“Il Sol dell’avvenire”: la storia come possibilità

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nanni moretti

«Il Sol dell’avvenire»: una frase che subito suscita immagini di un tempo che sembra preistoria, di nostalgia per molti e, anche, di feroci delusioni. Il Sol dell’avvenire di Nanni Moretti è un film che contiene tutti questi sentimenti, questi dubbi, questi rimandi storici, ma ne fa una storia nuova. Appunto una storia che guarda al passato, ma riguarda il nostro presente, una storia che si fa anche con i “se”, anche se gli studiosi ci ammoniscono che questo è scorretto. Quel “se” che Moretti inserisce nel suo film ci riconsegna la storia come possibilità, come responsabilità da gestire, non solo nel giudizio sugli eventi passati ma soprattutto nel percorso che scegliamo nell’oggi.

Nanni Moretti, regista singolare nel panorama del cinema italiano, ci offre con questo film molti fili con i quali percorrere una narrazione dove i personaggi, le storie, gli stili si intrecciano e si richiamano.

Se – come diceva Truffaut – un film per essere riuscito deve esprimere un’idea del cinema e un’idea del mondo, questo film di Moretti centra entrambi gli obiettivi. E lo fa alla sua maniera, alla maniera di Moretti: non rinuncia alle sue idiosincrasie, non lascia da parte il suo sguardo impietoso sui vezzi che riempiono le nostre vite e anche la sua, ma riallaccia tutto questo in un film che ci trascina dentro una storia per poi farcene assaporare molte altre.

In una sezione del PCI

Giovanni, alter ego di Nanni Moretti, è un regista che gira un film sul tempo, un film sul 1956: data dell’invasione russa dell’Ungheria e della difficoltà di un segretario di sezione comunista colto da una crisi d’identità politica.

Già questo tema ci lascia subito intendere che Moretti punta la cinepresa non solo su quel passato, ma ci sprona a ripensare sulle scelte dell’oggi che ci interpellano.

La narrazione ci porta in un quartiere periferico di Roma, con il segretario della locale sezione del PCI, che attende, con trepidazione, l’accensione delle luci che illumineranno le strade: un primo accenno al sol dell’avvenire che si fa presente grazie alla buona amministrazione dei compagni?

Attenzione, però, Moretti ci avverte subito che questo è il suo film, quindi il suo sguardo sul mondo, per cui nella sezione del PCI non accetta che sia appeso un ritratto di Stalin che Giovanni, il regista, strappa, pur consapevole che quel manifesto non mancava mai nelle sedi del partito.

Un intreccio di storie

Moretti, per raccontarci i fatti d’Ungheria, usa l’arrivo nel quartiere romano di un circo ungherese. Il film al quale Gianni lavora sarà prodotto dalla moglie Paola, che è anche alle prese con un’action movie di un giovane regista italiano, mentre la figlia Emma si occuperà delle musiche.

Moretti intreccia a scene del film uno sguardo impietoso sulla sua vita personale e di coppia, con la moglie che, di nascosto, si rivolge ad uno psichiatra non molto convenzionale, che risponde al telefono durante la terapia.

I guai giudiziari del co-produttore del film portano Gianni a rivolgersi a Netflix, con un esilarante non-dialogo tra il regista stesso e i funzionari che esplicita con chiarezza l’amaro disprezzo di Moretti per un cinema che si propone solo di coinvolgere lo spettatore già dai primi due minuti di visione.

Giovanni/Nanni si scaglia anche contro il giovane regista italiano che sa usare solo la violenza, ne blocca il set per un’intera notte, stroncando la resistenza fisica di attori e tecnici e interpellando Renzo Piano, Chiara Valerio, Corrado Augias e perfino Scorsese per dirci con una scena irresistibile, che il cinema parla della realtà e con la realtà, per dirci, da vero cinefilo, che il cinema non è solo estetica, ma anche etica e che i due aspetti non possono essere scissi, pena produrre brutti film.

nanni moretti

Saranno i nuovi produttori coreani ad offrirsi di finanziare il film di Gianni, di cui offrono un’acuta sinossi che non lascia nessuna speranza.

Anche qui, Moretti vuole fare cenno all’importanza, nel panorama internazionale attuale, del cinema coreano? Moretti non ci offre percorsi univoci di lettura, ci offre suggestioni e, soprattutto, ci offre scene godibilissime di un cinema acuto, divertente eppure mai scontato.

Il film funziona, le narrazioni si sovrappongono, i richiami colti si intrecciano, ma soprattutto, noi spettatori siamo totalmente coinvolti in un gioco, in una storia che ci travolge, ci coinvolge e, ad ogni scena, ci fa chiedere dove siamo noi.

Che dire della musica? Spesso irrompe sulla scena, interrompe l’evoluzione della storia, i personaggi cantano e ballano, come se ci trovassimo in un musical. Moretti ci fa risentire i suoi cantautori italiani preferiti, ci fa provare partecipazione e, sempre, un po’di nostalgia.

Accanto al film che Giovanni sta girando, Moretti mette in campo tante altre storie. Quella del nuotatore che attraversa Roma percorrendone le piscine, per concludere che questo film avrebbe dovuto girarlo anni fa, quando la sua forma fisica era migliore. Quella dei giovani innamorati a cui Gianni, o forse proprio Moretti, suggerisce da dietro il finestrino dell’auto, le battute come se anche la vita avesse bisogno di un copione, anche se perfino le attrici si rifiutino di essere ligie a quanto scritto.

Un percorso collettivo

È un film fatto di stonature, come quella di Giovanni che è stonato quando canta in auto mentre il coro, sul set, intonerà a dovere. Sarà il cinema a ricomporre la scena, a darle continuità; la soluzione, nel cinema come nella storia, non può essere nelle mani di una persona sola.

Infatti, la scena finale ci consegna un grande percorso collettivo, una parata, una marcia trionfale: non dimentichiamo che ci troviamo in via dei Fori Imperiali. Come ci si aspetta tutte e tutti guardano lontano, guardano il sol dell’avvenire, che ancora non si vede all’orizzonte, ma continuiamo caparbiamente a cercare, senza farci confondere dalla geografia come in Ecce bombo dove gli amici sprovveduti attendono l’alba con lo sguardo rivolto ad ovest.

Sulla manifestazione di popolo si staglia il ritratto di Trotskj, l’antagonista di Stalin cancellato da Giovanni dalla storia, ma è presente anche Togliatti, e uno alla volta, quindi ognuno con la sua storia e la sua personalità, si aggiungono attrici e attori italiani, e il saluto finale di Moretti sembra il gesto scherzoso, ma simpatico, di un bambino.

Ancora una volta Moretti potrebbe dirci che la responsabilità è personale, ma il percorso può essere solo collettivo.

nanni moretti

Ci resta negli occhi un film con battute fulminanti, con immagini ricercate, con infiniti richiami, citazioni e auto-citazioni, ma soprattutto un film che seziona con cruda chiarezza la realtà senza essere solo pessimista.

Il film si chiude con un sorriso, con quella voglia di andare avanti che il titolo stesso ci ricorda.

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Un commento

  1. Adelmo Li Cauzi 4 maggio 2023

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