
San Dumitru Stăniloae, nato a Vlădeni il 16 novembre 1903 e morto a Bucarest il 4 ottobre 1993, è stato uno dei più importanti teologi ed ecumenisti ortodossi del XX secolo. All’età di 27 anni, nel 1930 sposa sua moglie, Maria, poi viene ordinato diacono e sacerdote. Nel 1931 nascono i gemelli Maria e Dumitru; Dumitru muore pochi mesi dopo. La terza figlia Lidia nasce nel 1933 dando alla luce l’unico nipote ancora vivente, Dumitru Horia Ionescu.
Straordinario impegno ecumenico
La ricchezza della riflessione teologica di Stăniloae iniziò ad essere riconosciuta fuori dalla Romania grazie alle diverse onorificenze che egli ricevette, in particolare quelle legate ai titoli di “doctor honoris causa” che gli vennero conferiti dalla Facoltà di Teologia di Salonicco (1976), dall’Istituto Teologico “Saint Serge” di Parigi (1981), dalla Facoltà Teologica di Belgrado (1982), dall’Università di Atene (1991) e dall’Università di Bucarest (1992).
Ma ciò che oggi rende ancora più noto il suo genio spirituale e teologico, accolto oramai non solo all’interno della Chiesa ortodossa rumena, ma nel contesto più vasto dell’intera cristianità, è lo straordinario impegno ecumenico a cui egli si dedicò con un’assiduità impressionante, soprattutto a partire dal 1963 (anno della sua liberazione dalla detenzione inflittagli dal regime comunista).
La sua passione per l’ideale ecumenico era talmente forte che i primi anni che seguirono la sua scarcerazione li consacrò totalmente ad un approfondito studio di tutti i documenti prodotti dal Concilio Vaticano II. L’intento di Stăniloae fu quello di farli conoscere all’interno dei circuiti accademici ortodossi.
Non vi è dubbio che proprio lui fu tra i primi commentatori non cattolici dei documenti conciliari e tra i primi ad averne colto la portata ecumenica, che certo non poteva rimanere relegata alla sola ricezione cattolica. Fu proprio per questo che egli si impegnò a farne conoscere su larga scala il contenuto, non rinunciando, da parte sua, anche a numerose osservazioni critiche soprattutto inerenti alla questione del primato petrino e della sua infallibilità, ma anche al rapporto tra sacra Scrittura e Tradizione.
Per la sua apertura al dialogo ecumenico anche con le Chiese della Riforma, gli vennero conferiti il premio internazionale Dr. Leopold Lukas dalla Facoltà di Teologia Evangelica di Tubinga (1980) e anche l’onorificenza della Croce di Sant’Agostino di Canterbury, a Londra, a nome del Primate d’Inghilterra (1981).
L’interesse di san Stăniloae per l’ecumenismo iniziò tuttavia molto prima del 1963, si potrebbe dire che esso caratterizzò in qualche modo i suoi anni di formazione al sacerdozio e ciò gli permise, come pochi altri, di entrare già in giovane età in contatto diretto con i maggiori rappresentanti delle confessioni cristiane presenti in Europa, promuovendo con essi un sincero rapporto di scambio e arricchimento reciproco che poi si intensificò particolarmente negli anni ’60/’80.
Le radici della passione per l’ecumenismo
Di fronte a questa particolare sensibilità ecumenica, coltivata tra l’altro in un contesto di regime comunista, vi è da chiedersi: cosa ha condotto san Dumitru ad intraprendere un cammino verso l’unità in modo così categorico?
La risposta va cercata nel contesto culturale che accolse la crescita e lo sviluppo spirituale di san Dumitru. Nelle testimonianze della figlia Lidia e del nipote Dumitru Horia Ionescu possiamo vedere quanto fosse stato importante per san Dumitru l’esperienza di fede vissuta nel suo paese natale, un piccolo villaggio di montagna, Vlădeni, dove, fin dall’infanzia, imparò il valore delle relazioni fraterne semplici e autentiche e l’armonia con la natura come forme di comunione con il Creatore di tutto e di tutti.
Con questo anelito per Dio, profondamente iscritto nel suo cuore, scelse in un primo momento di studiare la teologia a Cernăuți, desideroso di ritrovarvi un nutrimento per la sua fede. Purtroppo, nel contesto accademico di Cernăuți trovò solo una teologia astratta, fredda, molto razionale, una teologia scolastica secondo il modello tedesco, che allontanava troppo Dio dal mondo.
Amareggiato da tale fredda impostazione, rinunciò agli studi di teologia recandosi poi a Bucarest per studiare lettere e filosofia. Gli studi umanistici, privi di un orizzonte di fede, tuttavia, non saziarono la sua sete di verità, così nel 1924, incoraggiato stavolta dal metropolita Nicolae Bălan di Ardeal ritorna alla Facoltà di Teologia di Cernăuți.
Il metropolita lo fece riflettere sull’importanza di accettare la formazione lì offerta, incoraggiandolo ad elaborare una teologia a cui far seguire una divulgazione popolare della fede cristiana ai fini della ricostruzione di un’umanità nuova, non solo all’interno della Chiesa ortodossa ma anche oltre i suoi confini istituzionali.
Fu così che san Dumitru si riappassionò sempre più alla teologia, maturando il desiderio di contribuire a costruire ponti di comunione tra gli uomini. Nel 1927 si laureò in Dogmatica, sostenendo un anno dopo anche la tesi dottorale.
Una teologia esistenziale
Ciò che san Dumitru cercava era una teologia esistenziale, più ancorata nella realtà concreta della vita del popolo di Dio, una teologia viva e partecipativa, capace di portare l’uomo alla comunione vera con Dio ma anche ad una comunione con tutti i suoi fratelli e sorelle nella fede. A tal fine, imparò il russo e il francese, studiando il pensiero di Serghei Bulgakov e Pavel Florenskij. Attraverso di loro ebbe modo di entrare in contatto anche con i grandi pensatori occidentali come Kant, Hegel e Schopenhauer. Successivamente si dedicò allo studio del greco così da poter approfondire ad Atene gli scritti dei Santi Padri.
Ma ad Atene, come a Cernăuți, trovò purtroppo lo stesso modo scolastico ed eccessivamente razionale di fare teologia, da lui stimato senza nessun legame con la concretezza della vita del popolo di Dio.
Decide di estendere i suoi orizzonti di ricerca andando a Monaco di Baviera e, tra gli anni 1928-1929, studiò lì la teologia cattolica, protestante e bizantina. Così entrò in contatto diretto anche con la teologia di Yves Congar, Hans Urs von Balthasar, Karl Barth, san Gregorio Palamas, che ebbe modo di approfondire tra 1929-1930 a Berlino, a Parigi e a Costantinopoli.
La teologia prediletta da san Dumitru negli anni giovanili faceva appello all’umiltà e all’autenticità di un pensiero consapevole dei suoi limiti e della sua incompletezza.
A suo avviso, la vera teologia non poteva basarsi solo sulla precisione delle argomentazioni umane, seppur riferite ai contenuti della rivelazione divina. La vera teologia richiede che il Mistero rimanga Mistero e che Dio non si esaurisca nel pensiero su di Lui. Solo una teologia di questo tipo poteva aprire spiragli per la valorizzazione del dialogo interconfessionale, ma anche poteva contribuire a ricercare la verità in modo più esistenziale, più vicino al vissuto concreto delle persone.
In un mondo dominato da ideologie e grandi discorsi, solo una teologia umile che rispetta il Mistero, che non pretende di esaurirlo, può ricordare ai credenti delle diverse Chiese che la razionalità non può essere separata dall’esperienza della grazia e dall’amore tra le persone. Solo così si può evitare di creare pensieri artificiali, lontani da Dio e dalla realtà da Lui creata.
Così, cercando incessantemente un equilibrio tra le varie posizioni teologiche e soprattutto cercando la Verità alla quale tutte si riferiscono, nella sua pubblicistica interbellica Dumitru Stăniloae dedicò numerose pagine alla teologia cattolica e protestante occidentale, dando alla luce numerosi articoli sia nella prestigiosa e assai diffusa rivista Telegraful Român, che nelle riviste Gândirea, Revista Teologică, Ortodoxia, Studii Teologice, Glasul Bisericii, Biserica Ortodoxă Română. In essi appare un approccio costruttivo con la teologia occidentale del XIX-XX secolo, aperto alla conoscenza e al dialogo, nonché allo scambio di esperienze.
Dal 1929 sino al 1947, Stăniloae viene incaricato come docente di teologia, prima sostituto, poi provvisorio e poi ordinario all’Accademia Teologica di Sibiu. Successivamente viene incaricato come rettore della medesima accademia.
Anche da docente egli si è confrontato spesso con il modo rigido di fare teologia, proponendo, da parte sua, una teologia viva, dinamica, partecipata, nella quale l’ideale di un’umanità in cammino verso l’unità costituiva il centro del pensare teologico ed ecumenico. Fu così che egli raccomandò ai teologi e agli studenti ortodossi di conoscere pure la teologia delle altre confessioni e propose scambi d’esperienza con varie università dell’Europa, come Mirfield (Inghilterra) o Friburgo (Germania).
Nel 1934 diventa direttore della rivista teologica Telegraful Român, incarico mantenuto sino al 1945. Nella sua rivista, ma anche nelle riviste teologiche ufficiali della Chiesa Ortodossa Rumena, egli pubblica più di 65 articoli sull’ecumenismo.
Ospita pure articoli importanti offerti dal suo amico ecumenista padre Dumitru Veștemean, sulla settimana di preghiera per l’unità dei cristiani e anche su diversi aspetti esperienziali dell’anglicanesimo e del cattolicesimo.
Nel 1947 “chiede” le dimissioni e si trasferisce a Bucarest per insegnare teologia ascetica e mistica della Facoltà di Teologia. Nel 1948 il dipartimento viene abolito e san Dumitru è nominato docente di teologia Dogmatica e simbolica solo per i dottorandi. È l’anno in cui, ad Amsterdam, il movimento ecumenico fu riconosciuto da quasi tutte le confessioni cristiane e si costituì la prima Assemblea del Consiglio Mondiale delle Chiese con sede a Ginevra.
In carcere un’esperienza di comunione
Negli anni che precedettero l’incarcerazione, avvenuta nel settembre del 1958, Dumitru Stăniloae assunse un modo di pensare irenico ed ecumenico di cui si era fatto promotore sin dall’inizio della sua carriera accademica. Il suo pensiero ecumenico ruotava intorno alla verità dell’amicizia. Così egli scrive nel 1956:
Che promuovere la fiducia e l’amicizia tra le persone sia un comandamento divino per i cristiani, lo vediamo dalla Sacra Scrittura e dalla Sacra Tradizione. Secondo la Sacra Scrittura, l’amicizia è un legame speciale tra uomo e uomo, all’interno della comunità generale sostenuta dall’amore di coloro che la costituiscono […]. C’è qualcosa di veramente santo nella fiducia dell’amico nell’amico. In essa l’uomo supera sé stesso, la sua paura dell’uomo come nemico, apre l’uomo all’uomo, stabilisce un’unità naturale e benefica.
Egli fu convinto che questa unità delle persone e dei popoli nella loro diversità, non annullasse la loro identità. Tanto che egli sintetizzò l’insegnamento della sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa sull’importanza dell’amicizia quale via privilegiata di pace.
Nel 1958 conclude il suo studio sulla Teologia dogmatica e simbolica, ma il suo nome non appare sulla copertina del volume poiché viene arrestato e incarcerato dal regime comunista per 5 anni.
Nella prigione, ha vissuto un’esperienza di reale comunione di preghiera e di pensieri con i fratelli cattolici e protestanti. San Dumitru aveva ben compreso, proprio nell’esperienza del carcere che l’amore è l’unico vero fondamento per la riconciliazione tra le Chiese e che le “separazioni” si collocavano più a livello istituzionale che interpersonale. Esse sono il frutto di una chiusura delle singole Chiese in sé stesse, la drammatica conseguenza del venir meno del dialogo tra i credenti ad immagine del dialogo trinitario.
Il ritorno alla “scuola” della comunione divina fu per san Dumitru l’intuizione di fondo di tutta la sua teologia successiva alla scarcerazione.
Aveva compreso che il nostro Dio non è solitudine assoluta, ma comunione perfetta: egli è Padre, Figlio e Spirito Santo, tre Persone unite dall’amore. Solo l’amore trinitario ci insegna che ognuno di noi può scoprire sé stesso solo attraverso la relazione con Dio e con il prossimo e solo attraverso il dono di sé, come accade nella vita trinitaria, in cui ogni Persona e dono per le altre. Le Chiese non possono vivere l’una senza l’altra, così come le Persone della Santissima Trinità non sono al di fuori della comunione. Solo quando si impara ad amare con l’amore trinitario, si superano le ferite della storia, si superano le opposizioni.
La liberazione dal carcere, avvenuta nel gennaio 1963, rappresentò una svolta importante nel pensiero di san Dumitru. La sua visione ecumenica si aprì ancora di più, grazie anche ai diversi incontri ecumenici promossi in tutta Europa e in America a cui partecipò assiduamente.
Un dialogo inter-cristiano
Il 1963 è l’anno in cui pubblica importanti articoli sul movimento ecumenico e l’unità dei cristiani. Come ho ricordato, sarà il primo ortodosso che scriverà importanti commenti sui documenti ufficiali dal Concilio Vaticano II. Nel 1965, fa conoscere agli ortodossi soprattutto il documento sull’ecumenismo ”Unitatis redintegratio”.
Nel 1967 scrive un ampio studio sulle Coordinate dell’ecumenismo dal punto di vista dell’Ortodossia, poi, nel 1970, Unità e diversità nella Tradizione Ortodossa (inglese ’72, italiano ’73 secondo l’inglese) e nel 1971 pubblica il più importante studio sull’ecumenismo: Sobornicità aperta.
Il metodo di padre Dumitru Stăniloae offre una grande opportunità al trialogo, perché apre le verità teologiche della fede ad una nuova conoscenza interconfessionale, attraverso il dialogo tra cattolici, ortodossi e protestanti. La sua teologia rimane affascinante anche per l’uomo di oggi perché è aperta, nella propria saldezza offerta dalla Tradizione biblica e patristica, alle aspirazioni verticali-orizzontali della persona umana in comunione.
D’altra parte, nel contesto del dialogo ecumenico, la sua teologia rimane salda nel principio dell’unità della fede come simultaneità del principio dell’amore.
Sempre in questo registro di apertura dialogica inter-cristiana, egli parla della sobornicità aperta e del fatto che c’è una presenza e un’opera della Chiesa al di là dei suoi limiti canonici perché «la Chiesa non è stata fondata come uno Stato con frontiere chiuse, con muri severi, con progetti di dominio su altri popoli».
Attraverso tutto questo, egli non solo riconosce una certa forma di ecclesialità al di là dei limiti canonici della Chiesa ortodossa, ma crea anche aperture teologiche e spirituali per una comprensione dinamica-partecipativa, e, allo stesso tempo, stabile della Chiesa, nel contesto del movimento ecumenico del XX secolo.
Nel 1972 si reca in Vaticano insieme a metropolita di Ardeal, Antonie Plămădeală e incontra personalmente papa Paolo VI. Nello stesso anno, ispirato dall’incontro con il pontefice romano, pubblica un’omelia sull’importanza della preghiera per tutti. Dieci anni dopo, nel 1982 incontra a Monaco di Baviera il card. Joseph Ratzinger nella Commissione mista del dialogo tra cattolici e ortodossi.
Innumerevoli incontri ecumenici
Gli anni 70-80 sono anni di innumerevoli incontri ecumenici, in tutta Europa e in America. In questo contesto, sviluppa amicizie straordinarie con diversi rappresentanti delle varie confessioni presenti in Europa: nell’ambito dell’anglicanesimo con il teologo Donald Allchin; se si volge lo sguardo al contesto riformato tedesco, stringe amicizie con il teologo Jürgen Moltmann, e i teologi luterani Adolf Martin Ritter e Heinz Ioachim Held, uno dei più autorevoli presidenti della Chiesa Evangelica Tedesca. Nell’ambito cattolico, ricordiamo i legami di amicizia con il card. Tomás Špidlík, con padre Michel Van Paris, priore del monastero di Chevetogne, e con don Francesco Strazzari, noto giornalista e redattore.
In un’intervista pubblicata a Parigi nel 1983, Stăniloae riconosce il valore di tutti i modi cristiani di esprimere il Mistero di Dio e della Chiesa, ma mantiene anche una certa consapevolezza della loro inevitabile incompletezza, della loro relatività e, dunque, della necessità di una comunione tra loro che sappia rendere maggiormente ragione dell’unica Verità rivelata.
Prima della caduta comunista, all’inizio del 1989, nell’intervista con il teologo cattolico Strazzari nella sua casa a Bucarest, san Dumitru presentò riflessioni simili, confermando, nonostante l’età, una coerenza di pensiero inaspettata.
Dopo la rivoluzione rumena, dal dicembre 1989, tra gli articoli che egli scrisse per il Telegraful Român, emergono ancora quelli in cui la cultura e la spiritualità rumena vengono da lui presentate come “ponte” tra Occidente e Oriente.
In una delle ultime interviste ecumeniche di cui disponiamo, sempre ad opera di Strazzari, san Dumitru, pochi anni prima di concludere la sua vita terrena, si pronuncia anche a favore del superamento delle dolorose opposizioni legate all’uniatismo, anticipando profeticamente i pronunciamenti del documento ecumenico di Balamand del 1993.
Secondo san Dumitru, la verità, vissuta con amore, non conosce più confini nazionali, culturali o confessionali. L’ecumenismo autentico non è una negoziazione di verità, ma un incontro nella Verità vivente: Cristo. Non siamo chiamati a rinunciare alla profondità della nostra tradizione, ma a condividerla. L’unità non richiede omogeneizzazione, ma amore umile e obbediente. Quando ci avviciniamo gli uni agli altri nella preghiera, nel dolore, nel desiderio di Dio, i confini si dissolvono nella luce della comunione.
Una teologia riempita di preghiera
Nonostante sia stato uno dei più grandi teologi ortodossi del XX secolo, san Dumitru considerava sé stesso come un “teologo-contadino”. Ciò fa ben capire come a Lui importasse mantenere un legame vivo con la vita semplice del popolo credente, senza sentirsi al di sopra di nessuno. In questo atteggiamento egli sviluppa una teologia contemplativa e orientata alla bellezza spirituale, ma anche una teologia della comunione, capace di imparare dalla Santissima Trinità il segreto del dialogo, che potesse aiutare il popolo di Dio a riscoprire la bellezza di una fede che non può fare a meno delle relazioni umane, che si lascia trasformare incessantemente da una carità concreta.
La consapevolezza di questa costante trasformazione a cui siamo chiamati suscita l’umiltà e il desiderio di maturare nella fiducia, perché la presenza di Dio, che raggiunge la nostra coscienza, e che è la Sorgente di ogni relazione ci assicura che Lui non ci abbandona.
Come insegna san Dumitru, la santità crea un dinamismo di crescita nell’esperienza di Dio portando l’umanità intera a raggiungerlo grazie alla testimonianza di coloro che credono. Qui non possiamo non sottolineare che la prima testimonianza è proprio la preghiera che coinvolge tutti e che è rivolta a tutti. Ma non si tratta di una preghiera astratta, bensì di un dialogo con Dio che nasce nella coscienza e che si estende agli atteggiamenti e alle azioni.
Proprio per questo i santi pregano per la salvezza degli uomini, poiché la prima forma di comunione tra noi avviene quando le nostre coscienze si intersecano nella preghiera donata e ricevuta, quando le nostre coscienze si rendono responsabili nei confronti degli altri del loro bene, della loro salvezza. È molto bello quando san Dumitru dice che la luce presente nel volto del santo riflette la comunione che egli vive con le coscienze dei suoi fratelli e sorelle nella fede, per i quali egli si sente responsabile davanti a Dio. Questa è la luce della bontà. La santità è così un continuo progredire dell’umanità in Dio, una crescita nella coscienza divina e nell’immagine di Dio attraverso la comunicazione e la responsabilità verso gli altri.
Secondo san Dumitru, la preghiera non è semplicemente un atto religioso, ma un’esperienza liberante: essa libera l’uomo, lo svincola dalla natura esteriore e da sé stesso (dai condizionamenti interiori, incluse le passioni e l’ego). In tal modo, essa mantiene l’anima aperta a Dio la cui vita è relazione, libertà e amore. Chi non prega rimane prigioniero del mondo naturale e delle passioni che lo caratterizzano.
L’uomo che non prega può credere di essere libero, ma è dominato dal proprio orgoglio, che è una passione sottile e pericolosa, mascherata di autonomia. Se infatti noi non riconosciamo Qualcuno al di sopra della nostra libertà, finiamo con il fare di noi stessi il nostro dio; ma questo è un atto che conduce all’autodistruzione. Scegliere da sé stessi il criterio delle proprie azioni non può che condurre all’idolatria dell’io che rimane confinato in una natura cieca, incapace di vedere la Luce che viene dall’alto.
Secondo san Dumitru, pregare significa andare oltre il proprio ego, superare quella libertà individualistica che spesso equivale all’arbitrio narcisistico. La preghiera, come lui la intende, è un atto supremo di elevazione dell’uomo al di sopra di sé.
Solo entrando in relazione con Dio, noi possiamo conquistare una vera e autentica libertà che ci dona gioia. Nella preghiera, infatti, non ci sottomettiamo servilmente al Signore, ma partecipiamo della sua stessa libertà.
Il Padre che è nei cieli ci tratta come Gesù, ci trasmette il dono di essere figli liberi: liberi di credere, liberi di amare, liberi di sperare, liberi di creare legami di comunione fraterna proprio perché siamo tutti figli dello stesso Padre.
Anche l’ecumenismo è una questione di preghiera, di relazione e di libertà. La libertà autentica, dice san Dumitru, non nasce dall’isolamento, ma dal rapporto con l’altro. Essa non si costruisce dominando gli altri, ma amandoli, nella reciprocità e nel rispetto.
L’isolamento non è segno di libertà, bensì una forma di schiavitù interiore; chi si isola, in realtà, è incapace di liberarsi da sé stesso. La preghiera è il contrario della volontà di dominare. La vera libertà non domina, non esclude, non teme la libertà dell’altro. L’amore puro e disinteressato sostiene e alimenta la libertà reciproca.
È questo il motivo del perché è solo nella relazione con Dio, la cui libertà non può essere minacciata, che io posso assicurare pienamente la mia libertà e la libertà del mio prossimo. Ogni libertà personale diventa una specie di supporto della libertà dell’altro. Solo la libertà dell’altro, se autentica e libera dalle passioni, può rafforzare la mia. La vera libertà fa nascere la libertà dell’altro. Io sento, nella mia libertà, la libertà di colui con il quale sono in relazione. Se io affermo la libertà di un altro, la sua libertà, alimentata da me, alimenta a sua volta la mia libertà. Nella relazione con l’altro, la libertà si moltiplica, non si consuma.
Questi pensieri di san Dumitru sono molto importanti nel contesto delle relazioni ecumeniche, non solo tra le persone appartenenti alle diverse confessioni ma anche tra le Chiese. Un ecumenismo che non includa il dinamismo del rispetto e della libertà dell’altro difficilmente può condurre all’unità.
Nella preghiera per l’unità dei cristiani riconosciamo che siamo chiamati a influenzare liberamente il mondo con tutta la nostra persona unita a Dio. La preghiera ci fa divenire veri figli di Dio, liberandoci dalle catene delle passioni e dell’ego, perché, nella preghiera noi ci doniamo completamente a Lui e Lui si dona totalmente a noi, come il Padre ai suoi figli. E noi abbiamo in noi la libertà dei figli di Dio. Non ci sentiamo dominati da Dio come degli schiavi, ma liberi ed eredi della sua libertà, nati dalla sua libertà e viventi nella libertà.
Umiltà e discrezione
Se andiamo in profondità nella personalità e nella spiritualità di san Dumitru Stăniloae, possiamo sottolineare, in particolare, l’umiltà e la discrezione che hanno caratterizzato tutta la sua vita. Queste virtù non erano presenti in lui come atteggiamenti esteriori, ma scaturivano da un’autentica vita interiore, nutrita dalla preghiera e da una comprensione profonda dell’uomo e di Dio.
Una luce speciale su questa dimensione è offerta da suo nipote, Dumitru Horia Ionescu, che ha avuto una relazione stretta e duratura con il nonno. Nelle sue testimonianze, egli sottolinea come la forza di san Dumitru non provenisse dalla volontà personale, ma da una profonda fede e da un dialogo costante con Dio. La preghiera era per lui un’espressione viva della fede, una forma di comunione discreta e continua con il Divino.
Veramente – come testimoniano tante persone che lo hanno conosciuto – san Dumitru amava la preghiera più di qualunque altra realtà perché in essa egli trovava la gioia del dialogo con Gesù e con il Padre e la capacità di amare lasciandosi guidare sempre dallo Spirito Santo.
La sua profonda umiltà lo portava a non cercare mai attenzione o riconoscimenti, nonostante fosse un teologo di straordinaria statura. Egli era interessato solo a cercare il bene.
Anche la figlia di san Dumitru, Lidia, nei suoi ricordi, offre l’immagine di una famiglia in cui il bene si viveva come normalità, non come qualcosa di eccezionale.
Lidia evoca un’atmosfera familiare molto semplice, in cui la fede si esprimeva naturalmente, senza ostentazione, e in cui la discrezione era il modo naturale di vivere l’amore verso Dio e verso il prossimo. Per Lidia, questa “normalità del bene” era il punto d’incontro tra Dio e il mondo, tra vita spirituale e vita quotidiana, tra familiarità e santità.
La vita condivisa con tanti parenti e amici a Vlădeni insegnò a san Dumitru un modo semplice di essere nel mondo; gli insegno a vivere con serenità, senza conflitti, profondamente radicato nella realtà concreta e, allo stesso tempo, orientato verso la vita spirituale.
Tale esperienza è stata così importante che egli vi è rimasto fedele per tutta la sua esistenza, assumendo uno stile di vita delicato e profondamente spirituale, in cui l’umiltà era fonte di forza e la discrezione segno di una fede autentica. Attraverso questo atteggiamento, ha offerto un modello vivo di vita cristiana, in cui la preghiera, l’amore e la comunione fraterna scaturiscono da un cuore puro e silenzioso.
Il “Breviario esicasta”
Riguardo alla preghiera, si può ricordare il testo Breviario esicasta, molto breve, ma denso di contenuti, pubblicato in diverse lingue: francese 1978, inglese, italiano, tedesco, greco, russo, rumeno, spagnolo.
Esso raccoglie cinque meditazioni che san Dumitru ha predicato durante gli esercizi spirituali ai monaci benedettini del Monastero di Chevetogne (Belgio, 1974), a seguito dell’invito del noto priore padre Michel van Parys, oggi quasi novantenne, che io stesso ho avuto modo di conoscere personalmente alcuni mesi fa.
Nel Breviario esicasta emergono delle profonde riflessioni sulla preghiera incessante, quella che noi chiamiamo la preghiera del cuore, esposte in una prospettiva esperienziale. Con queste riflessioni san Dumitru ci guida verso l’essenza della vita cristiana autentica e la crescita spirituale e ci conduce in un viaggio che inizia con l’umiltà, si evolve nella santità, trova la sua massima espressione nella preghiera, abbraccia la libertà e culmina nel perpetuo fluire del perdono






Nella luce di queste considerazioni, si fa molta fatica a comprendere l’asprezza dei toni e una qualche rozzezza di argomenti usati da padre Staniloae nella sua polemica (unilaterale sul piano dello stile) con il poeta e intellettuale romeno Lucian Blaga. Sarebbe molto interessante un approfondimento puntuale su questo aspetto, ad iniziare dallo stile prima e oltre che dagli argomenti.
La controversia del 1942 tra p. Stăniloae e Lucian Blaga fu ampia: il grande teologo pubblicò il libro *La posizione del signor Blaga nei confronti del Cristianesimo e dell’Ortodossia*, mentre il filosofo romeno scrisse il pamphlet *Dal caso Grama al tipo Grama*, considerato una grande realizzazione nella nostra storia letteraria.
La rivista *Gândirea* pubblicava l’articolo *Sul dogma*, nel quale p. Stăniloae rimproverava a Blaga il tentativo di aver attribuito alla nozione di dogma «un’accezione del tutto non ortodossa, includendo nella sua sfera qualsiasi formulazione antinomica». Il dogma religioso, spiega il teologo, possiede la particolarità di essere «una sintesi di fede e logica», poiché si fonda sulla «fiducia nella parola di Dio».
P. Stăniloae afferma che la filosofia di Blaga è anticristiana, partendo dalla «sua teoria gnoseologica, accompagnata da una corrispondente visione del centro dell’esistenza, ossia il Grande Anonimo». La concezione del filosofo è una forma di agnosticismo, diversa da quella classica proprio per l’accento che pone sul mistero e sulla non-conoscenza creatrice. La teoria del carattere soggettivo di qualsiasi contenuto viene estesa anche al cristianesimo, negando la rivelazione divina su cui esso si fonda. Per Blaga tutte le religioni hanno lo stesso valore. Nella sua filosofia, il parallelismo tra gli elementi interiori ed esteriori dell’uomo non è altro che un’illusione, una modalità attraverso la quale il Grande Anonimo scoraggia l’uomo nel tentativo di conoscerlo. È esclusa la possibilità di qualsiasi forma di rivelazione. Nel cristianesimo, invece, la rivelazione suprema e il carattere personale della Divinità sono dimostrati dall’Incarnazione del Figlio di Dio.
San Dumitru critica la trilogia filosofica del famoso poeta, scrittore e pensatore rumeno Lucian Blaga, ma lo fa nel contesto di una disputa assolutamente accademica.