Sulla Gazzetta Ufficiale del Governo greco è stata pubblicata la disposizione legislativa che riforma il regime salariale dei più alti prelati della Chiesa di Grecia, con entrata in vigore il 1º luglio 2026. La nuova normativa riguarda esclusivamente l’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, i metropoliti in carica e titolari, nonché i vescovi ausiliari e titolari, senza incidere sulla retribuzione dei semplici parroci.
Le nuove retribuzioni
Con il nuovo sistema, poiché i vescovi sono considerati dipendenti dello Stato, come parametro di riferimento per la determinazione delle loro retribuzioni viene assunto lo stipendio mensile del segretario generale di Ministero, che attualmente ammonta a 5.191 euro lordi.
Nello specifico:
(1) L’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, insieme ai metropoliti in carica e titolari, percepirà il 90% di tale importo, ossia 4.671,90 euro lordi mensili. Un aumento di quasi il 100% rispetto allo stipendio percepito finora.
(2) I vescovi titolari e ausiliari saranno retribuiti con il 70% dello stipendio dei metropoliti, portando la loro retribuzione mensile lorda a 3.270,33 euro.
La disposizione prevede, inoltre, che, oltre a tali retribuzioni, non sarà concessa alcuna indennità aggiuntiva né altra prestazione economica. A partire dal 1º luglio 2026, la corresponsione degli stipendi dei vescovi avverrà esclusivamente sulla base del nuovo quadro salariale.
La posizione della Chiesa
La pubblicazione della disposizione ha suscitato un acceso dibattito pubblico, sia riguardo all’entità delle nuove retribuzioni sia riguardo al momento della loro applicazione.
Rispondendo alle reazioni, il portavoce del Santo Sinodo Permanente, il metropolita di Polianì e Kilkìs, sua eminenza Bartolomeo, ha diffuso un comunicato scritto nel quale parla di inesattezze, interpretazioni errate e perfino di deliberata distorsione dei dati.
Come sottolinea il comunicato, la retribuzione del clero non costituisce un trattamento privilegiato della Chiesa da parte dello Stato, ma rappresenta un risarcimento storico e permanente per il vasto patrimonio monastico sottratto ai sacri monasteri nel periodo 1833-1952, senza – come viene evidenziato – un indennizzo pieno ed equo.
Secondo il comunicato, tale patrimonio è stato utilizzato per finalità di pubblica utilità, contribuendo alla fondazione di università, ospedali e altre infrastrutture di interesse collettivo, oltre che al reinsediamento di contadini, profughi, persone prive di terre e piccoli coltivatori.
La Chiesa sostiene che il recente intervento legislativo non introduce alcun nuovo privilegio per i vescovi, ma riporta la loro retribuzione all’interno del quadro generale previsto per i più alti funzionari pubblici.
Come viene evidenziato, nell’ordinamento giuridico greco il grado di responsabilità e il ruolo istituzionale di ciascun funzionario si riflettono anche sul piano retributivo; per questo motivo gli stipendi dei vescovi sono collegati ai corrispondenti livelli salariali della pubblica amministrazione.
Nello stesso comunicato si fa riferimento ad articoli e interventi pubblici che, secondo il Santo Sinodo, si basano su calcoli errati o su una distorsione dei dati. Viene, inoltre, rivolto un appello affinché il dibattito pubblico si svolga nella verità, nella giustizia e nel rispetto reciproco, evitando esagerazioni e interpretazioni fuorvianti.
Un riferimento particolare viene fatto all’opera pastorale della Chiesa, evidenziando che il servizio quotidiano a favore delle persone bisognose costituisce parte integrante della missione dei pastori e viene svolto con discrezione, secondo l’evangelico: «Quando fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra».
Forti reazioni nella società
Nonostante i chiarimenti forniti dalla Chiesa ortodossa, la decisione del Governo ha suscitato un intenso dibattito pubblico sia riguardo ai rapporti tra Chiesa e Stato sia riguardo alle priorità della politica economica.
Il Governo sostiene che la disposizione rappresenta una razionalizzazione del sistema salariale e un allineamento delle retribuzioni dei vescovi a quelle dei più alti funzionari statali. Tuttavia, il momento scelto per la sua applicazione è divenuto il principale motivo di critica.
Per una parte significativa dell’opinione pubblica, l’aumento è considerato socialmente inopportuno, poiché avviene in un periodo nel quale ampi strati della popolazione continuano ad affrontare un elevato costo della vita, salari modesti e un potere d’acquisto limitato.
Il consistente incremento delle retribuzioni dei vertici della gerarchia ecclesiastica ha alimentato la percezione che le scelte governative non rispondano alle esigenze sociali più urgenti.
Allo stesso tempo, le prese di posizione pubbliche di alcuni metropoliti hanno dimostrato che nemmeno all’interno della Chiesa esiste una piena unanimità. Alcuni gerarchi hanno definito la disposizione giusta e istituzionalmente corretta, sostenendo che essa corregge uno squilibrio salariale esistente da anni.
Altri, invece, hanno espresso riserve, ritenendo che, in un periodo di difficoltà economiche, l’accettazione di aumenti così consistenti non sia coerente con il messaggio di sobrietà, umiltà e solidarietà sociale che la Chiesa è chiamata a testimoniare.
Una questione che va oltre l’aspetto economico
È probabile che la questione rimanga al centro dell’attenzione anche nei prossimi mesi, poiché supera l’aspetto puramente economico. La nuova disposizione, infatti, riporta in primo piano il dibattito, mai sopito, sul finanziamento della Chiesa da parte dello Stato greco, sul fondamento storico della retribuzione del clero e sul grado di separazione tra Chiesa e Stato.
Si tratta di un tema che suscita accese contrapposizioni politiche e sociali, da decenni, poiché coinvolge sia questioni storiche ancora aperte sia diverse concezioni contemporanee del ruolo delle due istituzioni. Indipendentemente dalle differenti sensibilità politiche o religiose, appare evidente che decisioni di questo tipo influenzano il dibattito pubblico e alimentano una più ampia riflessione sul rapporto tra Stato e Chiesa nella Grecia contemporanea.
Va, infine, ricordato che mentre l’intero clero della Chiesa ortodossa è retribuito dallo Stato greco, i sacerdoti cattolici non ricevono alcun sostegno economico pubblico né beneficiano dell’assistenza sanitaria garantita ai loro confratelli ortodossi. Il loro sostentamento, così come la copertura previdenziale e assistenziale, ricade interamente sulla rispettiva diocesi e sul proprio vescovo.





