
Ogni paio d’anni la domanda torna e torna sempre nella stessa forma. Un documento, un’intervista, un caso pubblico e la Chiesa si ritrova a discutere se un uomo omosessuale, celibe, fedele alla castità possa essere ordinato prete.
È accaduto di nuovo qualche settimana fa, per l’esattezza il 22 luglio, quando padre James Martin ha commentato su Outreach[1] il recente studio del McGrath Institute di Notre Dame, Do You Know Them to be Worthy? di Thomas Berg e Timothy Lock[2], che tra le sue dodici proposte per la selezione dei candidati al sacerdozio suggerisce di non ammettere alla fase di Configurazione[3] i seminaristi con tendenza omosessuale stabile.
Vale la pena fermarsi su questa disputa perché espone con chiarezza rara un vizio che attraversa quasi tutte le discussioni ecclesiali su temi sensibili: si combatte a lungo su un terreno secondario, mentre il terreno che davvero regge l’argomento resta intatto, indisturbato, ai margini del campo di battaglia. Rimane la domanda che nessuno preferisce porre: se quel terreno resta indisturbato, è perché nessuno lo ha ancora attaccato con l’arma giusta o perché la vera ragione della norma non è quella dichiarata?
Il documento del 2005 e l’impedimento per uomini omosessuali
L’Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica del 2005[4] esclude dall’ammissione al seminario chi «pratica l’omosessualità, presenta tendenze omosessuali profondamente radicate o sostiene la cosiddetta cultura gay».
Il motivo dichiarato non è la difficoltà di vivere il celibato, la Chiesa non dubita che un uomo gay possa essere casto quanto un uomo etero, ma un motivo più specifico: tali persone «si trovano in una situazione che ostacola gravemente il relazionarsi correttamente con uomini e donne», in ragione della configurazione sacramentale del prete a Cristo, sposo e capo della Chiesa.
È un’affermazione forte e sorprendentemente non argomentata. Il testo non spiega perché la tendenza radicata comprometterebbe la capacità relazionale, non definisce «profondamente radicata» in termini verificabili, tanto che vent’anni dopo tocca a due autori laici, in un report commissionato da un istituto universitario, provare a fissare un criterio operativo, la persistenza della tendenza oltre i cinque anni[5], che il Magistero non ha mai offerto.
Soprattutto, non spiega come la mancata generatività biologica, che pure caratterizza egualmente ogni prete celibe, etero o gay che sia, comprometta selettivamente la paternità spirituale in un caso e non nell’altro. Se la paternità spirituale del sacerdote non richiede, per nessuno, la capacità di generare fisicamente, perché dovrebbe richiedere una particolare struttura del desiderio? Nessun padre adottivo è considerato meno padre per l’assenza di legame biologico. Il documento del 2005, quando tocca questo punto, smette semplicemente di argomentare e passa oltre.
Il precedente che nessuno ricorda abbastanza
Chi vuole misurare la distanza fra la posizione ufficiale e il dibattito reale nella Chiesa dovrebbe partire da Timothy Radcliffe, domenicano, biblista a Oxford, Maestro dell’Ordine dei Predicatori dal 1992 al 2001. Già nel 1998, in una lettera indirizzata a tutto l’Ordine, difendeva l’ammissione delle persone omosessuali alla vita religiosa[6].
Nel 2005, proprio mentre si discuteva il testo che sarebbe diventato l’Istruzione, dichiarava senza ambiguità che vietare l’ammissione dei candidati gay sarebbe stata «una pessima idea», e che il vero pericolo da estirpare nei seminari era un altro: «bisognerebbe essere molto più vigilanti sull’omofobia e sulla misoginia. Questi atteggiamenti dovrebbero essere del tutto banditi dai seminari»[7].
È la posizione pubblica, sostenuta nel tempo, di uno dei teologi più autorevoli del cattolicesimo degli ultimi trent’anni.
Due difese, un solo bersaglio mancato
Martin risponde da pastore: racconta quarant’anni di preti gay conosciuti, «buoni, santi e celibi», per usare le parole che attribuisce a papa Francesco[8], e chiede perché precludere la porta a chi dimostra, nei fatti, di poter vivere quella fedeltà.
Radcliffe va oltre e lo fa con più radicalità di quanto la sua fama di teologo prudente lasci immaginare: sostiene che etero e omosessuali affrontano le stesse identiche sfide di maturazione affettiva e capacità relazionale[9], il che colpisce nel segno il punto più debole del testo del 2005, quel nesso mai dimostrato fra tendenza e incapacità relazionale specifica, e ribalta apertamente l’onere della prova, chiedendo di sorvegliare non il candidato gay ma il formatore omofobo.
Eppure, anche l’argomento più tagliente di Radcliffe non tocca il punto che il documento pone davvero come fondamento, la configurazione sponsale del sacerdote. Risponde a una domanda diversa da quella che l’Istruzione pone, e lo fa meglio di chiunque altro in questo dibattito, ma non la sposta.
Dove si gioca davvero la partita
Alla fine, il dibattito che si ripete ogni volta non arriva mai al punto che dovrebbe decidere la questione, cioè se la paternità spirituale del sacerdote, categoria che la teologia ha sempre trattato come indipendente dalla generatività biologica, possa coerentemente essere condizionata alla struttura del desiderio di chi la esercita.
Finché questo nesso resterà asserito e non argomentato, la disputa continuerà a consumarsi sul terreno delle biografie e delle sociologie organizzative, lasciando il vero fondamento dell’esclusione, o la sua vera debolezza, esattamente dove si trovava vent’anni fa: fuori discussione e per questo mai davvero difeso.
Resta allora una domanda che questo articolo non può eludere, proprio perché tocca ciò che tutte le fonti esaminate lasciano intatto: se il fondamento teologico dichiarato non regge all’analisi, che cosa sta davvero motivando la norma? È legittimo chiedersi se, dietro il linguaggio della configurazione sponsale non operi un’avversione mai dichiarata come tale, un’omofobia strutturale interna alle istituzioni di formazione, piuttosto che una ragione teologica autonoma.
Non è un’accusa che si possa dimostrare con gli strumenti di questo articolo, ma è la domanda che l’assenza stessa dell’argomento, protratta per vent’anni nonostante le critiche più autorevoli, rende ormai difficile continuare a rinviare.
[1] J. Martin, Should (celibate) gay men be ordained priests?, Outreach, 22 luglio 2026.
[2] T.V. Berg, T.G. Lock (2026). Do You Know Them to be Worthy? Twelve Proposals for Bishops, Rectors, Seminary Formation Teams, and Mental Health Professionals in Assessing the Suitability of Men for Holy Orders. McGrath Institute for Church Life, University of Notre Dame.
[3] È la terza delle quattro tappe in cui la Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis del 2016 e il Program of Priestly Formation statunitense articolano il percorso seminaristico: Propedeutica, Discepolato, Configurazione, Sintesi Vocazionale. Nella tappa di Configurazione, che corrisponde grosso modo agli anni di teologia dopo il primo ciclo filosofico-spirituale, il seminarista è chiamato a conformarsi progressivamente e specificamente a Cristo Capo e Pastore, in vista dell’ordinazione. È qui che si intensifica la formazione pastorale diretta, gli incarichi ministeriali assistiti, e la preparazione prossima ai ministeri istituiti e agli ordini sacri.
[4] Congregazione per l’Educazione Cattolica. (2005, 4 novembre). Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione in Seminario e agli Ordini Sacri.
[5] Berg & Lock (2026), Proposta 12.
[6] T. Radcliffe (1998, 25 febbraio). La promessa di vita. Lettera all’Ordine Domenicano. sez. 2.4(b)
[7] L. Grzybowski (2005, 20 ottobre). Timothy Radcliffe: «Proscrire l’homophobie des séminaires». La Vie.
[8] J. Martin (2026, 22 luglio). Should (celibate) gay men be ordained priests?
[9] L. Grzybowski (2005).





