Libano, segnali di sorprendente vitalità

porto

Incredibile Libano. Nel pieno di una devastante occupazione israeliana del Sud del Libano che sembra aver messo in crisi la capacità dello Stato libanese di tenere il bandolo della matassa del governo del futuro nazionale, viene dato per certo che la pubblica accusa, dopo sei anni di attesa, stia per consegnare al magistrato inquirente i capi di imputazione per i tanti possibili imputati per la strage del porto di Beirut.

I Governi vicini a Hezbollah avevano fatto di tutto per bloccare la magistratura, il giudice inquirente, Tareq Bitar, era stato anche minacciato, isolato: ora lo Stato sta per battere un colpo di cui pochi lo pensavano capace.

Il porto di Beirut era ufficiosamente e notoriamente controllato da Hezbollah, e dopo anni nei quali, nonostante tante segnalazioni di pericolo, vi era stata consapevolmente lasciata nascosta una quantità enorme di esplosivo, si arrivò all’improvviso a un’esplosione che causò 220 morti, 6500 feriti e l’inagibilità di interi quartieri.

Quell’esplosivo si dice che fu usato, in parte, per confezionare i barili bomba di Assad, per anni strenuamente difeso da Hezbollah. Le residue tonnellate esplosero, la più grave esplosione non atomica mai registrata al mondo, nelle ore in cui doveva giungere la sentenza del tribunale penale internazionale per l’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri. In quel processo, giorni dopo, furono condannati alcuni operativi di Hezbollah. Il magistrato inquirente aveva provato ad interrogare primi ministri, ministri e alti funzionari.

Tra poco il Libano saprà cosa richiede l’accusa, poi si saprà lui, il magistrato Tareq Bitar, cosa deciderà di fare. È uno sviluppo enorme nel pieno di un fase difficilissima, segnata da un negoziato con Israele che non decolla, tanto che il nuovo round negoziale è stato rinviato di nuovo, da inizio settembre si è arrivati a parlare di inizio ottobre. Il Libano chiede il ritiro israeliano nelle modalità concordate, a tappe, ma nessun passo avanti si intravede.

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Questo sviluppo storico per il Libano non è un fulmine a ciel sereno.

Proprio dal Sud, per la precisione dalla cosiddetta “capitale di Hezbollah” nel Sud del Libano, Bint Jbeil, città oggi distrutta, è venuta pochi giorni fa, non abbastanza notata, un’altra notizia sorprendente. Un giudice di lì aveva riconosciuto, nel pieno di una crisi assoluta, il diritto di un transessuale ad avere modificati i propri dati anagrafici. Un fatto difficilmente immaginabile.

Segno di una vitalità dello Stato e di una possibilità di andare al di là degli steccati confessionali confermata dalla recente visita romana di una delegazione di sciiti libanesi che non si riconoscono in Hezbollah e nei suoi alleati. Questo gruppo di sciiti dissidenti, che ha incontrato anche il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, era composto dal professor Wajih Kanso, docente di Filosofia all’Università libanese e di Studi islamici all’Università Saint Joseph di Beirut; da Jad al Akhaoui, presidente della fazione politica sciita Coalizione democratica libanese e segretario generale della Samir Kassir Foundation; dal giornalista Ali al Amine, fondatore del sito web d’informazione libanese Janoubia.com; e dallo sceicco Muhammad Ali al Hajj al Amili.

La loro posizione ha risalto perché non ha punti di contatto con quella che per via di Hezbollah viene attribuita a tutti gli sciiti e dimostra che il sistema confessionale libanese ha bisogno di essere ammodernato. Infatti Wajih Kanso ha detto: «Vogliamo una vita libera e democratica dove le persone possono esprimere le proprie opinioni». È questa la novità che il nuovo Governo doveva portare e dalla quale può venire quell’intesa politica che può portare all’abbandono delle armi di Hezbollah, cioè alla formazione di uno Stato sovrano.

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Ma per riuscirci il sistema politico libanese ha bisogno di superare la forma che ha acquisito dalla guerra civile (1975-1990). Quella guerra contenne tante guerre; interna alle comunità, tra cristiani e musulmani, con Israele. Si imposero così partiti confessionali, affidati da allora tra i cristiani al notabilato di allora, al ferreo blocco sciita come emerso dopo la guerra intra-sciita con l’alleanza tra i referenti di Iran (Hezbollah) e Siria (Amal).

Il campo sunnita invece è oggi orfano della formazione egemone che fu fondata da Rafiq Hariri e vaga alla ricerca di una nuova leadership gradita ai sauditi. Morto Rafiq Hariri nel 2005, il Governo è andato progressivamente verso il campo guidato da Hezbollah fino al 2024, una convergenza tra la maggioranza cristiana, al tempo guidata dal partito dell’ex generale Michel Aoun, e il blocco sciita, più qualche sunnita di complemento.

Ora il partito cristiano che fu di Michel Aoun è andato in crisi e i cristiani sono in larga parte nel blocco contrario a Hezbollah, ma sempre sotto il controllo del vecchio notabilato. Ma questo gioco di alleanze e di equilibri non aiuta il Libano a divenire uno Stato: il nuovo Governo, svincolato da questi partiti, è stato una speranza di cambiamento.

C’è un’evidenza emergenziale che conferma come questo sistema vada superato: gli ultimi capi di Stato sono stati tutti ex capi dell’esercito: Lahoud, Suleiman, Michel Aoun, Jospeh Aoun, tutti militari. Non bisogna cambiare?

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Nell’attuale sistema cosa potrebbero fare, ad esempio, questi sciiti dissidenti? Ovviamente potrebbero costituire un partito, che avrebbe vita dura in una comunità presidiata da Hezbollah, che ha sistematicamente eliminato le coraggiose voci di dissenso, come quella del grande intellettuale sciita Lokman Slim.

Diverso sarebbe il discorso se il Libano riscoprisse l’importanza di partiti interconfessionali, che ha avuto prima della guerra civile. Questi partiti interconfessionali potrebbero contenere anche loro, dandogli più voce. La grande conquista degli accordi di pace del 1990, la parità tra eletti cristiani e musulmani, non dovrebbe essere messa necessariamente in discussione, potrebbe tranquillamente essere conservata. Ma come impedire agli sciiti, come agli altri, di aderire a un partito interconfessionale esistente e riconosciuto in tutto il Paese? Le liste elettorali sarebbero fatte da questi nuovi soggetti, o quanto meno anche da loro.

Un altro cambiamento essenziale è quello della legge che stabilisce dove si vota: non nella città dove si vive, ma in quella dalla quale la propria famiglia origina: ecco il richiamato ai notabili, ai clan.

E perché si deve continuare a votare partiti nati nella guerra civile e con la guerra civile? Non è il caso di pensare a un nuovo sistema politico? I sunniti, devono continuare ad aspettare un leader comunitario, o, visto che non c’è, non sarebbe meglio che entrassero in nuovi soggetti inter-confessionali?

Non sarebbe preferibile, magari preservando la parità di eletti tra cristiani e musulmani, aver un partito socialista, uno liberale, uno conservatore e così via? La partecipazione attiva a questa vita politica non aiuterebbe i libanesi a sentirsi un popolo e non una sommatoria di comunità sempre pronte a non rispettarsi?

Gli sciiti dissenti da Hezbollah e impegnati per la democrazia non dovrebbero per forza ritrovarsi nello stesso partito, perché sciiti non khomeinisti. Uno di loro potrebbe essere liberale, uno comunista ( questi per lunghi decenni non sono stati pochi tra gli sciiti).

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Se questo monocameralismo di partiti multiconfessionali apparisse troppo ardito, già la Costituzione vigente prevede la formazione di due Camere, una eletta su base confessionale e l’altra su liste partitiche aperte a tutti.

È una disposizione costituzionale che la Siria degli Assad, potenza coloniale o neo-coloniale dopo il suo formale ritiro dal Libano nel 2005, non ha mai voluto che si attuasse per continuare a condizionare tutte le comunità, divise tra di loro e quindi qualche notabile pronto a piegarsi al volere di Damasco si trovava. Ma oggi la Siria degli Assad non c’è più. Un altro Libano non sarebbero necessario?

Oggi il Libano se vuole ritrovare la sua unità territoriale e costruire un esercito popolare capace di controllare tutto il territorio nazionale ha bisogno di una diversa rappresentatività politica e soprattutto che la sua esistenza politica sia comprovata da un riconoscimento di coesistenza e parità tra tutti i suoi cittadini.

Il modello bicamerale, quello qui accennato con un Senato che dà tutte le garanzie possibili alle Comunità e un Parlamento che riconosce tutti i diritti agli individui, offrirebbe un modello applicabile ad altri Paesi della regione. Sarebbe un passo importante per un sistema che a dir poco arranca tra confessionalismi, etnicismi e tribalismi che non offrono visioni per il futuro arabo. L’altro, quello simile al modello partitico vigente in Europa, sarebbe una corsa verso il cambiamento.

L’indispensabile disarmo di Hezbollah così potrebbe essere visto in un contesto più ampio, di autentica rifondazione nazionale.

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