Il cattolicesimo americano nella morsa dello scisma lefebvriano

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I cattolici conservatori americani potrebbero contribuire a distogliere la presidenza dalla battaglia delle “guerre culturali” e a orientarla verso una rivoluzione politica di Trump pragmatica e sostanziale.

A seguito delle ordinazioni episcopali celebrate dalla Fraternità di San Pio X, la Santa Sede ha emanato un decreto di scomunica che formalizza lo scisma. Sono scomunicati tutti i vescovi, i sacerdoti e i fedeli laici che sono formalmente membri della Fraternità.

Il contesto

Questo scisma non è stato il risultato di negoziati falliti con la Santa Sede, poiché da parte della Fraternità di San Pio X non vi era alcuna intenzione di evitarlo. I negoziati falliti risalgono piuttosto al periodo di papa Benedetto XVI. Su sua richiesta, alla Fraternità lefebvriana fu offerta l’opportunità di trasformarsi in una prelatura personale sul modello dell’Opus Dei (2011-2012). All’epoca la trattativa fallì a causa delle tensioni e delle dinamiche all’interno della Fraternità di San Pio X.

Da quel momento in poi, la Fraternità lefebvriana non ha avuto né l’la volontà né la possibilità di riconciliarsi con la Chiesa cattolica, poiché ciò ridurrebbe la Fraternità e l’intero movimento lefebvriano all’irrilevanza — non solo ecclesiale, ma anche socio-politica. Ritornare nella Chiesa cattolica significherebbe scomparire, diventando solo un granello all’interno dello spettro conservatore del cattolicesimo mondiale.

Ciò è particolarmente vero negli Stati Uniti, che sono una delle regioni con il maggior numero di membri, sacerdoti e seminaristi della Fraternità.

Il cattolicesimo conservatore statunitense alla prova

Tuttavia, questo scisma diventa un problema anche per l’intero spettro tradizionalista e conservatore del cattolicesimo, in particolare per l’ala americana più vicina all’amministrazione del presidente Trump. Ci sono due ragioni fondamentali per cui ciò diventa un problema.

In primo luogo, questa parte del cattolicesimo americano allineata a Trump deve ora distinguersi, almeno formalmente, dalle posizioni e dalle richieste della Fraternità di San Pio X. Il messaggio della Santa Sede su questo punto è chiaro: se non si è in grado di dimostrare le proprie differenze rispetto al movimento lefebvriano e non si obbedisce alle direttive emanate dal primo papa americano, allora non si ha altra scelta che aderire alla Fraternità lefebvriana.

Ciò significherebbe cessare di essere cattolici e perdere il diritto di rivendicare tale titolo nell’esercizio delle proprie funzioni pubbliche e nell’ambito del dibattito americano.

La seconda ragione è più sottile, ma anche più importante. Il potere dell’establishment cattolico conservatore americano è consistito nella sua capacità di esercitare una forte pressione sul pontificato del papa e, in un certo senso, di tenere in ostaggio la Santa Sede. Questa corrente del cattolicesimo trova i suoi rappresentanti istituzionali nel cardinale T. Dolan e nel vescovo R. Barron, e i suoi rappresentanti nell’amministrazione statunitense nel vicepresidente J.D. Vance e nel segretario di stato M. Rubio.

Paradossalmente, questa influenza è ora più difficile da esercitare proprio nel momento in cui un americano è alla guida della Chiesa cattolica.

Da un lato, perché papa Leone, nonostante fosse stato incaricato di risolvere le tensioni interne alla Chiesa cattolica, ha dimostrato — attraverso la scomunica dei lefebvriani — di non essere disposto a salvaguardare l’unità della Chiesa cattolica a tutti i costi. I limiti imposti dalla Santa Sede all’influenza di quello che potremmo definire «cattolicesimo MAGA» sull’orientamento fondamentale della Chiesa cattolica sono ormai chiari.

D’altro canto, se la fazione cattolica conservatrice all’interno dell’amministrazione Trump, insieme ai suoi sostenitori nella sfera pubblica, non è in grado di esercitare una pressione efficace sulla Santa Sede, allora è politicamente inutile. E Trump si è dimostrato estremamente spietato quando si tratta di sbarazzarsi di coloro che gli sono vicini e di cui non ha più bisogno.

Di fronte alla scelta tra diventare politicamente irrilevanti ed essere epurati da Trump, oppure essere completamente assorbiti come minuscola minoranza dall’evangelicalismo americano – che ha trovato la sua nuova dichiarazione di fede nello slogan MAGA –, l’ala cattolica conservatrice all’interno dell’amministrazione statunitense e coloro che ricoprono posizioni chiave nel sistema istituzionale potrebbero optare per una terza via.

La cruna dell’ago di un secondo esperimento americano

A 250 anni dalla fondazione, le istituzioni democratiche e la civiltà statunitensi stanno precipitando in una situazione di stallo che potrebbe rivelarsi fatale per l’esperimento americano. L’establishment cattolico all’interno della cerchia ristretta di Trump, e i sostenitori cattolici in generale delle sue politiche, potrebbero optare per la via più difficile: la biblica «cruna dell’ago», ovvero promuovere un secondo esperimento democratico negli Stati Uniti.

Questo vuol dire non agire contro papa Leone e la Santa Sede per assecondare l’agenda del presidente. Significa piuttosto rapportarsi in modo costruttivo alla posizione di papa Leone e agli sforzi diplomatici della Santa Sede, in modo tale da favorire la «rivoluzione politica» di Trump nel plasmare un nuovo ordine mondiale, poiché quello forgiato nell’era post-Guerra Fredda non è più sostenibile.

Potrebbe essere giunto il momento per questa classe dirigente cattolica conservatrice di dimostrare la propria maturità – in quanto politici, credenti e rappresentanti delle istituzioni. La sfida consiste nell’evitare una duplice tentazione in cui sembra essere caduta all’inizio del secondo mandato di Trump. Da un lato, deve smettere di fornire una legittimazione biblica e religiosa a tutte le decisioni politiche del presidente, ingaggiando un dibattito teologico con il papa.

Così facendo, non solo appaiono fin dall’inizio sconfitti agli occhi del cattolicesimo mondiale, ma finiscono anche per imitare l’approccio dell’evangelicalismo americano, che è il vero sostenitore religioso di Trump. Se nulla li distingue dagli evangelicali e se non sono in grado di esercitare alcun potere di contrattazione con la Santa Sede, il loro posto all’interno della sfera d’influenza di Trump sarebbe effimero e di breve durata.

D’altra parte, l’establishment cattolico conservatore vicino al presidente deve impedire che le «guerre culturali» si spostino dalla morale individuale all’etica sociale. Altrimenti, tutto ciò che resterebbe degli Stati Uniti d’America e del loro sogno sarebbero le vestigia di una promessa non mantenuta: una reliquia archeologica di cui i nostri nipoti racconteranno storie ai loro, come della seconda stella a sinistra nella Via Lattea.

Già ora ci sono gli evangelicali a perpetuare le «guerre culturali» tra la popolazione americana. Man mano che queste guerre si spostano dalla morale individuale all’etica sociale, si avvicinano sempre più a una vera e propria «guerra civile». Ciò dimostra che Samuel Huntington aveva ragione e torto con la sua massima sullo «scontro di civiltà».

Aveva ragione nel sostenere che la religione ha svolto un ruolo chiave nella politica globale dall’11 settembre. Aveva torto, tuttavia, perché lo scontro non si è limitato a essere tra la civiltà occidentale e i paesi islamici. Piuttosto, esso si sta consumando proprio nel cuore della civiltà occidentale stessa — ossia negli Stati Uniti.

Inoltre, questo scontro imprevisto è uno scontro tra diverse forme di cristianesimo che si evolvono all’interno di ciascuna confessione cristiana, il che aggiunge un livello inaspettato di complessità alla situazione.

Al di là dell’evento secondario dello scisma lefebvriano, è in gioco il futuro dell’esperimento americano, così come il modo in cui l’establishment cattolico conservatore statunitense sarà ricordato nella storia della nazione: come rappresentante della fine del sogno americano o come cofondatore di un secondo esperimento americano — una nuova storia di democrazia e libertà. Ora sta a loro decidere.

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