
L’anno 2026 la Rivista di spiritualità pastorale Presbyteri festeggia il traguardo dei sessant’anni di pubblicazione. Nata nel 1965, Presbyteri − rivista con un’attenzione particolare alla vita dei ministri ordinati − esprime una triplice identità: quella dei padri venturini, quella dei gesuiti (di Chieri e poi di Messina) e quella dell’Unione apostolica del clero. La seconda monografia del 2026 è dedicata alla realtà dei presbiteri multietnici. Si tratta di «una grande risorsa per la Chiesa e per la società, perché vi si incontrano diverse esperienze di vita, di fede e di ricchezza culturale ed ecclesiale. Nonostante questo, non mancano anche difficoltà di inculturazione, di adattamento, di relazione e può succedere che le motivazioni non siano sempre coerenti ed evangeliche, da entrambe le parti». Riprendiamo l’editoriale di don Piotr Sulkowski.
Al Brooklyn Museum of Art a New York si possono ammirare gli acquerelli dell’artista francese James Tissot. Su uno dei piccoli quadri realizzati alla fine dell’Ottocento il pittore ha rappresentato il momento in cui ha origine la missione dei 72 discepoli. La scena è ambientata lungo la strada verso Gerusalemme. Gesù si ferma su una piccola collina per consegnare il suo mandato. Lo sfondo è costituito da un paesaggio montuoso brullo, arido, desolato. Su queste colline sorgono tre città: le prossime destinazioni degli apostoli.
Gesù sta in piedi e davanti a lui una coppia di discepoli si inginocchia in segno di umiltà e di adorazione, e riceve la sua benedizione. Su uno di loro il Signore in silenzio impone le mani, quasi avvolgendo il capo del chiamato. Sul quadro si possono contare circa una ventina di missionari. Gli altri sono già partiti. Tutti sono diretti in diverse direzioni che rappresentano tutte le parti del mondo. Camminano a due a due, raccolti e sicuri. Si recano a portare il Vangelo dappertutto, perché ogni ambiente ha bisogno della buona notizia. Tutti i luoghi sono diventati terra di missione.
«Mi hanno chiamato da un paese lontano»
Tutte le volte in cui contemplo quest’acquerello penso alla mia vocazione. Oltre 30 anni fa sono stato mandato a Verona per continuare i miei studi di teologia. La Provincia italiana del mio Ordine religioso da diversi anni non aveva più nessuna vocazione per cui i superiori hanno pensato di istituire un piccolo seminario costituito da una decina di formandi provenienti dalla Polonia.
Il primo impatto con la nuova nazione non fu facile: la lingua, il cibo, il clima. Poi gli sguardi un po’ impietosi dei confratelli anziani, ma sempre sorridenti, perché in noi vedevano un futuro di speranza, un proseguo della vita della Congregazione. Al termine del percorso, ho deciso di restare per qualche anno in Italia per aiutare l’équipe missionaria nelle numerose missioni popolari predicate durante l’anno giubilare.
Non scorderò mai il mio primo impegno di evangelizzazione, quando il vescovo, all’inizio della missione, mi consegnò il crocifisso e la Bibbia e mi impose la sua benedizione. Dopo tanti anni, scoprendo il disegno di Tissot, ho visto nelle mani del Pastore della diocesi in cui facevo l’evangelizzazione, quelle di Gesù. Non mi sono fermato più nel mio giro sulla penisola, dal Nord al Sud portavo il mio fervore e il desiderio di raggiungere i cuori di tutti. È interessante che nessuno mi guardava per il prisma di un prete straniero, ma apriva le braccia a Cristo che finalmente veniva a visitarlo.
Da qui la mia decisione di restare in Italia che in questi anni è diventata la mia seconda patria, la terra straniera che è diventata la mia terra. Io prete straniero che sono diventato figlio, fratello e padre nella fede per questa gente che mi ha accolto e continua ad amarmi. Ogni tanto qualcuno mi ferma e riconoscendo la mia “parlata straniera” subito mi associa al papa Wojtyla e io riapro le pagine dei miei ricordi sentendo ancora la sua voce con le famose parole dalla loggia della Basilica di San Pietro: «Lo hanno chiamato da un paese lontano… lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana».
Missionari: il dono di fede
Non posso, in questa monografia che la nostra rivista dedica al presbiterio multietnico non condividere la mia testimonianza personale, ma soprattutto la gioia di essere in un certo senso il prete religioso fidei donum. La consapevolezza di essere un dono sia fondamentale per chi viene in Italia a svolgere il proprio ministero. Nel 1957 Pio XII promulgava un’enciclica che avrebbe suscitato un enorme movimento missionario. Da allora il titolo del documento, Fidei donum, fa riferimento ai sacerdoti (oggi anche ai laici), che, pur rimanendo preti diocesani, sentono la chiamata missionaria e come “dono di fede” partono per le terre di missione per annunciare Gesù “alle genti”.
Gli scenari in questi decenni sono radicalmente cambiati. Prima di tutto la Chiesa ha vissuto la grazia del Concilio Vaticano II che ha voluto evidenziare la natura missionaria della Chiesa. Lo sguardo profetico di papa Pacelli sarà prolungato e sviluppato nell’insegnamento dei suoi successori cosicché Giovanni Paolo II in Redemptoris missio affermerà: «I presbiteri evidenziano in modo singolare il vincolo di comunione tra le Chiese, danno un prezioso apporto alla crescita di comunità ecclesiali bisognose, mentre attingono da esse freschezza e vitalità di fede» (RM 68). L’enciclica dedica molta attenzione alla collaborazione tra le Chiese, specialmente attraverso i presbiteri, ricordando che i sacerdoti devono essere disponibili a svolgere il loro ministero oltre i confini del loro paese.
Sono gli anni in cui si nota un netto mutamento della situazione religiosa. Numerose diocesi italiane faticano a garantire una normale attività evangelizzatrice e pastorale per la carenza di sacerdoti, per l’età sempre più avanzata e per la mancanza di vocazioni, fenomeni ancora più accentuati nelle congregazioni religiose. Mentre cala il numero dei fidei donum italiani nel mondo, i preti “importati” da diversi continenti e dai paesi dell’Europa dell’Est sono sempre in aumento.
Tesoro nascosto da valorizzare
Nel 2023 è stato organizzato a Roma il primo raduno dei presbiteri stranieri operanti nella regione ecclesiastica del Lazio. L’evento ripetuto l’anno successivo ha visto la partecipazione di tanti sacerdoti già incardinati, ma anche quelli presenti in Italia per motivi di studio e di scambio di cooperazione tra le Chiese. L’esperienza ha cercato di superare ancora il persistente modo di vedere nel clero straniero i tappabuchi delle nostre mancate vocazioni o leggere la loro presenza in un’ottica puramente migratoria.
Non si può nascondere che i sacerdoti stranieri sono un grande potenziale e una ricchezza pastorale per la Chiesa in Italia. Sono un tesoro da valorizzare, come ribadito dagli organizzatori dei raduni: «Voi siete il tesoro nascosto che agisce dentro le nostre comunità, siete una linfa per le parrocchie e le diocesi italiane. Siete freschezza dell’annuncio da portare per osmosi, in Occidente» (mons. E. Nappa, presidente delle POM) e «Sentitevi missionari! Siete portatori di un’esperienza di vita, di fede e di Chiesa che non vale meno della nostra» (don G. Pizzoli, direttore Fondazione Missio)[1].
La presenza del presbiterio multietnico in Italia conferma che viviamo davvero in un mondo ormai globalizzato e che si è entrati in una nuova epoca delle missioni. Nel nostro paese il fenomeno migratorio, la consapevolezza del continente senza frontiere, l’adesione dei nuovi paesi alla Comunità Europea hanno alzato significativamente la percentuale degli stranieri di diversi riti e religioni. La necessità dell’assistenza religiosa e spirituale risulta sempre più evidente ed esige da parte di chi viene e di chi accoglie la formazione missionaria e chiama a diventare esperti di interculturalità.
Formare alla missione
L’accoglienza dei preti non italiani e il loro inserimento nella realtà della Chiesa italiana chiama a un serio discernimento a partire dalle motivazioni che devono corrispondere a criteri di cooperazione e di ecclesialità. È importante che i sacerdoti stranieri non siano lasciati soli, ma vengano accompagnati e inseriti nella fraternità presbiterale. Si tratta di una formazione reciproca affinché tutti ci sentiamo collaboratori nella missione. Questa pedagogia missionaria va insegnata già nella formazione iniziale. Il Prefetto del Dicastero per il Clero ribadisce il bisogno di curare la maturità missionaria nella vita sacerdotale:
Le nuove sfide pastorali e le diverse situazioni ecclesiali ma anche culturali cui andiamo incontro, ci chiedono uno scatto in avanti; abbiamo bisogno di preti che siano “formati alla missione”, cioè che acquisiscano uno spirito missionario con quella flessibilità interiore e disponibilità pastorale che li renda capaci di mettersi in gioco in modo creativo, in un esercizio del ministero che, per certi versi, potrebbe essere innovativo e non scontato, che nel tempo odierno potrebbe essere più elastico e meno statico. Un ministero che sia davvero rivolto alle esigenze reali dell’evangelizzazione e non alla semplice conservazione di una prassi esistente[2].
La conoscenza reciproca, il superamento delle possibili diffidenze e l’accettazione della diversità favoriscono la bellezza poliedrica della Chiesa. Le differenze non dividono o creano rivalità, ma arricchiscono tutta la comunità ecclesiale, sacerdoti e laici. È vero che la missione di oggi deve essere intesa più come reciprocità, come cooperazione tra Chiese, per cui ogni Chiesa particolare è una comunità che invia e che riceve allo stesso tempo[3]. E si può ricevere davvero tanto dai nostri fratelli stranieri a patto che anche noi li aiutiamo a superare le prime difficoltà di ambientazione e di inculturazione, accettiamo con pazienza i problemi linguistici e li coinvolgiamo con convinzione nei progetti pastorali ed ecclesiali.
Il clero multietnico è una risorsa e una presenza necessaria. La maggior parte è contenta di lavorare in Italia, è pronta a donare ciò che costituisce il proprio patrimonio umano e culturale: la vita donata al Signore, il coraggio dell’evangelizzazione, l’entusiasmo della giovane età e della giovinezza della Chiesa da cui provengono.
Sognare insieme la Chiesa “in uscita”
La Chiesa “in uscita” è la comunità dei discepoli che si mette in cammino per portare il Vangelo di Gesù ovunque. Questo non è stato solo il sogno di papa Francesco, ma un comando che nasce dalla passione che Gesù ha per ogni uomo. Non è facile lasciare i propri paesi e le proprie abitudini e prendere l’iniziativa per raggiungere tutte le periferie.
Tornando all’opera di Tissot, siamo invitati ad essere anche noi i discepoli in missione. Il Signore affida la sua missione ai discepoli di oggi, e cioè a ciascuno di noi. Nel DNA del cristiano è incisa la dimensione dell’essere inviato. L’invito all’annuncio è il risultato della profonda esperienza vissuta con il Maestro. Chi l’ha incontrato non può godere di questo privilegio solo per sé. È chiamato a raccontarlo agli altri. Il prete straniero è quindi un fratello con cui condividiamo insieme i sogni di una Chiesa che raggiunge ogni ambiente, fino alle periferie esistenziali, anche a chi sembra lontano e indifferente. La missione è il movimento di amore che sotto l’impulso dello Spirito Santo oltrepassa ogni confine di fede e di cultura. Abbiamo bisogno di chiamati convinti e appassionati, capaci di suscitare nell’altro la sete di Dio, la fame della Parola, il desiderio di condivisione, la gioia dell’appartenenza.
[1] Cf. I. De Bonis, Preti in Italia «tesoro da valorizzare», in Avvenire, 2 ottobre 2024.
[2] L. You Heung-Sik, Come la folgore viene da Oriente, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2023, 64.
[3] Cf. G. Albanese, Nuova epoca della missione, sacerdoti stranieri come dono prezioso, in Popoli e Missione, 2 ottobre 2023.





