
Miriam Camerini (Photo – Henri Mrejen)
Attrice, studiosa di ebraismo, cantante e regista, Miriam Camerini vive il dialogo interreligioso non come un esercizio teorico, ma come una pratica quotidiana che attraversa l’arte, lo studio, o anche semplicemente una cena condivisa. Il suo percorso, iniziato nel teatro e approdato nel tempo anche all’insegnamento e alla formazione, mostra come il dialogo nasca dall’esperienza prima ancora che dalle parole. In occasione del prossimo avvio del Corso di Alta Formazione in dialogo interreligioso e relazioni internazionali dell’ISSR “A. Marvelli”, in cui è docente, congiuntamente promosso con l’Università degli Studi della Repubblica di San Marino, ci accompagna dentro un modo concreto e incarnato di intendere l’incontro tra fedi.
- Il suo primo incontro con il mondo del dialogo interreligioso passa dall’arte. Come è iniziato questo percorso?
Nel 2011 ero appena rientrata da Gerusalemme, dopo quattro anni di studio e di lavoro fra teatro e testi ebraici. Il primo spettacolo realizzato al mio ritorno in Italia era in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia e riguardava il contributo degli ebrei italiani al Risorgimento. Non avevo ancora una consapevolezza esplicita di cosa fosse il dialogo interreligioso, ma quel lavoro è stato visto da Claudia Milani, che mi ha poi invitata a portarlo ai Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli. È lì che ho scoperto davvero quel mondo: un luogo in cui l’arte, la fede e il confronto tra tradizioni si intrecciano in modo vivo. Da quel momento non c’è stata più una vera interruzione: le relazioni nate in quel contesto hanno generato nuovi inviti, nuove collaborazioni, nuovi percorsi.
- Che ruolo ha avuto la sua formazione personale e familiare in questo cammino?
Sono cresciuta in una famiglia ebraica osservante, non ultra-ortodossa ma profondamente radicata nella tradizione. Alcune cose non le studi soltanto: le vivi. Le impari a tavola, durante le feste, andando in sinagoga ogni settimana. Ho frequentato la scuola ebraica dall’infanzia fino alla maturità, e questo significa avere una formazione continua, seria, strutturata. In seguito, ho studiato teatro all’università di Milano e poi sono partita per Gerusalemme, dove ho approfondito gli studi biblici e rabbinici in scuole come il Pardes Institute. Tutto questo fa sì che il dialogo, per me, non parta da un sapere astratto, ma da qualcosa che è già incarnato nella vita.
- A un certo punto il dialogo entra anche nell’insegnamento e nella formazione.
Sì, quasi naturalmente. Appena rientrata da Israele ho iniziato a insegnare ebraismo nella scuola media della comunità ebraica di Milano, poi sono arrivati impegni di dialogo: il San Fedele di Milano, con le letture bibliche a due voci, l’insegnamento in istituti di scienze religiose, i corsi e i master in studi interreligiosi. Spesso mi si chiedeva inizialmente di leggere i testi come attrice, poi di spiegare, di accompagnare. È stato un passaggio graduale, ma coerente: il dialogo richiede competenza, studio, ma anche capacità di tradurre i contenuti in esperienza.
Per questo ho sempre creduto molto nello “Shabbat di tutti”, un mio spettacolo nato e prodotto a Mantova per Festivaletteratura nel 2013 e che gira il mondo da allora, un evento sui generis, in cui si invita chiunque a vivere il sabato ebraico. Si accendono le candele, si canta, si mangia insieme, si racconta il senso di quei gesti. È qualcosa che ho fatto in teatri, festival, monasteri, scuole, al Refettorio Ambrosiano di Milano… in molti contesti diversi. Non è una conferenza, non è una lezione: è un’esperienza reale, musicale, teatrale e spirituale, che poi apre naturalmente allo scambio, alle domande, al confronto.
- In questo senso, anche il cibo, la musica, la liturgia diventano linguaggi di dialogo?
Assolutamente sì. In alcune comunità molto internazionali, come quella di Chania, piccola sinagoga salvata dopo la Shoah sull’isola di Creta dove mi trovo ora, dove è nata mia figlia e dove trascorro vari periodi all’anno come rabbina ospite, ogni elemento racconta una storia diversa: le melodie arrivano da tradizioni lontane, i piatti da culture differenti, pur restando all’interno della stessa liturgia. Raccontare queste differenze, farle ascoltare e assaggiare, è già dialogo. Le persone capiscono che una tradizione non è mai monolitica, che è viva, plurale, attraversata da storie. Ho pubblicato un libro intitolato “Ricette e Precetti” (Giuntina 2019): quarantacinque storie e ricette raccontano del rapporto intricato fra cibo e norme religiose ebraiche, cristiane e islamiche.
- Lei ha denunciato negli ultimi tempi una forte battuta d’arresto nel dialogo e nel custodire la memoria. Cosa sta accadendo?
Sì, lo percepisco molto chiaramente, anche nel mio lavoro. Negli ultimi tempi capita sempre più spesso che artisti ebrei non vengano chiamati, o che i loro spettacoli vengano guardati con sospetto, indipendentemente dai contenuti. È come se, improvvisamente, non esistesse più una distinzione tra cultura ebraica e Stato di Israele, o tra identità ebraica e scelte politiche di un governo.
- Nel suo percorso c’è anche lo studio rabbinico. Che significato ha per lei, oggi?
È un percorso importante, che tengo a portare a termine, soprattutto perché riguarda la presenza delle donne nel rabbinato ortodosso moderno. Non ho l’aspirazione di guidare una comunità in senso tradizionale: la mia vita è nomade, per scelta e per lavoro. Ma credo profondamente nel valore di una formazione solida e nel contributo che si può dare anche in modo non istituzionale, sostenendo comunità, insegnando, accompagnando percorsi in diversi contesti europei.
- Perché oggi è importante formarsi seriamente al dialogo interreligioso?
In un tempo così complesso, formarsi al dialogo significa imparare a stare nelle differenze senza semplificazioni, partendo innanzitutto dalla conoscenza profonda della propria identità e religione. Non si può costruire un dialogo senza conoscere bene le varie fedi: non si mettono in relazione realtà che non si conoscono. È questo, secondo me, il valore di percorsi come quello proposto dall’ISSR Marvelli: offrire strumenti per un dialogo che sia competente, profondo e umano. Può essere un corso per tutte e tutti, non solo per addetti ai lavori. In questo momento storico soprattutto i giovani ci offrono un messaggio di speranza: penso ad esempio all’esperienza dell’Amicizia ebraico-cristiana giovani (AECG) che nel suo lavoro unisce amicizia, divertimento ma anche serietà e approfondimento. Questa è la strada da percorrere.






Testimonianza molto positiva, che denota grande apertura mentale e indipendenza, cosa rara nelle persone indottrinate fin dalla più tenera età a un credo religioso: in genere queste persone sono tenacemente chiuse nelle loro convinzioni e per nulla disposte a dialogare con chi non le condivide. Perciò escluderei l’ora di religione nelle scuole e lascerei il confronto interreligioso a un’età più adulta e matura.
È per questo che diventa fondamentale oggi frequentare l’ora di religione a scuola, proprio per conoscere e saper dialogare rispettosamente con le varie fedi professate sempre più anche nei nostri contesti europei