
Margherita Venturi – Docente di Chimica all’Università di Bologna e Presidente della Associazione Energia per l’Italia – risponde alle nostre domande sulle conseguenze della nuova guerra in Medio Oriente sulla disponibilità di alcuni prodotti dell’industria chimica – in primo luogo fertilizzanti – determinanti per l’alimentazione e la vita di intere popolazioni: come sempre, le più povere.
– La nuova guerra in Medio Oriente sta determinando, oltre all’incremento dei prezzi del gas e del petrolio, anche quello di altri prezzi, ad esempio, dei fertilizzanti. Margherita, ci spieghi quale rapporto “chimico” c’è tra gas del Golfo e fertilizzanti?
C’è un rapporto quasi diretto. I fertilizzanti azotati si ottengono col metodo Haber-Bosh combinando l’azoto presente nell’atmosfera con l’idrogeno derivante dal processo termochimico che converte il metano in idrogeno “grigio”: il risultato della combinazione è l’ammoniaca, molecola di base per produrre i fertilizzanti azotati.
– Per fare fertilizzanti per i terreni agricoli servono, dunque, gas naturale e azoto. Chi dispone di queste risorse?
I grandi Paesi estrattori e fornitori di gas naturale (metano) nel mondo sappiamo quali sono, tra questi, i Paesi del Medio Oriente e del Golfo Persico direttamente coinvolti negli eventi bellici di questi giorni e settimane. L’azoto, invece, è, di per sé, a disposizione di “tutti”, trovandosi nell’aria che respiriamo in una percentuale attorno al 78% in volume.
Ma attenzione, neppure l’azoto può considerarsi una risorsa illimitata e che quindi si possa tranquillamente sottrarre all’atmosfera con gli attuali ritmi: ne preleviamo oltre 100 milioni di tonnellate all’anno e recenti studi dicono che, così facendo, abbiamo modificato il ciclo naturale dell’azoto.
– Stante queste chiare premesse, in Italia e in Europa abbiamo una produzione “autonoma” di fertilizzanti?
L’industria chimica italiana ha prodotto fertilizzanti azotati e non azotati in passato. Ora c’è ben poco. Così in Europa. Perciò, la quasi totalità viene importata. Non possiamo quindi, certamente, considerarci affatto autonomi per il fabbisogno interno. Per questa ragione c’è molto allarme in questi giorni di guerra, mentre i prezzi dei prodotti sono saliti sensibilmente.
– Quali sono i principali Paesi produttori ed esportatori nel mondo, da cui dipendiamo?
Sono logicamente quelli che dispongono di giacimenti di gas naturale e che si sono pure dotati degli impianti di trasformazione, quindi: Cina, Russia, Stati Uniti, India e Paesi del Golfo Persico.
– Se avessimo a disposizione grandi quantità di idrogeno “verde” – cioè prodotto dall’acqua con fonti di energia rinnovabili (solare ed eolico) –, saremmo in grado di produrre anche in Italia e in Europa fertilizzanti azotati?
Sarebbe certamente possibile, ma con le attenzioni che ho già richiamato: nessuna risorsa terrestre è infinita, ed è impensabile – impossibile – uno sviluppo infinito. La transizione va pensata in maniera diversa.
Siamo comunque ben lontani, specie in Italia, dal disporre di grandi quantità di energia da fonti rinnovabili, per poter pensare di produrre idrogeno “verde” da cui ottenere ammoniaca e quindi fertilizzanti azotati.
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– Questa crisi “da guerra” può determinare una crisi alimentare mondiale?
Purtroppo sì. I prezzi dei fertilizzanti sono già saliti alle stelle. I primi Paesi a patirne le conseguenze sono chiaramente quelli che non riescono a sostenerne finanziariamente l’acquisto, quelli che hanno popolazioni che nulla c’entrano con questa guerra.
Sono i Paesi dell’Africa, dell’Asia occidentale, dello stesso Medio Oriente: insomma quelli del Sud povero del mondo. Tra l’altro, sono quelli maggiormente indotti a fare uso crescente di fertilizzanti perché maggiormente afflitti dagli effetti dei cambiamenti climatici, da alluvioni e da siccità che dilavano e mineralizzano i terreni: fenomeni contro i quali continuare a fertilizzare con prodotti chimici serve, tuttavia, a ben poco.
Così, questi stessi Paesi sono costretti ad acquistare i prodotti alimentari dai Paesi con maggiori capacità finanziarie e/o meno colpiti dai cambiamenti climatici, in una spirale o catena che li rende sempre più poveri.
– Quali altri “elementi” sono interessati dall’attuale crisi?
L’elio è fra gli elementi critici. Non esistono giacimenti di elio sulla terra. È presente in piccole quantità nello stesso gas naturale, dal quale si separa con un processo chiamato distillazione frazionata. Perciò solo pochi Paesi al mondo – quelli appunto che dispongono di gas e si sono dotati di specifici impianti – sono in grado di mettere sul mercato mondiale l’elio: sostanzialmente gli stessi Paesi che ho già citato, fra i quali in particolare Stati Uniti e Qatar.
Tieni conto che distillare elio è un processo costoso e quindi il prodotto è molto costoso e molto ricercato.
– A cosa serve l’elio?
L’elio, per le sue caratteristiche fisiche, si presta molto bene alle esigenze della refrigerazione. Faccio un esempio: viene impiegato per tenere a basse temperature i magneti delle macchine della Risonanza Magnetica Nucleare impiegate in diagnostica, un impiego, evidentemente, molto utile; ebbene, è già stato lanciato un allarme: tra pochi anni, potremmo non avere più elio a sufficienza per l’ambito medico, anche perché il poco elio disponibile oggi sta andando verso i grandi datacenter dell’A.I. perché questi hanno bisogno di essere continuamente raffreddati; si pensava di usare l’acqua, ma evidentemente l’acqua non basta.
– Ci sono altri elementi in crisi?
Ci sono tanti elementi classificati come “critici”. Questa guerra rende più evidenti quali sono alcuni di questi elementi, e quali siano i grandi problemi che l’umanità ha di fronte.
La FAO segnala come elemento critico lo zolfo, fondamentale per ottenere acido solforico da cui si producono altri fertilizzanti. Lo zolfo non viene quasi mai estratto come risorsa primaria, ma è un sottoprodotto della desolforazione del gas naturale e del petrolio e, quindi, la sua disponibilità è strettamente legata ai venti di guerra che incombono sul nostro pianeta e che incidono profondamente sulla produzione di cibo.
– Anche la produzione di farmaci, in qualche modo, entra nella crisi prodotta dalla guerra e dalle guerre?
Dobbiamo pensare che la chimica del petrolio è la chimica di base di molte produzioni “fini”. Il petrolio sta alla base anche di molti farmaci. Perciò, non “demonizzo” il petrolio, bensì il suo uso per ottenere energia: bruciare il petrolio con questo scopo è come bruciare i mobili di casa più belli e più preziosi per riscaldarsi.
– Anche molti esplosivi – per le guerre – vengono dal petrolio: in questo caso la crisi potrebbe limitarne la produzione e, magari, l’impiego?
Sì, molti esplosivi vengono dal petrolio, ma purtroppo anche dall’ammoniaca, perché è possibile “piegare” il processo della produzione di fertilizzanti verso quello della produzione di armi. Temo, comunque, che le guerre non metteranno in crisi questo settore, perché su di esso si concentra la maggior parte dei finanziamenti, “costi quel che costi”.
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– Il quadro che descrivi è davvero è preoccupante. Margherita, da donna di scienza, vedi alternative?
Sì, le alternative esistono e donne e uomini di scienza le stanno indicando da tempo. Ma evidentemente non basta. Serve cultura. Serve intrecciare tutti i saperi. Serve una morale profonda. Serve educazione scolastica.
Da tempo parliamo di “agricoltura rigenerativa”, cioè di una agricoltura diversa da quella intensiva per lo più diffusa: un’agricoltura che mira a rigenerare la fertilità naturale dei terreni impoveriti dall’uso massiccio di fertilizzanti e di antiparassitari, tornando, per certi versi, al passato – ma con cognizioni nuove –, recuperando il valore dei compost e dei letami organici, favorendo la conservazione della biodiversità.
Tali prospettive sono state tracciate già dall’Expo a Milano nel 2015: c’è un bellissimo documento in proposito. Alcuni Paesi ci stanno provando.
Per quanto riguarda gli insetti nocivi per l’agricoltura, si può, ad esempio, utilizzare il metodo di sterilizzazione degli insetti maschi che sono sessualmente competitivi con i maschi fertili. Le uova che si ottengono dal loro accoppiamento però non si schiudono. Si riduce, quindi, selettivamente la popolazione di questi insetti preservando quelli positivi che, invece, vengono uccisi dagli insetticidi. Si tratta di metodi promossi dalle Organizzazioni Internali dell’ONU, la FAO e l’OMS. Ma è chiaro che prendere queste strade significa andare contro gli interessi di grandi Compagnie industriali mondiali.
– Perché la cultura e la scuola sono importanti in questi discorsi?
Perché si tratta di cambiare modello, di cambiare stili di vita, di cambiare anche l’alimentazione, per quel che ci riguarda da vicino.
Il consumo di carne, ad esempio, andrebbe ridotto al minimo. La produzione di carne comporta, infatti, un grande dispendio di energia, di acqua e di suolo oltre ad un massiccio impiego di fertilizzanti e di antiparassitari.
Ogni persona, adeguatamente informata e formata, assieme a tutte le altre, con le proprie scelte, può fare molto per incidere sul modello imperante, di cui la povertà, le migrazioni, le guerre e i cambiamenti climatici sono le espressioni drammatiche che oggi abbiamo sotto gli occhi.





