
Viviamo immersi in un flusso di notizie frammentate, schiacciati su un presente immediato che rischia di perdere il legame con il passato e la visione del futuro. In questo contesto, dove l’informazione è più consumata che «metabolizzata», è necessario trovare tempo per riflettere su ciò che è accaduto per comprendere ciò che accadrà.
L’attuale contesto geopolitico mondiale sembra muoversi lungo binari pericolosamente familiari, ricalcando schemi e tensioni che, non è scontato dire, appartengono alle pagine più buie del secolo scorso. Fa riflettere la notizia di qualche settimana fa, per cui il Science and Security Board (SASB) del Bulletin of the Atomic Scientists, chiamato ogni anno ad aggiornare le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse (in inglese Doomsday Clock), ha diminuito a 89 i secondi (simbolici) che rimangono alla mezzanotte del mondo, un secondo più vicini alla fine rispetto al 2024, con la motivazione che: «i leader internazionali e le rispettive società non sono riusciti a fare ciò che era necessario per cambiare rotta».
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Come mai di fronte all’evidente criticità della storia, la società contemporanea fatica a percepire la serietà della situazione? Ci troviamo immersi in un surplus mediatico di informazioni, in cui si impone sempre più un mainstream banale e poco significativo a cui si aggiungere, in maniera anche silente, il filtro e la (non) generatività delle IA.
E questo «esagerare con i dati» ci distacca dalla reale consapevolezza di quello che abbiamo già vissuto e di quello che ci sta accadendo. Si perde la memoria storica e la capacità critica di collegare lo svolgersi degli avvenimenti. Il passato non è più visto come una lezione viva, per interrogarci sul percorso umano che ha dato genesi al presente, con le sue virtuosità e difficoltà. Rimane piuttosto da confinarlo in una serie di libri polverosi, o di dati richiusi in cloud lontani dall’hic et nunc.
Attenzione però! Senza il pensiero critico derivante dalla riflessione storica non siamo più in grado di riconoscere «i segnali d’allarme»: la retorica semplificata di blocchi contrapposti, la corsa agli armamenti per un’apparente «necessaria» sicurezza internazionale, l’aumento del divario (e delle ingiustizie) tra le ricchezze del pianeta, la sfiducia nei confronti della rappresentatività politica del Paese, e tanto altro, viene percepito con una sorta di rassegnata normalità, perché si è dimenticato il prezzo pagato quando, in passato, situazioni analoghe hanno portato conseguenze estreme.
Recuperare la memoria è dunque un esercizio necessario, non soltanto accademico, ma direi vitale, per abitare il nostro tempo.
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In questa congiuntura sociale, geopolitica e mediatica nasce la «provocazione» del volume di Giuseppe Lorizio, La Bibbia e il giornale. Riflessioni teologiche nel tempo lento e veloce, Marcianum Press (Studium), Venezia 2026, 330 pp.
L’intento della pubblicazione risiede nella sua capacità di trasformare i fatti del quinquennio 2020-2025 (dunque il nostro «passato prossimo»), riproponendo le riflessioni di articoli editi su Avvenire e su SettimanaNews, che l’autore ha rivisto e migliorato per farli diventare una riflessione teologica duratura.
Rileggere: questa azione acquista un sapore nuovo in cui fede e razionalità si intrecciano per decifrare il nostro tempo. Tornare sulle notizie non è un esercizio nostalgico, ma un metodo per superare la superficialità dell’istante e praticare un discernimento che rifiuta il «mordi e fuggi» informativo.
Si tratta di un invito a ricucire i frammenti della storia italiana (e globale) dentro una cornice di senso più ampia, accettando la (sfida della) complessità senza la presunzione di volerla esaurire in una formula definita. Tale complessità, pienamente accessibile/risolvibile solo a Dio, per noi resta un mistero che ci trascende. Eppure da Dio stesso siamo chiamati a prenderci cura della storia, con i nostri mezzi limitati e con le nostre risposte parziali.

Il pensiero di Lorizio si offre, allora, come una guida per chi non si accontenta di «subire» le notizie, o ignorarle, ma desidera una formazione che lo aiuti a interpretare il proprio tempo, orientandosi senza lasciarsi travolgere dal caos mediatico, ascoltando l’eco della Parola che risuona nelle pieghe della vita quotidiana.
Il teologo Karl Barth esprimeva questa sensibilità con la necessità di «tenere», insieme, «nelle mani» sia la Bibbia sia il giornale, ossia cimentarsi nella «fatica» di lettura, in sinossi, del testo per eccellenza, e del testo sempre nuovo, quotidiano. Una lettura che viene offerta anche nel volume di Lorizio su differenti spazi di competenza (che costituiscono altrettanti capitoli del libro) dalla cultura alla filosofia/teologia, dalle grandi questioni etiche fino alla ricerca di pace (attraverso rinnovate relazioni internazionali) a cui ci siamo già introdotti.
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Qui, anche a mo’ di esempio della validità delle argomentazioni generali del libro proposto, e del beneficio di leggere insieme la parola di Dio cercando di trovarla in atto, o se non lo fosse, di farla vivere con il nostro piccolo o grande impegno quotidiano, nei fatti dell’uomo, è interessante notare la posizione netta dell’autore che non soltanto argomenta le ragioni «ideali» della pace, ma anche mostra i rischi di quella che è sempre più improbabile definire «guerra giusta».
Nell’articolo del 13 marzo 2022 di Avvenire.it (p. 252) dal titolo «Ucraina. Non alimentiamo più questa guerra che proprio tutti stiamo già perdendo», rileva come sia impossibile circoscrivere quel conflitto, (ma in generale ogni conflitto) ad un’operazione tra militari e governi confinanti in dissidio. Coloro che ne fanno in ogni caso le spese sono donne e bambini che nulla hanno a che fare con le armi:
«ancora una volta torna il tema del dolore innocente, tipico della teodicea, solo che qui e ora non si tratta della volontà di Dio che lo permetterebbe, ma dell’uomo (se così si può chiamare) che perpetra il male e provoca il dolore». Da questo segue l’inquietante, e purtroppo ancora attuale nel 2026, considerazione: «dobbiamo chiederci se armare ulteriormente, con azioni e parole, la resistenza ucraina non incrementi tali effetti nefasti, prolungando la guerra».
La meditazione si allarga riflettendo sull’impossibilità totale di giustificare ogni guerra, non soltanto per il deterrente politico dell’escalation (con il rischio di allargare il conflitto coinvolgendo altre realtà nazionali e sovranazionali), e nemmeno per il fantasma della minaccia nucleare, ma per la semplice esigenza evangelica, tutt’altro che sprovveduta o ingenua (p. 259): «Lo abbiamo spesso ripetuto: il messaggio del Vangelo è quello della nonviolenza che si traduce in pacifismo attivo».
Potrebbe sorgere un dubbio legittimo (p. 260): «Allora il cristiano è disarmato? Non ha nulla da opporre al nemico? [… No! egli ha] l’arma della preghiera e dell’affidamento che è stata “affilata” dal Papa, e da tutta la Chiesa, nella consacrazione alla Madre di Dio di Ucraina e Russia, [che] non può essere ritenuta irrilevante o marginale rispetto alle armi fisiche di cui dovremmo dotarci e che speriamo vengano sempre più abbandonate, e si dissolvano di fronte alla nonviolenza attiva».
Ancora più interessante è che le parti coinvolte nell’esempio trattato sono tutte e due cristiane (p. 261):
«Ecco la disarmata armatura del cristiano, sia egli cattolico, ortodosso o protestante, non ha che lasciarsi ispirare da questa Parola (Ef 6,10-18), e questo anche nel caso di quanti governano gli Stati, poiché questo messaggio evangelico è un vero e proprio messaggio politico e può trovare una sua realizzazione laica se si ispira alle tre parole: verità, giustizia e pace. E le armi, di cui si parla nel testo neotestamentario, non si acquistano né si vendono, ma si fabbricano nella fucina del lavoro su noi stessi e nelle nostre comunità credenti e non».
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La Bibbia e il giornale si configura dunque come un «manuale di sapienza», che speriamo i lettori possano godere per orientarsi nella complessità del nostro tempo. È un invito a non restare prigionieri di un eterno presente, ma a farsi pellegrini di una storia che attende di essere redenta, riscoprendo che tra le righe della cronaca — anche quella più dolorosa — è ancora possibile prima pensare, e poi tracciare fattivamente, sentieri di giustizia e di pace.





