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Al tavolo negoziale svizzero manca un giocatore, Israele. Per questo il negoziato è monco. Le pressioni di Trump su Netanyahu non producono tutto l’effetto desiderato, ma qualcosa sì, e questo per ora soddisfa l’Iran: la sua pretesa di figurare come il tutore del Libano ottiene qualche risultato.
Sotto la coltre di urla e insulti tra le parti, in cui Iran e Stati Uniti dopo essersi minacciati dimenticano in pochi minuti le minacce e dicono di andare avanti, indicano che i progressi ci sono, ma c’è sempre il rischio che finiscano col nascondere la polvere sotto il tappeto.
Israele rema contro
Il fatto è che il governo di Israele non condivide l’idea di fondo di questo negoziato e la contrasta in Libano, frenando un po’ per via della richiesta di Trump. L’esercito israeliano afferma che Hezbollah è in difficoltà, come accade dal 2024. Chi è scomparso a oggi, più che Hezbollah però è il Libano meridionale, ormai terra bruciata.
L’Iran gioca una partita chiara in Libano, dimostrare la propria influenza regionale. Come? Dipende dall’esito del grande negoziato, legato a un punto: vista la contrarietà di Israele a ogni presenza di Hezbollah, l’Iran può trovare il modo di mantenere la sua influenza regionale? Potrebbe accettare che Hezbollah si trasformi in soggetto solo politico? Occorre capire il contesto.
Il governo israeliano vuole trasformare le terre confinanti, Gaza e Siria e Libano meridionali, in “zone cuscinetto”, in modo da non poter essere attaccato. Questo è impossibile da accettare per il governo libanese, la vera vittima della guerra: ecco la sua idea dell’Hezbollah solo partito politico, per recuperare a tappe ma con certezza la piena sovranità territoriale.
L’Iran può accettare che la sua milizia si trasformi solo in partito? Per dire che sia un’ipotesi bisogna immaginare l’esito di tutto il negoziato. Quindi entra in gioco Trump.
Dialettiche americane
Trump affida al vice-presidente Vance la gestione del negoziato con l’Iran, non al Segretario di stato, Marco Rubio. Per semplicità possiamo dire che Vance è un Maga, Rubio un neocon. Il primo era contrario ad avventure in Afghanistan e Iraq, il secondo non le ha definite un errore neanche dopo i loro risultati.
Per Trump se funzionerà il lavoro di Vance ne godrà lui, se fallirà sarà un fallimento di Vance. Ma intanto lo fa fare, e questo ha un senso. Infatti Trump vede che, dopo aver perso la guerra, per non perdere le elezioni di medio termine è necessario andare incontro ai Maga che gli rimproverano l’inflazione e il costo della benzina in nome di un’avventura.
L’avventura iraniana, in stampo neocon, è stata un fiasco colossale, soprattutto perché ha fatto scoprire all’Iran che loro l’arma atomica già ce l’hanno, è Hormuz, quello stretto che fa salire alle stelle il prezzo del petrolio in tutto il mondo se l’Iran lo chiude, e questo al popolo Maga non piace, e non solo a loro.
La guerra, come è noto, è stata pensata da Netanyahu ed è andata a sbattere, almeno sin qui, contro il muro della realtà: il regime è ancora lì, il mondo intero ha rischiato di impazzire, meglio affidare a Vance la via d’uscita. E lui lo fa nel più brutale dei modi: dicendo a Israele che le sue armi le paga il contribuente americano.
Trump sa che la comunità internazionale l’ha silenziata (per ora), lui ascolta la sua “coscienza”, ma l’interesse elettorale prevale nella sua scelta odierna, opposta alla cancellazione di una civiltà evocata solo pochi giorni fa. Nell’accordo c’è un mistero.
Teheran ha ottenuto di mettere da parte tutti i capitoli per lei più scottanti, nucleare, programma missilistico, milizie alleate. In cambio cosa ha dato? Ha ottenuto già da ora per due mesi la rimozione di molte limitazioni nel campo petrolifero, poi a negoziato chiuso si vedrà se confermare, ma soprattutto ha ottenuto un fondo per la ricostruzione, privatistico, per 300 miliardi di dollari. Come è possibile?
La forza degli affari
Forse in Trump c’è un sentimento? È il sentire che il piano di Vance non sia solo “venire a termini con tutti, gli interessi sono tutti uguali ma quelli americani sono più uguali, poi a casa sua ognuno fa come gli pare”. Insomma, senza dirlo intravede una “Teheran Riviera”?
Mettere insieme i colossi petroliferi made in Usa, l’apparato iraniano, i grandi gruppi edili dell’Arabia del Golfo, capitali arabi lieti di finanziare l’impresa per far nascere un Iran che giuri di non bombardare, non minacciare, non perseguire progetti eversivi. Vance si farà carico di giustificare tutti i cedimenti esteri al popolo Maga, che di questo poco si cala, ma se funzionasse Trump gestirebbe il grande progetto: il business come strumento di gestione della compatibilità politica.
I soldi possono essere il veicolo col quale fare con l’Iran qualcosa di simile al Venezuela? Un regime oggi già più militare e meno religioso potrebbe, per entrare nell’economia globale, rinunciare a progetti troppo eversivi? La compatibilità in cambio di una gestione “allegra” e duratura della ricostruzione, con i soldi dei vecchi nemici? Ecco: se avesse successo allora l’Iran potrebbe considerare l’idea dell’Hezbollah solo partito politico (con nuove regole in Libano, perché all’influenza regionale l’Iran non rinuncerà). Può essere possibile per l’Iran?
Le ragioni di Teheran
Gli iraniani vengono considerati maestri nell’arte dello stallo. L’opposto di Trump: con lui gli “affari” arrivano attraverso una preventiva affermazione di potenza, la “ragione della forza” induce ad accettare la “forza della ragionevolezza”. Nel caso dell’Iran non è andata così, perché l’Iran non è il Venezuela, questo è sicuro: ma la situazione di cassa per Teheran è terrificante, il fondo per la ricostruzione è decisivo per loro e anche per tenere a galla il Paese.
Che il regime iraniano possa accettare la via della “compatibilità” per alcuni non va escluso; dicono che è diventato più militarista che islamista, sebbene il nazionalismo sia in guerra la naturale copertura. Si vede però che sono tutti pasdaran, cioè militari – e lo stesso Mojtaba Khamanei, religioso ovviamente, ha dimostrato attenzione al mattone, la sua asserita passione per la londinese Church Street lo dimostrerebbe.
Ma nulla è semplice. Il regime non molla il suo obiettivo: l’Iran non conta solo per l’Iran, non può essere chiuso nel perimetro dei suoi confini. È una potenza regionale, e usa il Libano per dimostrarlo. La guerra tra Iran e Israele prosegue in Libano.
Intanto in Siria rialza la testa il fondamentalismo, che contesta lo stesso presidente ex jihadista al Sharaa. Questo accade proprio quando Trump, al quale al Sharaa deve moltissimo, gli avanza una richiesta sul Libano che lui ancora ieri ha respinto con fermezza aggiungendo però di aver parlato più volte di Libano con Trump
È un’arma da tenere nel cassetto? Trump gli ha chiesto di eliminare lui Hezbollah. Sunniti contro sciiti, idea perfetta per riportare la guerra di religione nel cuore islamico. Un mistero oscuro. Minacce e trame che ruotano intorno al punto: si possono stabilire dei limiti d’influenza che siano accettabili dai grandi attori regionali? Trump pensa che possa essere questo il prodotto del business esteso all’Iran?
Il necessario oltre gli affari
Il Presidente sul fondo per l’Iran non ha parlato molto, come è naturale, ha detto che l’America non ci metterà un dollaro. Ma allora questo fondo cosa sarebbe per lui? Aver perso una guerra così è imperdonabile. Non che l’Iran possa dire di aver vinto, ma la sopravvivenza e il trauma globale creato con Hormuz sono risultati certi. È il fondo la chiave per creare l’agognata compatibilità e uscirne vivi?
Gli affari contano ovunque, ma in queste condizioni è difficile che da soli possano creare un quadro diverso. Serve anche altro e il tempo non è tanto. Trump ha messo in discussione molte certezze, come conferma il labirinto dei non-cessate-il-fuoco e le accuse trumpiane un giorno a Israele di esagerare l’altro a Teheran di non fermare i suoi alleati.
Difficile che tutto quadri in sessanta giorni. E Trump lo sa. Vance registra dei progressi, sembra, ma poi ci saranno anche le richieste saudite da inserire: se il tentativo di Vance non funzionasse Trump in panchina ha pronto il neocon Marco Rubio. I neocon, come detto, sono quelli dell’esportazione della democrazia.





