La sconfitta del peronismo

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«Il potere logora chi non ce l’ha»: l’aforisma del vescovo e diplomatico Charles Maurice de Talleyrand, il molteplice trasformista più famoso della modernità, fu ripreso, due secoli dopo da Giulio Andreotti.

Come mai, assistendo al risultato delle elezioni presidenziali argentine, mi ricordo dell’aforisma andreottiano? Perché non riesco a riflettere sulla vittoria di Javier Milei, ma, al contrario, continua a tormentarmi la sconfitta pesante del peronismo. E allora mi chiedo se davvero il potere logora chi non ce l’ha o se invece si debba sostituire l’aforisma con un proverbio ben più antico: «prima o poi i nodi vengono al pettine». Alla fine, il potere logora anche chi lo possiede.

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Dopo ottant’anni, il Partido Justicialista sopravvive indebolito alla sconfitta elettorale o già dobbiamo considerarlo un malato terminale? Il ritorno delle sinistre al potere, dopo la tragica esperienza delle dittature impresariali-militari, si è concluso definitivamente? L’Argentina sta dicendo al Brasile e a tutte le nazioni che ciò che là accade è destino segnato per tutti i popoli? Come si dice qui in Brasile: «Eu sou você amanhã» (Oggi io sono, tu domani).

Credo proprio che stiamo assistendo alla rivelazione della radicale incapacità della sinistra mondiale di affrontare con successo l’offensiva dell’estrema destra, apparentemente antisistema e, di fatto, a servizio del capitalismo anomico e belligerante.

E, se questa ipotesi, è verosimile, dobbiamo davvero preoccuparci non solo per l’aumento della violenza dello stato, ma soprattutto per l’impotenza pratica e teorica delle opposizioni.

Diagnosticare la morte politica del kirchnerismo può essere prematuro, perché i peronisti contano un numero non esiguo di senatori e deputati eletti nel 2023 e, inoltre, hanno eletto con gli alleatii governatori di otto provincie – inclusa la più importante, quella di Buenos Aires. Questi numeri, certamente, creeranno difficoltà politiche al potere di Milei.

Ma nonostante questi dati, il contesto argentino – in cui l’opposizione non sembrerebbe essere stata mortalmente ferita – si ripropone, fatte le necessarie distinzioni, in Brasile, Perù, Equador e Uruguay.

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Ovviamente, si tratta di crisi diverse, di sofferenze sociali specifiche, di percorsi politici distinti. Per questo non è accettabile l’identificazione di Milei con Bolsonaro. Si pensi, ad esempio, quanto sia importante in Brasile l’appoggio di militari, evangelici e cattolici tradizionalisti a Bolsonaro e come questa composizione non appaia nell’elettorato di Milei. O come, nonostante l’aggressività di Milei durante la campagna elettorale, a differenza del Brasile, non c’è stata la valanga digitale di fake news, le nostre bufale, per manipolare l’elettorato.

Siamo, però, obbligati a pensare che esiste una comune sintomatologia: infatti, sia la destra convenzionale di Lacalle Pou in Uruguay, sia l’estrema destra di Bolsonaro in Brasile e di Milei in Argentina, di Daniel Noboa in Equador, di Dina Boluarte in Perù, germinano ed esplodono a partire dalla crisi di governi progressisti o di sinistra. L’errore delle sinistre, alla fine, è sempre il medesimo: montare strategie neoliberali con sconti e correzioni popolari. Prima o poi la scommessa non funziona e ciò che permane è la violenza predatoria e sfrenata del capitale.

In queste società ne esce fortemente ridimensionata la lotta dei movimenti sociali non allineati, a favore dei diritti dell’ambiente, la vita e i territori dei popoli originari e dei contadini, contro l’agribusiness e le miniere, contro la mercantilizzazione della natura. Esperienze agroecologiche e antipatriarcali. Contro il capitale.

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E pare proprio che i partiti progressisti non abbiano ancora imparato a riconoscere quanto le società latinoamericane siano cambiate. Confrontati da una mentalità diffusa, che dimentica le dittature impresariali-militari, le violenze coloniali e arriva a considerare accettabili i deliri dell’estrema destra, non reagiscono adeguatamente e si perdono nella ripetizione acritica di pratiche e narrative obsolete.

Questo cambiamento delle soggettività popolari, che introiettano la follia dell’estrema destra, interpella, oggi, con durezza, anche il cattolicesimo argentino. Non si tratta, innanzi tutto, delle gravi offese di Milei a papa Francesco o delle recenti riconciliazioni dopo la vittoria elettorale. Si tratta soprattutto di quanto succede nei quartieri e nelle ville, tradizionalmente cattoliche, che, come a La Cava e San Isidro, hanno votato a favore di Milei.

Forse anche la Chiesa argentina, sorpresa dalle scelte politiche dei suoi fedeli, sta vivendo la stessa impasse dei peronisti e della sinistra. Bisogna, di nuovo, come sempre, perseverare nella compagnia dello Spirito e esercitare il potere della Profezia.

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2 Commenti

  1. Maria Luisa Fappiano 28 novembre 2023
    • Flavio Lazzarin 29 novembre 2023

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