Il test ungherese

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Viktor Orban, Primo Ministro ungherese (Valeria Mongelli / Bloomberg via Getty Images)

La campagna per le elezioni politiche in Ungheria è ormai un affare europeo. Anzi, lo è da mesi, da quando il premier in carica, Viktor Orbán, ha mobilitato i capi di Stato e di governo disposti a spendersi per una sua rielezione: in un video diventato a suo modo celebre ci sono Giorgia Meloni e Salvini, ma anche il premier israleiano Benjamin Netanyahu e la leader di destra francese Marine Le Pen.

Si vota il 12 aprile, ed è un test di rilevanza continentale, forse globale. Per varie ragioni: per la prima volta Viktor Orbán può perdere, nei sondaggi il suo partito Fidesz è dieci punti sotto quello del liberale Peter Magyar, ex esponente di Fidesz riconvertito all’europeismo.

Dopo sedici anni di deriva autocratica, con media e sistema giudiziario sottomessi all’esecutivo, l’Ungheria è ancora capace di una pacifica transizione democratica da un gruppo di potere a un altro?

Oppure scopriremo, un po’ come in Venezuela nelle elezioni truccate da Nicolas Maduro nell’estate 2024, che il rischio della sconfitta è l’innesco della svolta autoritaria finale?

La seconda ragione di interesse delle elezioni ungheresi è l’impatto sul conflitto in Ucraina: negli ultimi quattro anni Viktor Orbán ha agito come alleato di fatto della Russia di Vladimir Putin: ha bloccato tutto quello che ha potuto, rallentato quello che non poteva bloccare.

Ora, grazie al vincolo dell’unanimità su certe decisioni in politica estera, sta tenendo fermo il prestito da 90 miliardi a sostegno della resistenza ucraina deciso a dicembre 2025 dal Consiglio europeo.

Ha anche bloccato il ventesimo pacchetto di sanzioni contro soggetti russi e si batte perché il gas russo torni a fluire verso l’Europa come risposta alla crisi iraniana.

Qualcosa cambierà

Nei giorni scorsi, la testata di inchiesta Vsquare ha pubblicato l’audio di una conversazione intercettata tra il ministro degli Esteri dell’Ungheria Péter Szijjártó e il suo omologo russo Sergey Lavrov. Si capisce che Szijjártó riferisce a Lavrov delle sue attività a Bruxelles, racconta del suo impegno per togliere dalla lista degli individui sanzionati la figlia di un oligarca russo, spiega che assieme all’altro Paese molto filorusso – la Slovacchia – si possono ottenere risultati.

In mezza Europa − Polonia in particolare − rilanciano lo scoop come la conferma definitiva che l’Ungheria agisce contro gli interessi europei su mandato del Cremlino. Il governo ungherese usa la notizia per lanciare l’ennesimo attacco ai media e denunciare la presunta collusione dei giornalisti di inchiesta con servizi segreti stranieri impegnati a boicottare il governo di Orbán.

Il Governo, in realtà, con le sue reazioni ha finito per confermare che la registrazione è autentica, dettaglio mai scontato nell’età dell’intelligenza artificiale. E in effetti qualcuno dovrà pur aver intercettato due ministri degli Esteri e divulgato la notizia, ma quanto alle responsabilità sono difficili da attribuire.

Di sicuro la politica in Europa centrale usa e abusa di registrazioni e intercettazioni che sono alla base di quasi tutti gli scandali. Lo stesso Peter Magyar, lo sfidante di Orbán, è stato al centro di una complessa vicenda del genere, quando ha registrato e pubblicato conversazioni con l’ex moglie, Judit Varga.

Nelle conversazioni registrate Varga, che era stata ministro della Giustizia, ammette interferenze politiche del Governo in casi di alto profilo. La donna non ha smentito, ma ha reagito accusando Magyar di violenze domestiche.

Una successiva fidanzata di Magyar, Evelin Vogel, sembra che sia stata una spia del partito Fidesz mandata per adescarlo e spiarlo, e pare esista una registrazione segreta di una loro serata a base di droghe nel 2024. Magyar ha detto che la serata c’è stata, ma lui le droghe non le ha usate. Così funziona la lotta politica in Ungheria.

A Bruxelles molti pregano per la vittoria di Magyar, alcuni pensano che se Orbán dovesse farcela allora il resto dell’Unione si deciderebbe a prendere provvedimenti drastici, come la sospensione dei diritti di voto o l’espulsione, due azioni quasi impossibili da adottare e da gestire.

L’idea che in Europa qualcosa possa cambiare per il meglio o che gli Stati membri possano prendere qualche decisione netta e radicale sembra oggi più un esercizio di fantascienza che uno scenario politico plausibile.

L’analisi di Teresa Coratella

Teresa Coratella è analista dello European Council on Foreign Relations ed esperta di Europa orientale.

  • Quando sono iniziati i problemi per l’Unione Europea con l’Ungheria di Viktor Orbán, che è al potere da 16 anni?

Per anni l’Europa, e in particolare il PPE, hanno pensato di poter controllare, monitorare e arginare l’azione di Orbán. Hanno lasciato spazio a tutte quelle iniziative che hanno portato l’Ungheria a essere oggi un Paese in cui Orbán ha il controllo sul sistema mediatico e su ampie parti del sistema produttivo.

L’Europa ha cominciato davvero ad aprire gli occhi su chi fosse Viktor Orbán nel momento in cui i principali partiti di destra e populisti europei hanno iniziato a guardare all’Ungheria come a una sorta di modello a cui ispirarsi, per costruire una nuova concezione dello Stato e soprattutto per cambiare l’Europa dall’interno, in base a una visione nazionalista, antieuropeista e, nel contesto più ampio, anti-NATO.

È stato proprio allora che i policymaker europei e i rappresentanti del mainstream europeo, cioè di quella struttura politica che governa l’Europa da decenni, si sono resi conto della reale portata del problema rappresentato da Orbán in Europa.

  • Durante la guerra in Ucraina quanto ha pesato la vicinanza di Orbán a Putin? Ha bloccato davvero iniziative importanti?

Sin dall’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, Orbán e l’Ungheria hanno agito come attori destabilizzanti dell’Unione europea, attori destabilizzanti dall’interno.

L’Ungheria ha cercato costantemente di bloccare il processo decisionale in seno all’UE per quanto riguarda l’assistenza finanziaria all’Ucraina, e il recente pacchetto da 90 miliardi dimostra come questo trend possa soltanto rafforzarsi.

Nel caso di una vittoria di Orbán, l’Unione europea dovrà finalmente aprire un dibattito onesto, chiaro e soprattutto pubblico su cosa fare dell’Ungheria e di Orbán, perché questa situazione è ormai completamente insostenibile.

È una situazione che ha già avuto diversi effetti a cascata: pensiamo alla Slovacchia, pensiamo alla Repubblica Ceca, sempre più allineate alle posizioni dello stesso Orbán. Ma l’Europa deve fare questa riflessione anche in vista delle elezioni che avranno luogo nel 2027 in Paesi chiave come Francia, Italia e Polonia, dove la possibilità di una vittoria di partiti e coalizioni amiche di Orbán è molto reale.

  • Che aspettative ci sono a Bruxelles e nelle capitali sulle prossime elezioni? Una vittoria di Péter Magyar cosa cambierebbe per l’Europa?

Le aspettative di Bruxelles nei confronti delle elezioni in Ungheria sono senza precedenti. Si tratta di un possibile cambiamento radicale, che avrebbe conseguenze non solo nel breve periodo, ma anche nel lungo periodo, sia per l’Ungheria sia per le relazioni fra Budapest e Bruxelles.

Ovviamente l’Europa spera in una vittoria del partito di opposizione Tisza, ma questa vittoria oggi, sebbene i sondaggi mostrino come il partito sia molto in vantaggio rispetto a quello di Orbán, resta ancora molto incerta. Infatti, l’unico modo per Tisza di riportare l’Ungheria sul percorso europeo è ottenere una vittoria schiacciante, una vittoria che al momento non è ancora garantita.

Che cosa aspettarsi da un’eventuale vittoria? Innanzitutto, il partito di opposizione ha promesso che, in caso di successo, riporterà l’Ungheria a essere un Paese cooperativo nei confronti di Bruxelles e degli altri Stati membri.

Molto importante sarà anche ciò che il partito di opposizione deciderà di fare sull’Ucraina. Sicuramente smetterebbe di bloccare il sostegno, e questo darebbe ossigeno e respiro a Bruxelles, che negli ultimi anni ha dovuto lottare — e continua a lottare — con Orbán sull’approvazione dei fondi.

E ovviamente decisivo sarà il tipo di relazione che Tisza vorrà avere con la Russia. Il leader del partito ha dichiarato di voler ridurre la dipendenza dall’energia russa; tuttavia, una cosa è dichiararlo quando si è all’opposizione, un’altra è realizzare concretamente queste promesse.

Si tratta di una delle elezioni più cruciali in seno all’Unione Europea, e Bruxelles dovrà valutare con grande cautela che cosa fare della prossima Ungheria.

  • Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 3 aprile 2026

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