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Ci sono tragedie che vanno oltre i numeri. L’incendio che ha devastato diverse abitazioni e una scuola primaria a Cimpunda, nella città di Bukavu, appartiene a questa categoria di drammi destinati a segnare a lungo la coscienza di un popolo.
Il bilancio provvisorio è sconvolgente: più di 26 alunni hanno perso la vita, diverse decine di persone sono rimaste gravemente ferite e centinaia di abitazioni sono andate in fumo, lasciando intere famiglie senza un tetto, senza i propri beni e, in alcuni casi, senza i propri cari.
Non sono bruciati soltanto degli edifici. Sono rimasti chiusi per sempre degli zaini, quaderni ridotti in cenere, sogni di bambini bruscamente interrotti. Una scuola è il luogo in cui si prepara il futuro; a Cimpunda, quel futuro è andato in fiamme in pochi istanti.
Questa catastrofe non può essere relegata alla cronaca di un fatto di cui l’opinione pubblica finirebbe per abituarsi. Essa interpella la responsabilità delle istituzioni a tutti i livelli. Come prevenire tragedie di questo genere? Le strutture scolastiche sono sufficientemente sicure? I quartieri densamente popolati dispongono di mezzi di intervento rapido? Dietro la legittima emozione si pone una precisa esigenza di responsabilità.
Ma questa tragedia assume una risonanza ancora più dolorosa perché colpisce una città già martoriata dalla guerra. Bukavu vive sotto il controllo del movimento ribelle M23 da quasi due anni, in un contesto in cui l’insicurezza, gli sfollamenti della popolazione e la fragilità dei servizi pubblici rendono ogni catastrofe ancora più devastante. Quando la guerra indebolisce una società, anche il più piccolo incendio può trasformarsi in una tragedia nazionale.
Oggi Cimpunda ha bisogno di molto più che di condoglianze. Le famiglie colpite dal lutto hanno bisogno di essere accompagnate, i feriti devono essere curati, gli sfollati devono trovare un alloggio e i bambini sopravvissuti devono essere sostenuti affinché possano tornare a scuola. La solidarietà non può sostituire le responsabilità delle istituzioni pubbliche, ma rimane la prima risposta della nostra umanità.
Di fronte a una sofferenza così grande, il silenzio sarebbe una seconda ferita. La memoria dei bambini scomparsi ci impedisca di considerare normale ciò che non può esserlo. Le loro vite diventino un appello a proteggere quelle che restano. Perché una società che lascia morire tra le fiamme la propria speranza finisce per abituarsi all’inaccettabile. Bukavu merita di più.





