Il mago del Cremlino

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La natura del potere e i suoi meccanismi, di machiavellica memoria, sono il centro d’interesse del film e del libro da cui il film è stato tratto. Il libro di Giuliano da Empoli (Il Mago del Cremlino, settembre 2022) si presenta come un romanzo storico, il racconto in prima persona dell’avventura politica di Vadim Baranov (nome di schermo per Vladislav Surkov), ma è di fatto una riflessione sul potere e il film omonimo, per la regia di Oliver Assayas e con la sceneggiatura di E. Carrère, ne segue fedelmente il senso e la narrazione.

Vero è che si prende il caso storico della Russia post sovietica, con tutte le particolarità che conosciamo, e che il «principe» chiamato alla gestione del potere si chiama Vladimir Putin (senza pseudonimi, nel libro come nel film), ma alla fine della narrazione si colgono troppo evidenti analogie con i meccanismi del potere che muovono anche l’altra superpotenza mondiale, quella americana, per non trarne conclusioni di carattere generale: in una «democratura», o «democrazia sovrana» (secondo il conio dello stesso Surkov) il potere si conquista manipolando il consenso, si consolida forzando le istituzioni, si mantiene con la forza.

Nel 2022 Giuliano da Empoli ancora non può conoscere le vicende relative al secondo mandato di Donald Trump, ma il lettore/spettatore non può non cogliere certe affinità, confermate dai recentissimi fatti, in riferimento al ruolo fondamentale della guerra, massima espressione della forza, e alla creazione di una «corte» tossica intorno al «principe», che vive sempre più scollato dalla realtà. E aggiungiamo, dall’una e dall’altra parte dell’oceano, il progressivo venir meno di ogni mascheramento di natura ideologica o etica.

Come questo sistema di potere imploderà e se imploderà o si evolverà, non è detto, ma un esito rovinoso è l’implicita profezia.

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Il racconto della vicenda post sovietica della Federazione Russa attraverso gli occhi disincantati di Baranov è in effetti avvincente come un romanzo, dal «tradimento» di Gorbaciov, che si palesa fin dal suo presentarsi con un bicchiere di latte anziché di vodka, al disfacimento rappresentato da Eltsin (fantoccio prima ubriaco e poi plurinfartuato).

E intanto vediamo l’anarchia delle privatizzazioni col suo seguito di oligarchi, la metamorfosi di Mosca in mano alle mafie e alla criminalità, lo sbando di una generazione di giovani elettrizzati da una libertà senza vere prospettive, salvo l’imperativo di profittare il più possibile della situazione di illegalità diffusa, e infine la grande frustrazione di tutti, la stanchezza di un presente caotico e di un futuro incerto, fino all’urgenza di ristabilire un minimo di ordine, che gli oligarchi stessi (nella figura di Boris Berezovskij) decidono di affidare a uno sconosciuto dirigente dell’FSB di nome Vladimir Vladimirovic Putin, affidandolo in vista delle imminenti elezioni alla consulenza del giovane Baranov (Surkov, fuor di finzione).

L’idea era quella di un presidente-funzionario, in grado di ristabilire l’ordine, ma incapace di autonomia, pura espressione degli interessi delle oligarchie, ma il primo ad accorgersi dell’errore sarà lo stesso Berezovskij, privato delle sue proprietà in Russia e infine trovato morto, in circostanze poco chiare, nel suo esilio londinese.

Baranov non è un politico, ma un giovane dall’indole e dall’aspetto piuttosto imbelle (perfetta la faccia alla apparenza innocua e paffuta di Paul Dano che lo interpreta), interessato all’arte, alla letteratura ed esordiente nell’ambito di una comunicazione televisiva ubriaca della recente libertà di espressione e sempre più trash.

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In effetti quel che serve non è la competenza politica, ma la capacità di creare scenari convincenti, manovrare la comunicazione pubblica, muovere le forze in campo con pochi abili tocchi, il più possibile invisibili, in modo che poi gli accadimenti si realizzino da sé, così come nel Pendolo di Foucault di Umberto Eco l’invenzione stessa di un «Piano» segreto e sovversivo finisce per farlo esistere nella realtà[1].

Dunque vien facile al giovane Baranov organizzare il separatismo filorusso nel Donbass per suscitare una guerra civile, indirizzando a ciò organizzazioni come i «Lupi della notte» e altre frange inquiete desiderose di azione, così come giocare con la confusa opposizione politica di un Limonov e del suo Partito Nazional Bolscevico, sfruttare a vantaggio del governo le azioni ribelli delle Pussy Riot e anche orientare la guerra ibrida del web, iniziata come propaganda di verità alternative dal «cuoco» di Putin, Evgenij Prigozin, alla più utile generazione del caos nei paesi dell’Occidente democratico tramite la strategia del «fil di ferro» (torcere in tutte le direzioni finché si spezza).

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Per tre lustri Baranov, come un «nuovo Rasputin», frequenta da eminenza grigia nei palazzi del potere Vladimir Putin, che lo definisce acutamente «un acrobata», e lo accompagna nell’attività diplomatica all’estero, senza tuttavia mai stabilire con lui un rapporto personale autentico e a poco a poco accorgendosi di non condividere gli obiettivi delle operazioni così abilmente da lui stesso orchestrate.

All’inizio si trattava di ristabilire la «verticalità» del potere, interpretando i desideri più profondi della popolazione: ordine all’interno e affermazione di potenza in politica estera, per dar soddisfazione alla «sacrosanta rabbia» del popolo russo (non sono i mercati a muovere il potere in Russia, questa è un’illusione dell’Occidente, secondo l’assunto di Putin).

Ma ben presto si realizzano, all’interno, l’azzeramento di tutti gli ostacoli al potere personale dello «Zar» (a partire dall’eliminazione degli oligarchi) e il ripristino di quella cappa di paura e privilegio che il potere già emanava in epoca sovietica, in politica estera la riaffermazione della Russia come grande potenza con ogni mezzo, a partire dalla ricostituzione dell’unità territoriale e politica della Grande Russia («L’Ucraina non c’è… La coercizione alle relazioni fraterne con la forza è l’unico metodo che ha storicamente dimostrato la sua efficacia nella direzione ucraina», parola di Surkov) e con l’uso della minaccia nei confronti dei paesi occidentali, di cui Putin patisce con grande irritazione la scarsa considerazione («Mi trattano come il presidente della Finlandia». «Se sei debole, l’unico modo per ottenere rispetto è quello di incutere paura»).

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Baranov osserva prima con ammirazione l’istintiva capacità di Putin, pur privo di qualità retoriche ed empatiche, di connettersi coi sentimenti più profondi del popolo russo: quando sfrutta la rabbia e la paura della gente per reprimere brutalmente l’indipendentismo ceceno, o quando intuisce che l’eliminazione del potere degli oligarchi, anche con mezzi illeciti, incontrerà il favore di un popolo cui non sono rimaste nemmeno le briciole della ricchezza dell’Unione Sovietica.

Addirittura geniale, per la sua immediatezza comunicativa, giudica la mossa con cui Putin porta il suo massiccio Labrador al colloquio bilaterale con Angela Merkel, ben conoscendo la paura dei cani che la cancelliera stessa gli aveva confidato. E considera un vantaggio il fatto che «lo Zar», incapace, almeno all’inizio, di apprezzare personalmente vantaggi e piaceri che il potere gli offre, si identifichi con la Russia stessa e si voti alla missione di renderla di nuovo una grande potenza.

Ma poi «lo Zar» si involve sempre più in un pericoloso isolamento, tra cortigiani fra loro rivali, mai abbastanza servili da sentirsi al sicuro. Pur abituato a interpretare la minima increspatura delle labbra di un tiranno capace di gelida imperturbabilità (il viso di Jude Law che interpreta Putin è quasi una maschera, alternando impassibilità e rabbia violenta), Baranov comincia a temere per la propria vita: la Russia («una macchina per fabbricare incubi all’Occidente»), che ha rovinato suo nonno con la rivoluzione e suo padre col comunismo sovietico, porterà anche lui alla rovina. E si accorge di non aver mai veramente respirato per quindici lunghi anni.

Allora si dimette da ogni incarico e sparisce completamente dalla scena pubblica, alimentando il mistero intorno alla sua persona (così come è della figura reale di Surkov).

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Due fatti lo spingono a decidersi nonostante il timore che il suo ritiro possa essere interpretato come espressione di dissenso: una figlia in arrivo da una donna amatissima (ma qui parliamo di Baranov, non di Surkov) e il divieto di espatrio negli USA e in Europa, conseguente alle sanzioni per l’annessione della Crimea del 2014, che costringe lui, così profondamente europeo e così diverso dallo «Zar», a un sofferto e paradossale esilio in patria.

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Non è un lieto fine, naturalmente. Non lo è per la Russia di Putin, per il desiderio di potenza ormai inarrestabile che la divora e che la porta a mettere a rischio anche l’autoconservazione. Non lo è per Baranov, che non sarà mai abbastanza invisibile da sentirsi al sicuro, per i troppi segreti che conosce e per l’imprevedibile rancore che può impadronirsi dello «Zar».

Il film di Assayas insiste sull’impossibilità di una redenzione e – unica variazione di sostanza rispetto al libro da cui è tratto – chiude la vicenda nel modo cupo che si può immaginare. Ma da spettatori siamo costretti a immaginare anche come viene ordito il cupo finale, perché in Russia non si «sa» mai niente, si può solo sospettare e dedurre.

Il film, salvo poche scene, è pienamente aderente alla narrazione letteraria, con mezzi espressivi ben impiegati ma del tutto tradizionali, al punto da patire quasi di un eccesso di verbalità per via dell’onnipresente voce fuori campo del protagonista e da riprendere parola per parola molti dialoghi del libro. Assume perciò maggior rilievo la sua diversa conclusione, e non è fuori luogo ipotizzare che ciò segnali un crescente pessimismo, dal 2022 (anno di pubblicazione del romanzo di Giuliano da Empoli) al 2025 (uscita del film), con l’accanimento di una «operazione militare speciale» che solo nella Russia di Putin si può vietare di definire «guerra» e che, ben lungi dal concludersi in pochi giorni con la facile conquista immaginata, sta dissanguando vite ed energie da più di quattro anni.

Un romanzo e un film sulla storia contemporanea sono impresa abbastanza audace da autorizzarci a proseguire la narrazione, come in un gioco interattivo, e a leggere negli ultimissimi eventi internazionali l’esito funesto della strategia del «filo di ferro» raccomandata dall’astuto Baranov, quella del torcere e ritorcere in opposte direzioni il filo finché si spezza.


[1] Elena Kostioukovitch, traduttrice in russo di Umberto Eco, Nella mente di Putin, La nave di Teseo, 2022.

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