, non faccio che pensare a te, tu sei diventata il centro dei miei pensieri. Come chi dicesse la mia ragione di vivere».

Nonostante riesca a completare tutti gli esami universitari e ad iniziare il lavoro della tesi, Marianna rinuncia a laurearsi. Lei, che nelle lettere non aveva mai manifestato aspirazioni matrimoniali, accetta di sposare il vedovo della sua carissima amica Claudia Albano, morta lasciando orfani cinque figli.

Nel giugno 1925 Eugenio Montale pubblica Ossi di seppia, a novembre dello stesso anno Marianna sposa Luigi Vignolo. Per il fratello è l’inizio di un lungo, fecondo cammino dedicato alla poesia, per la sorella quello della vita da benestante signora borghese, tutta dedita ai figli e alla famiglia.

Ammalatasi gravemente nella primavera del 1938, Marianna muore nel mese di ottobre. Dei suoi sogni giovanili di scrittura e poesia resta traccia nelle lettere e nel materiale custodito, per volontà della figlia Claudia Vignolo, nel Fondo Marianna Montale presso l’Archivio di Stato di Milano.

Camille Claudel, arte e follia 

«Non ci vuole un grande acume psicologico per essere sicuri che una ragazza di grande talento, che avesse cercato di usarlo per far poesia, sarebbe stata così ostacolata e impedita dagli altri, così torturata e dilaniata dai propri istinti contraddittori, da finire sicuramente per perdere la salute e la ragione».

La piana constatazione posta da Virginia Woolf a conclusione della storia (immaginaria) della sorella di Shakespeare si attaglia alla perfezione alla vicenda umana e artistica della scultrice Camille Claudel.

Se il talento creativo di Paolina Leopardi e di Marianna Montale trovò in qualche modo possibilità di sublimarsi, per Paolina attraverso l’impegno profuso a sostegno delle iniziative editoriali paterne, per Marianna nell’abnegazione e dedizione alla famiglia, Camille Claudel è il tragico esempio di come, per una donna, il genio possa arrivare a tradursi in vera e propria condanna.

camille claudel

Siamo in alta Francia, alla metà dell’Ottocento, in una normale famiglia borghese. Louis Prosper Claudel è un funzionario statale, Louise Cécile Athanaïse Cerveaux è figlia di un medico. La loro primogenita, Camille, nasce nel 1864; seguirà Louise nel 1866 e poi finalmente un maschio, Paul, nel 1868.

Fin da bambini Camille e Paul dimostrano di avere personalità forti, segnate da una spiccata originalità. Camille già a sei anni crea piccole sculture con l’argilla, Paul ha un animo incantato e poetico. Accompagnare i talenti di Paul non sarà difficile; dopo aver frequentato con successo gli studi liceali, il giovane Claudel intraprenderà una brillante carriera diplomatica che, lungo più di quarant’anni, lo porterà in vari paesi del mondo come console e ambasciatore di Francia. Nel frattempo si sposerà, avrà sei figli e riuscirà a coltivare con successo la propria vena poetica, dedicandosi soprattutto ad opere teatrali dal forte afflato religioso. A coronamento della sua fama, ormai quasi ottantenne, nel 1946 verrà nominato accademico di Francia.

Nel 1946 Camille era morta ormai da tre anni, nel manicomio di Montdevergues, nei pressi di Avignone, dove aveva vissuto in isolamento gli ultimi trent’anni della sua vita. Nessuno della sua famiglia, men che meno il fratello Paul, aveva partecipato al suo funerale.

Il valzer di Camille

Louis Prosper Claudel aveva intuito il genio della figlia. Durante l’adolescenza le aveva assicurato dei buoni insegnanti privati nella loro cittadina di provincia, ma sapeva bene che, per aspirare a grandi traguardi, era necessario andare a Parigi. Solo nella capitale, infatti, esistevano atelier in cui anche alle donne veniva offerta la possibilità di studiare il nudo dal vivo.

La via della scultura era, fra le strade dell’arte, una delle più ostiche per le donne: maneggiare strumenti e materiali pesanti richiedeva notevole fatica fisica e il costo elevato della materia prima – marmo, bronzo – imponeva di disporre di commesse che ne supportassero in anticipo la spesa. Inoltre alle donne veniva precluso, per lunga tradizione basata su ragioni di decenza, lo studio del nudo, pratica fondamentale per acquisire e perfezionare la padronanza tecnica indispensabile per il raggiungimento delle vette dell’arte.

Ma nella Parigi di fine Ottocento qualcosa cominciava a cambiare; nell’Accademia privata Colarossi anche le donne potevano esercitarsi sul nudo dal vivo. La famiglia Claudel si trasferì, dunque, nella capitale, e Camille iniziò il suo apprendistato presso l’Accademia Colarossi.

A Parigi Camille incontrò lo scultore Auguste Rodin, più anziano di lei di ventiquattro anni. Fra i due artisti ebbe inizio un’intensa storia d’amore, appassionata e tormentata. Rodin conviveva da molti anni con una donna che non aveva sposato, ma che gli aveva dato un figlio; Camille, che aspirava alla libertà ma non riusciva a sfidare fino in fondo le convenzioni del mondo borghese e cercava di evitare conflitti aperti con la famiglia, continuò a vivere con i genitori, mentre aspettava, inutilmente, che Rodin troncasse la relazione con Rose Beuret.

camille claudel

A La Valse, del 1883, la scultrice affidò il compito di rappresentare la miracolosa e precaria perfezione dei legami sentimentali: l’opera, forse ispirata anche dall’amicizia con il musicista Claude Debussy, immortala il divino istante in cui una coppia di danzatori vive un instabile equilibrio vibrante di movimento. La leggerezza dell’attimo sospeso, della pelle fremente e delle vesti che si allargano come vele si contrappone alla pesantezza e al realismo dei corpi nudi, la cui sorprendente sensualità mise a disagio la critica, combattuta tra ammirazione e senso di disgusto per un’opera che, uscita dalle mani di una donna, esprimeva senza reticenze un così esplicito erotismo.

Rodin aveva promesso, ma non riusciva a risolversi. Fu Camille, perciò, ad allontanarsi. Quasi certamente la decisione fu motivata anche da un aborto, che aveva lasciato in Camille un profondo senso di prostrazione e di solitudine: la doppia morale del tempo faceva ricadere solo sulla donna la catastrofica responsabilità di aver concepito un figlio fuori dal matrimonio.

Nel 1893 la rottura era definitiva. Rodin aveva cinquantatré anni, Camille ventinove.

L’onda

Nei dieci anni successivi Camille si impegnò con tutta sé stessa per dimostrare la propria originalità di artista. Sarà un decennio di grande potenza espressiva, che metterà però a dura prova il suo equilibrio mentale. Paul, divenuto console a Boston, era partito per gli Stati Uniti e Camille si ritrovava a Parigi completamente sola e con poco, pochissimo denaro a disposizione.

Iniziò a vagare per le strade della città, parlando tra sé e sé. Osservava la vita nelle strade e poi la traduceva in bozzetti.  Se la monumentalità contraddistingueva Rodin, lei iniziò a scolpire figure piccole, quasi schiacciate dall’ambiente circostante: nella Vague, del 1897, tre donne si tengono per mano e giocano spensierate, senza accorgersi dell’onda mostruosa che le sta travolgendo.

l'onda

L’onda della follia lambisce la mente di Camille, la fragilità psichica comincia a divorarla. Nutre diffidenza nei confronti di chiunque, soprattutto è ossessionata da Rodin, pensa che lui le voglia rubare le idee e le opere. Comincia un tempo di disagio interiore, di disperazione e di morbose fantasticherie al limite del delirio.

La vita disordinata di Camille insudicia il buon nome della famiglia. La madre e la sorella prendono le distanze. Soltanto il padre si dispera per lei, vorrebbe aiutarla, riprenderla in casa; capisce che l’isolamento aggrava le sue condizioni mentali e le impedisce di ritrovare la normalità. Ma la madre rifiuta tassativamente di vederla. E Camille si ritrova sempre più povera, sempre più sola e malata.

Louis-Prosper Claudel morì il 2 marzo 1913. Il 10 marzo Camille fu prelevata dal suo atelier di Quai Bourbon dagli infermieri del manicomio di Ville-Évrard, poco distante da Parigi. Senza opporre resistenza e senza scandali, come scrisse il fratello Paul che aveva assistito al prelevamento. La richiesta di internamento era stata firmata dalla madre due giorni prima.

Nel 1914 scoppiò la guerra. Poiché il manicomio di Ville-Évrard si trovava sul tragitto dell’avanzata tedesca, Camille venne trasferita nel manicomio di Montdevergues, vicino ad Avignone, dove rimase fino alla morte, avvenuta il 19 ottobre 1943.

Non si arrabbiava mai

Era gentile, non si arrabbiava mai, ricorderà una delle infermiere. Si è spenta dolcemente, scrisse a Paul il cappellano dopo i funerali. A più riprese, nel corso di quei lunghi trent’anni, i medici si erano detti pronti a dimetterla, ma né la madre né il fratello presero mai in considerazione quest’ipotesi. Vecchi amici del mondo dell’arte avevano cercato di raggiungerla per via epistolare, ma gran parte della corrispondenza fu intercettata dall’ospedale e archiviata.

Trent’anni in manicomio. Il tempo trascorre sempre uguale, in compagnia dei gatti, seduta su una panchina o nel chiuso della propria stanza, a scrivere lettere e suppliche, disperate ma piene di dignità. Camille aspetta, aspetta sempre. In trent’anni la madre e la sorella non vanno neanche una volta a trovarla, rare sono le visite di Paul.  L’ultima nel settembre del 1943, un mese prima della sua morte. Davanti alla sorella morente, che pure lo riconosce e lo chiama, inizia a farsi strada in lui un senso di rimorso. Siamo sicuri di avere fatto, i miei genitori e io, tutto quello che potevamo per lei?, annota nel diario. Ormai è tardi.

Camille viene sepolta in un lembo di terra del cimitero di Montfavet riservato al manicomio di Montdevergues. Sulla sua tomba un’anonima indicazione numerica: 1943-392. Quando, nel 1962, sette anni dopo la morte del padre, il figlio Pierre si informò per traslare il corpo della zia nella tomba di famiglia del villaggio natale, il comune di Avignone rispose che già dieci anni dopo la morte la salma era stata trasferita in una fossa comune, dal momento che nessun famigliare se ne era più interessato.

Pochi giorni dopo il suo internamento a Ville-Évrard, il 21 marzo 1913, Camille aveva scritto al cugino Charles Thierry:

«Non sono tranquilla, non so cosa mi accadrà; credo che finirò male, tutto ciò mi sembra losco, se fossi al mio posto lo capiresti. Valeva proprio la pena di lavorare tanto e di aver talento per ottenere una simile ricompensa. Mai un soldo, torturata in tutti i modi, per tutta la vita. Privata di tutto quanto fa la felicità di vivere e poi finire così».

L’arte di Camille Claudel fu rivelata al grande pubblico solo quarant’anni dopo la sua morte, con una grande retrospettiva inaugurata al museo Rodin nel 1984. Da allora la sua fama ha iniziato a diffondersi in tutto il mondo.

Bibliografia

Elisabetta Benucci, Vita e letteratura di Paolina Leopardi, Le Lettere, 2020

Lettere di Paolina Leopardi a Teresa Teja dai viaggi in Italia (1859-1869), a cura di Lorenzo Abbate e Laura Melosi, Introduzione di Gloria Manghetti, Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux, 2019

Paolina Leopardi, Viaggio notturno intorno alla mia camera, traduzione dal francese dell’opera di X. de Maistre, e altri scritti, A cura di Elisabetta Benucci, Osanna, 2000 in https://www.liberliber.it/online/autori/autori-m/xavier-de-maistre/viaggio-notturno-intorno-alla-mia-camera/

Lettere da casa Montale (1908-1938), a cura di Zaira Zuffetti, Milano, Àncora, 2006

https://archiviodistatomilano.cultura.gov.it/fileadmin/risorse/Patrimonio_archivistico/Fondi_e_Inventari/M/MARIANNA_MONTALE-AD_50.pdf

https://www.italianisti.it/pubblicazioni/atti-di-congresso/la-letteratura-degli-italiani-rotte-confini-passaggi/Cardinale%20Eleonora_1.pdf

Odile Ayral-Clause, Camille Claudel, Castelvecchi 2008

Camille Claudel, Corrispondenza, a cura di Anne Rivière e Bruno Gaudichon, Abscondita 2020

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Questo sito fa uso di cookies tecnici ed analitici, non di profilazione. Clicca per leggere l'informativa completa.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici ed analitici con mascheratura dell'indirizzo IP del navigatore. L'utilizzo dei cookie è funzionale al fine di permettere i funzionamenti e fonire migliore esperienza di navigazione all'utente, garantendone la privacy. Non sono predisposti sul presente sito cookies di profilazione, nè di prima, né di terza parte. In ottemperanza del Regolamento Europeo 679/2016, altrimenti General Data Protection Regulation (GDPR), nonché delle disposizioni previste dal d. lgs. 196/2003 novellato dal d.lgs 101/2018, altrimenti "Codice privacy", con specifico riferimento all'articolo 122 del medesimo, citando poi il provvedimento dell'authority di garanzia, altrimenti autorità "Garante per la protezione dei dati personali", la quale con il pronunciamento "Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento del 10 giugno 2021 [9677876]" , specifica ulteriormente le modalità, i diritti degli interessati, i doveri dei titolari del trattamento e le best practice in materia, cliccando su "Accetto", in modo del tutto libero e consapevole, si perviene a conoscenza del fatto che su questo sito web è fatto utilizzo di cookie tecnici, strettamente necessari al funzionamento tecnico del sito, e di i cookie analytics, con mascharatura dell'indirizzo IP. Vedasi il succitato provvedimento al 7.2. I cookies hanno, come previsto per legge, una durata di permanenza sui dispositivi dei navigatori di 6 mesi, terminati i quali verrà reiterata segnalazione di utilizzo e richiesta di accettazione. Non sono previsti cookie wall, accettazioni con scrolling o altre modalità considerabili non corrette e non trasparenti.

Ho preso visione ed accetto