Africa e missione

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Paolo Motta è missionario della Comunità di Villaregia in Africa: dal 2000 al 2005 è stato in Costa d’Avorio, dal 2017 è in Burkina Faso. In questo Ottobre Missionario 2023 gli poniamo alcune domande sull’Africa, sulla gente africana, sul significato della presenza dei missionari occidentali nel Continente africano.

  • Padre Paolo, come ti senti guardato – insieme agli altri missionari occidentali – dagli africani?

Posso naturalmente parlare della mia esperienza in due Paesi dell’Africa occidentale subsahariana, che, comunque, possono avere alcuni caratteri comuni ad altri. Ricordiamo che il cristianesimo è penetrato in Africa dalle coste, con i coloni europei: questo non è secondario rispetto al modo in cui i missionari vengono guardati dagli africani.

Bisogna dunque distinguere. I cattolici africani sanno che noi siamo tra loro, con loro. Ma chi non è cattolico, normalmente, diffida di noi. Lo “stigma” coloniale per cui noi siamo là per sfruttare è diffuso tra la gente africana ed ha, peraltro, il suo fondamento. Gli africani vengono da secoli di sudditanza ed hanno introiettato un certo senso di inferiorità – che si può tramutare, all’occorrenza, in opportunismo – nei “nostri” confronti: non è infrequente sentirmi dire dai bambini, per strada, «uomo bianco dammi i soldi», ancora oggi come vent’anni fa.

C’è amarezza in questa battuta, sia da parte mia che ascolto, sia da parte di alcuni tra gli stessi africani: evidentemente, in tanti anni, non c’è stato quello sviluppo del poter farsi carico di sé stessi, cosa per cui noi missionari abbiamo cercato di lavorare. In me pesa molto il fatto che la sottomissione degli africani è stata storicamente prodotta anche con la violenza. Nel colpo dei ragazzini che ci chiedono i soldi c’è tuttavia, anche, un desiderio, di riscatto: sotto sotto è come se dicessero «restituisci il maltolto». E questo, di per sé, è positivo. Forse sta davvero maturando un atteggiamento nuovo.

  • Cosa hanno fatto i missionari per guadagnare la benevolenza degli africani?

I missionari occidentali – mentre è arrivata la colonizzazione – hanno portato scuole e ospedali. D’altra parte, però, sono arrivati anche i fucili e lo sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’Occidente. Ma penso che i missionari abbiano saputo distinguersi, portando motivi di vita migliore apprezzati da tutti. È indubbio che le opere missionarie abbiano portato benefici alle popolazioni.

Oggi, secondo me, dobbiamo evolvere pure da questa immagine per quanto positiva, pur sempre maturata da una posizione superiore. La Chiesa africana è ormai cresciuta. Il clero locale è decisamente più numeroso di quello proveniente dall’occidente, mentre noi – missionari bianchi di istituti religiosi sia maschili che femminili – siamo in diminuzione e non abbiamo più a disposizione le stesse risorse economiche. Il mondo è cambiato e ciò che era possibile sino a non molto tempo fa, non lo è più.

La missione della Chiesa è sul posto ed è del posto. È passato il tempo del missionario un po’ “eroe”, un po’ sperimentatore, in proprio, che evangelizza, si lancia nella inculturazione, in qualcosa di completamente nuovo, e, insieme, nello sviluppo economico e sociale.

Africa politica
  • I recenti e ripetuti colpi di stato – anche in Burkina Faso – cosa ci dicono?

Stiamo guardando con trepidazione a questi fatti. Nella nostra area geografica, si sono verificati quattro colpi di stato in tre anni: in Mali, Burkina Faso e Niger. Ciò farebbe immediatamente pensare ad una retrocessione del processo di democrazia in questi Paesi. Nel 2017 quando sono arrivato in Africa, si diceva che ormai questi Stati fossero solidi, dotati di costituzioni, ben avviati nell’alveo della democrazia. Tutto questo è stato smentito dai fatti. Per altri versi, si può dire che questi Paesi stanno cercando di scrollarsi di dosso il peso coloniale e post-coloniale, per prendere in mano il proprio futuro.

Dentro a questi colpi, infatti, c’è la reazione a presidenti o capi di stato di stampo euroccidentale, ossequiosi verso l’Occidente, in particolare – per quanto ci riguarda – la Francia, interessata a mantenere il controllo del Sahel. I Paesi che hanno avuto la colonizzazione inglese stanno mostrando una maggiore capacità di sviluppo, a differenza dei “francesi”. Non è facile capirne le ragioni, ma, di fatto, Ghana e Nigeria, sono tra i Paesi africani maggiormente emergenti nella regione occidentale.

I cambi di persone al potere mi danno l’impressione, quindi, pur con tutti i timori, che ci si voglia emancipare dall’influenza sin qui subita. Ma il grande rischio è che ci si rivolga ancora ad altri colonizzatori, sperando che questi siano meno invasivi e meno interessati a predare risorse: cosa, purtroppo, assai improbabile. L’altro grande rischio, reale, è di precipitare nel caos totale: Libia e Sudan ne sono gli esempi, oggi, più eclatanti.

  • Come sta reagendo la Francia nei Paesi citati e, in specie, in Burkina Faso?

La Francia sta ritirando i suoi soldati: prima lo ha fatto in Mali e poi in Burkina Faso; la stessa cosa sta avvenendo in Niger. Di mezzo c’è la questione della lotta al terrorismo jihadista.

Nel Sahel ha preso piede all’inizio del decennio scorso, in uscita o in fuga dagli stati del Medio Oriente e in seguito alla crisi libica, seguendo sia l’ispirazione dell’Isis che di al Qaida. Nei deserti e nei villaggi del Sahel la vita dei terroristi era ed è più facile. Per contrastare il terrorismo è nata l’alleanza guidata dai francesi insieme ai locali. Ma, di fatto, il terrorismo, in questi anni, ha continuato ad avanzare. Gli africani hanno maturato risentimento nei confronti dei francesi che non avrebbero saputo o voluto fare davvero la lotta ai terroristi.

Gli accordi di cooperazione militare con la Francia, inoltre, pare abbiano limitato le facoltà di intervento autonomo degli Stati, almeno in Burkina Faso; si dice che le truppe locali che andavano a combattere non erano dotate di strumenti adeguati perché c’era un tetto alla quantità di armi a disposizione: perciò sono stati rotti i trattati, perché ritenuti inefficaci. Conseguenza è il ritiro delle truppe francesi e il progressivo disimpegno. Ciò, di per sé, non ha comportato l’estinzione dei rapporti con la Francia in altri ambiti. Ma è chiaro il peso della questione. Anche i civili sono stati invitati a rientrare: i voli AirFrance sono sospesi, come pure il servizio dell’ambasciata francese alla quale si appoggiavano quasi tutti i Paesi europei.

  • Nel mentre, si vedono russi e cinesi in giro? 

Sì, si comincia a vedere qualche russo: io stesso ne ho visti, per la prima volta qualcuno, da un anno a questa parte. Non saprei dire se si tratta di turisti o uomini di affari, oppure di militari.

Senz’altro si vedono più cinesi, già da anni. La cooperazione economico-commerciale con la Cina è una realtà, da molto tempo. Ma la stessa cosa si può dire dell’India. Penso che India e Cina abbiano ormai superato le esportazioni in Burkina Faso rispetto all’Europa. Molti prodotti asiatici sono più convenienti degli stessi prodotti in loco, senza parlare di quelli europei, molto più cari.

Possesso e liberazione
  • Chi controlla, allora, il mercato delle materie prime?

Questo è il punto. A sfruttare le risorse sono le multinazionali, le quali si proteggono e si fanno proteggere dagli stessi attori in campo. Anche i governi locali sono interessati alle materie prime, ma troppo spesso agli interessi dello stato subentrano gli interessi privati degli uomini che li rappresentano. Ci sono quindi paramilitari di tutti i tipi e terroristi che dicono di voler proteggere chi lavora nelle estrazioni: in realtà sono lì per controllare in quali mani vanno a finire.

In Burkina ci sono miniere d’oro che fanno evidentemente gola a tutti. Sia chiaro: a sfruttarle non sono stati solo o soprattutto i francesi; infatti, ci sono principalmente i canadesi, piuttosto degli australiani. In Burkina Faso c’è poi tanto manganese, un minerale ambito.

Diverso è forse il discorso sul Niger: sembra che il 30% dell’energia francese dipenda dall’uranio del Niger. Secondo alcuni la reazione al colpo di stato in Niger è stata, da parte francese, molto più piccata che non in Burkina o in Mali. Ma tutto il gruppo degli stati dell’Africa occidentale ha reagito in modo più severo in questo frangente.

Ma sappiamo, sino ad ora, che da parte dei governi locali si è sfruttata poco la possibilità di ricavare consistenti benefici dalle concessioni minerarie: alcuni uomini del potere hanno approfittato dei giacimenti solo per arricchirsi personalmente. Sicuramente, ci sarebbe la possibilità di ottenere molto di più dalle concessioni e dal lavoro delle miniere, a beneficio della gente.

  • La Cina ha fatto “regali” pur di entrare in Africa?

Ti faccio un esempio: nella nostra missione ci sono due strade asfaltate, una prossima alla città e l’altra che attraversa tutta la missione. La strada asfaltata meno importante è stata fatta dalla cooperazione francese ed ha tre strati di asfalto con un sottofondo robusto. Si vede che è ben curata, ma costa quattro o cinque volte di più dell’altra, che è stata fatta dalla cooperazione cinese, realizzata con una passata di bitume, di ghiaia e rullo compressore.

È vero: i cinesi arrivano, finanziano lavori, impongono le loro imprese. Anche i francesi hanno finanziato e imposto le loro imprese. Alla fin fine, dietro la cooperazione, c’è molto ritorno di interesse. Nessuno ha regalato e regala nulla.  Ci deve essere poi sempre un contributo del governo locale e, visto che le strade dei cinesi costano meno, i governi africani preferiscono, sempre più, rivolgersi ai cinesi.

  • I nuovi regimi anti-occidentali quale atteggiamento avranno nei confronti della Chiesa?

Non penso che i cambiamenti di regime nuoceranno alla vita della Chiesa. Per i governi la Chiesa ormai è soprattutto la Chiesa locale, che è molto meno associata all’immagine dell’Occidente. Come ho detto, poi, questi colpi di Stato sono motivati in chiave antiterrorista, ove il terrorismo è di matrice islamica radicale. Solo se i terroristi dovessero “avere la meglio”, potrebbero costituire una minaccia fisica per la Chiesa.

Da tempo, piuttosto, dal punto di vista strettamente religioso, rileviamo un ritorno “ideologico” al camitismo (dai biblici Sem, Camet e Jafet): Cam sarebbe migrato in Egitto, dando origine alla cultura e alla religiosità tradizionali africane. Tra i giovani universitari si sta diffondendo, in chiave anticolonialista, ma anche anticristiana, questa ideologia: per essere veramente africani bisogna aderire a questa religione e rifiutare le religioni importate, ossia l’Islam e il Cristianesimo. Di questo la Chiesa è preoccupata.

  • L’Africa va dunque restituita agli africani: è questa la prospettiva?

Dal punto di vista socioeconomico è auspicabile, oltre che probabile che questo avvenga nell’arco del secolo. Senz’altro il peso dell’Africa aumenterà a livello mondiale. Sino a qualche tempo fa si diceva che l’Africa sarebbe potuta sparire dalla carta geografica del mondo economico senza che nessuno se ne accorgesse. Ora la prospettiva è assai diversa, almeno per un motivo, ben evidente: quello demografico.

L’Africa è l’unico continente ad essere stimato in crescita sensibile per tutto il secolo. Ciò vuol dire che tante giovani risorse si troveranno solo in Africa. Stiamo assistendo già ad una sorta di contro-colonizzazione africana. Gli emigrati non sono altro che l’espressione di tale crescita demografica e quindi del desiderio di avventura, di emancipazione, di sviluppo di tanti giovani. La demografia avrà la meglio su ogni steccato, fisico e ideologico. L’Africa conterà molto di più: non solo l’Africa sarà sempre più l’Africa degli africani, ma anche tutto il mondo sarà un po’ più africano.

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Chiese africane e presenza missionaria
  • E dal punto di vista ecclesiale?

L’Africa è già “esportatrice” di preti e di religiose in tutto il mondo. La fede – e sicuramente la religiosità – è meno in crisi in Africa che in altri posti: lo si diceva in un convegno missionario tre anni fa. La Chiesa cresce in Africa più che in tutte le parti del mondo, anche a livello di “vocazioni di consacrazione”.

In Burkina, i vescovi sono tutti africani, da tempo. C’è un fiorire di istituti religiosi e di nuove comunità locali. C’è tutto un movimento ecclesiale di nuova ispirazione con caratteristiche molto africane, molto locali

  • Ha ancora senso, allora, la vostra presenza di missionari occidentali?

Io penso di sì. Innanzi tutto, perché si è raggiunta una grande fraternità – tra pari – nel lavorare insieme per la stessa Chiesa. La nostra presenza di missionari stranieri ha poi sempre senso, sinché la missione ha senso: è la costante memoria che la Chiesa deve essere in uscita o il «paradigma della vita cristiana» (Giovanni Paolo II).

Francesco lo ripete in mille modi. L’uscita è parte della dinamica cristiana: il permanente esodo d’Israele dall’Egitto. La diaspora in mezzo ai popoli segna l’identità del popolo di Dio, quindi la dinamica della Pasqua e della Pentecoste fanno parte della identità della Chiesa.

Per me, “uscire”, avendo lasciato non solo progetti di famiglia e di lavoro, ma anche la mia comunità e la mia cultura per andare in un posto in cui ero – e in fondo sono ancora – un perfetto sconosciuto è paradigma della mia vita cristiana. Il fatto di stare in Africa – spesso rimanendo zitto, perché non è facile riuscire a comunicare veramente nella lingua locale – è una grande sfida. La presenza è già una missione carica di senso.

  • Com’è la liturgia africana? È diversa dalla “nostra”? Sino a che punto può differenziarsi?

Il Concilio ha dato la facoltà – persino auspicata – di celebrare liturgie fortemente caratterizzate a livello locale. La Chiesa zairese ha proposto, ad esempio, una liturgia precisamente adattata alla sensibilità africana. Tutto sommato però, i cattolici africani non sono andati granché in là su quella strada.

Può sorprendere, ma gli africani sono – e ci tengono ad esserlo – più “romani” di noi stessi cattolici romani. Per fare un esempio, i chierichetti della mia parrocchia o della mia diocesi di Ouagadougou guardano – senza che nessuno glielo chieda – le messe del Papa in internet per emulare i cerimonieri che stanno a Roma. Anche quelli che studiano teologia sono sempre molto ossequiosi dei documenti ufficiali. C’è uno spontaneo trasporto per il rigore liturgico, più di quanto io stesso pensassi. Quando c’è una liturgia molto strutturata e molto “cerimoniata”, piace tantissimo: paramenti, decorazioni, inchini, croci, incenso, ecc.

Vero è, poi, che gli africani tendono a prolungare e ad amplificare, a modo loro, ciò che è proprio della liturgia: il canto ad esempio. Il canto per gli africani è una espressione fondamentale e irrinunciabile del rapporto col divino. Perciò, là dove ci sono una parrocchia e una comunità cristiana, le prime che si formano sono, certamente, una equipe di catechesi, una equipe della lettura della Parola di Dio e, soprattutto, una numerosa equipe di canto corale, che normalmente esegue a quattro voci.

Celebrazione
  • In quale lingua o in quali lingue si celebra e si canta?

Nella nostra chiesa ci sono varie corali in lingua locale e in lingua francese, secondo la lingua in cui si celebra la Messa. Sorprendente è poi che gli africani prendono e adattano canti da un po’ tutte le fonti: sono molto più internazionali e multiculturali di noi.

  • Qual è la caratteristica del canto liturgico africano?

La sensibilità musicale africana è, come noto, più ritmica che melodica. Quando sessanta persone cantono all’unisono, ci sono almeno una decina di percussionisti a fare il ritmo. Questi ritmi sono fantastici, affascinanti, mi prendono molto perché “trasportano” tutto il corpo. Toccano corde diverse da quelle toccate dalle melodie occidentali.

Le liturgie africane sono perciò molto giocate sulla musica e sul ritmo della musica: il canto è considerato, in generale, il modo di impegnarsi nella Chiesa. La gente passa ore ed ore a fare le prove: nella mia parrocchia le corali fanno due o tre prove la settimana, di un paio d’ore ciascuna. Il repertorio è amplissimo. C’è un libro ufficiale dei canti della domenica; introito, kyrie, gloria, credo e agnus dei: quasi sempre sono diversi da una Domenica all’altra!

  • Si danza, anche?

C’è una danza spontanea e c’è una danza strutturata. La danza strutturata è fatta essenzialmente nelle grandi celebrazioni. Ci sono gruppi di ragazzine a cui è affidato il “ministero” della danza per dare solennità a certi momenti liturgici: all’ingresso, al gloria, all’offertorio e all’azione di grazia o post comunione.

Poi ci sono danze spontanee. Normalmente la gente esprime la gioia dopo la comunione, battendo le mani e danzando liberamente. Si crea un clima di festa e poi si torna a casa veramente contenti.

L’offertorio africano solenne è sempre danzato nel percorso che porta i doni all’altare; vengono portati veramente i doni della terra: la frutta, i legumi, i cereali, ma anche i pesci e gli animali vivi (quali galline, montoni, pecore). Alcune correnti liturgiche sostengono che tutti frutti della terra sono già simbolizzati negli elementi del pane e del vino “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”, ma nella sensibilità africana portare doni numerosi e abbondanti è segno che tutte le cose più belle vengono da Dio e a Lui sono offerte per riconoscenza; perciò, una celebrazione festiva, priva di un offertorio ben curato, risulterebbe deludente.

  • Quanto durano, così, le messe?

Dipende dai contesti: in città sono più brevi perché in una mattinata bisogna fare varie Messe per riuscire a far partecipare tutti i fedeli, che sono tanti; mentre nei villaggi c’è una sola Messa che – se il celebrante è disponibile – può durare sino a tre ore. Ci sono poi le grandi celebrazioni, quali la festa patronale o il pellegrinaggio mariano diocesano o nazionale, a cui partecipano centinaia di migliaia di persone: in tali circostanze le Messe superano tranquillamente le quattro ore.

  • Oltre ai cantori, chi anima la liturgia?

I lettori della Parola – uomini e donne – fanno una riunione settimanale che può durare un’ora e mezza/due ore, in cui prima leggono le letture, le meditano e poi si esercitano a leggere ad alta voce, ricevendo le correzioni e i suggerimenti degli altri.

Ci sono i due gruppi: quello che legge in lingua locale e quello che legge in francese. Bisogna ricordare che il contesto sociale è di analfabetismo, perciò il lettore è persona di un certo livello culturale. È anche per questa ragione che abbiamo numeri più alti di cantori che di lettori. Coi lettori, in Costa d’Avorio, facevo una condivisione sulla Parola: loro stessi mi davano suggerimenti su cosa dire nell’omelia, perché sentivano gli umori della gente. In Burkina Faso desideriamo fare la stessa cosa.

  • In quale lingua predichi?

Predico in francese quando la Messa è in francese e in mòoré, quando la Messa è in mòoré: i padri di origine bukinabé sono abili a passare da una lingua all’altra; noi bianchi ci arrangiamo come meglio riusciamo.

Leggo in mòoré prediche che scrivo facendomi aiutare da un traduttore; oppure leggo prediche scritte da altri che hanno un modo di pensare e di esprimere più vicino alla gente. La gente apprezza molto le prediche lette. Sto parlando di 5/10minuti di predica. Se serve la traduzione si arriva al massimo a 15 minuti su un’ora e mezza.

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Cammini di fede
  • Mi pare di capire che ci sia molta partecipazione in Africa, sia numerica che di intensità…

Non dimentichiamo il fattore demografico: in un Paese in cui la popolazione è in forte crescita, anche i cristiani lo sono. Non è detto che tutti vengano in chiesa, neppure in Africa. C’è chi è stato battezzato da bambino e poi se ne è andato. Poi, magari, ritorna.

Chi è cattolico, in genere, conserva il riferimento alla Chiesa cattolica, anche perché l’appartenenza alla famiglia e al clan familiare “cattolico”, è molto identificativa. Quindi mettersi contro la famiglia o mettersi a parte della famiglia è sconsigliato, per questioni di sopravvivenza e di identità, innanzi tutto. Quindi: sì, c’è molta partecipazione e c’è molta vita nelle chiese!

  • Della catechesi o della educazione alla fede, cosa puoi dire?

Anche la catechesi ha belle proporzioni: solo quest’anno abbiamo iscritto seimila catecumeni, che è come dire l’equivalente di varie, grandi, scuole superiori: dai bambini che hanno sei/sette anni agli adulti, ai vecchi. La maggior parte dei catecumeni sono bambini o ragazzini che vengono battezzati a dieci-dodici anni; oppure, se sono stati battezzati da piccoli, si preparano alla prima comunione. Qualcuno fa la prima comunione alla stessa età, se battezzato o battezzata da neonato/a. Poi c’è una buona fascia di giovani e c’è una buona fascia di adulti.

Bisogna saper usare molti linguaggi, in molti sensi. I catechisti, per questo, non possono che essere locali. I catechisti dei bambini si chiamano “papà e mamme catechiste”. Si prevede una loro formazione minimale: basta vadano in chiesa, facciano la comunione e siano interessati. I catechisti fanno pure riunioni tra loro per preparare le catechesi. Alla fine dell’anno ci sono gli esami dei bambini per stimolare ad “apprendere”. Più si va avanti con l’età e più si cercano, chiaramente, catechisti formati.

Anche a tal proposito, bisogna fare distinzione tra le lingue. La lingua mòoré ha la sua scuola di catechisti: questi sono catechisti più o meno a vita, qualcosa come accoliti o diaconi permanenti, anche se non si usano queste definizioni e la Chiesa locale non vuole i diaconi, per puntare tutto sulla figura dei catechisti, così come voluto dai padri bianchi fin dall’inizio dell’evangelizzazione in Burkina Faso.

C’è una scuola residenziale – di quattro anni – che questi catechisti frequentano, praticamente paragonabile ad un seminario. Finita la scuola possono sposarsi se non erano già sposati; prima di affidare loro una comunità si aspetta che siano sposati e sistemati, altrimenti potrebbe risultare ambigua la loro posizione

  • Questi catechisti sono retribuiti, per vivere?

Nel tempo della formazione sono sovvenzionati, mentre imparano anche un mestiere per l’autosostentamento: la scuola dei catechisti è anche, pertanto, scuola di falegnameria, di saldatura, di coltivazione, ecc. La loro formazione è pensata soprattutto per il servizio alle comunità rurali. Questa formazione ha una base nazionale. Ci sono poi altri catechisti ausiliari che hanno una formazione meno organica, fatta nelle parrocchie.

Come missionari abbiamo una nostra scuola di tre anni: formiamo catechisti che siano in grado di “rendere conto della fede” anche a giovani universitari che vengono a ricevere la catechesi. È una grande sfida culturale, sicuramente. La catechesi tradizionale è ancora molto mnemonica, a domande e risposte, per intenderci (stile Pio X). I bambini sanno ripetere le formule a memoria, ma poi, quando diventano adulti, si vedono anche i limiti di tale impostazione. Stiamo cercando di imprimere un cambiamento, che costa, però, un maggiore impegno.

  • Qual è il ruolo dei preti nella formazione?

Noi missionari cerchiamo di aver cura della organizzazione della catechesi, che non facciamo noi direttamente. La Chiesa africana è nata con pochi preti e con tanti catechisti. In Burkina Faso si è dato un impulso speciale a ciò, secondo la prima intuizione dei padri bianchi. Quando siamo arrivati la struttura della catechesi era già funzionante, senza preti: c’è stato addirittura il rischio che i laici smettessero di fare le cose perché eravamo arrivati noi. Abbiamo persino attraversato un periodo di forti dubbi, in cui un gruppo di laici ci percepiva come antagonisti.

Piano piano siamo riusciti a far capire che dovevano continuare a fare ciò che già facevano e che la nostra era solo una collaborazione. C’era e c’è, naturalmente, tanta gratitudine per chi dedicava e dedica ore e ore del proprio tempo, senza nulla in cambio, alla formazione e all’impegno cristiano.

Sostentamento
  • Dal punto di vista economico, la Chiesa africana come se la cava?

Se la Chiesa africana è ormai autonoma dal punto di vista del personale dedicato, non altrettanto può dirsi dal punto di vista economico. C’è chiaramente molta povertà. Tuttavia, l’obiettivo è l’autosostentamento, che è uno dei temi ricorrenti. Questa Chiesa non vuole più dipendere dalle offerte e dagli aiuti che arrivano dall’estero che manifestano e inducono, in ogni caso, qualche forma di dipendenza.

  • La carità come è organizzata?

Tra i poveri l’atteggiamento della richiesta passiva è ancora molto diffuso e, in parte, giustificato da situazioni obiettive di grave bisogno. La Caritas locale – che non si chiama proprio così, bensì Organizzazione cattolica per l’aiuto allo sviluppo economico sociale – usa i criteri che io ho conosciuto anche in Italia: prima di aiutare si cerca di verificare l’effettivo stato di bisogno. Gli approfittatori sono tanti. Ma in fondo così sono stati abituati.

Le persone che più vengono a chiedere sono anche quelle che spesso approfittano. Bisogna allora andare a casa delle persone per conoscerle, verificare come mangiano e come vivono, per poi decidere se e come aiutarle. La Caritas svolge questa opera di presenza capillare in mezzo alle case.

Anche la Caritas è strutturata, quindi, per comunità. Tutta la Chiesa del Burkina Faso è strutturata per comunità di base per scelta postconciliare. Ogni parrocchia ha le sue comunità e ognuna di queste ha la sua “cappella”. Nella nostra grande parrocchia di Ouagadougou ci sono una trentina di cappelle. Nelle “cappelle” ci si conosce meglio. Così le necessità dei più poveri possono essere valutate dalla comunità che li conosce da vicino. Se qualcuno ha bisogno, si rivolge al responsabile della sua comunità. Ogni comunità di base ha almeno una decina – se non una ventina – di operatori dediti alla carità.

Questa rete della carità è pertanto abbastanza capillare. Ed è la comunità di base ad intervenire; se poi non è in grado, interpella la Caritas parrocchiale, che ha a disposizione anche un magazzino con indumenti e alimentari.

Spesso il problema è garantire ai poveri i soldi per le medicine, le visite, le analisi. Persino gli interventi chirurgici. Il giro di denaro – per questo – si aggira sull’equivalente di 2.000 euro all’anno nella parrocchia di Ouagadougou: senz’altro molto poco rispetto alle necessità, ma, nel nostro contesto, è una bella cifra frutto della solidarietà locale.

  • Questa Organizzazione cattolica per l’aiuto allo sviluppo economico sociale è aiutata dall’estero?

Come avviene ormai, penso, in tutte le parti del mondo, elabora progetti di sviluppo e chiede finanziamenti per gli stessi. I soldi vengono anche dai Paesi occidentali, ma, anche in questo caso, si cerca, sempre più, di trovare sostenitori sul posto.

Acquisire una mentalità di emancipazione non è semplice, ma sono stati fatti e si stanno facendo passi significativi anche per quanto riguarda la pastorale della carità.

Infrastrutture pubbliche e povertà
  • Lo Stato del Burkina Faso riesce ad assistere i suoi cittadini, almeno per i bisogni essenziali?

Sia la sanità che l’istruzione sono ancora molto carenti: lo Stato ha iniziato a fare queste cose solo negli anni ’60 e non è mai riuscito a garantire più del 30% dei bisogni; tuttora è così; il resto è nelle mani delle organizzazioni private che possono offrire sia la sanità e che la formazione, chiaramente per chi se lo può permettere.

Gli istituti religiosi occidentali hanno fatto grandi cose in tal senso: sono moltissime le scuole e anche le strutture sanitarie gestite dai religiosi. I Camilliani, ad esempio, in Burkina Faso, hanno vari ospedali e centri medici. La proprietà e l’amministrazione è dei religiosi ma, sempre più, la gestione operativa è affidata a professionisti dipendenti, accompagnati con occhio vigile.

  • Non è un controsenso o una contro testimonianza organizzare servizi per i ricchi?

Può essere. Ma cosa succede? Chi può permetterselo paga, così il ricavato va a vantaggio di altre attività della Chiesa e degli Istituti religiosi per i poveri, in pura perdita. Insomma, si cerca il sostentamento integrando diverse fonti.

  • In Africa e in Burkina Faso in particolare operano ONG e organizzazioni civili?

Sì certo. Ci sono belle esperienze. Ma il problema verificato è che spesso queste organizzazioni non sono stanziali, non restano: una volta realizzati i loro progetti e finiti i finanziamenti, se ne vanno. Ogni volta ci si chiede: l’opera realizzata andrà avanti? Nella maggior parte dei casi conosciuti, purtroppo, la risposta è no, perché si tratta di progetti che non riescono a coinvolgere, in maniera attiva, la gente africana.

  • I poveri sono in aumento?

In Burkina Faso – e forse in tutta l’Africa come in tutto il mondo – aumenta sempre più la distanza tra i ricchi e i poveri, tra chi ha tutto e chi ha niente. Nella nostra parrocchia ci sono ricchi che si costruiscono ville a quattro piani: cosa ci facciano dentro, non lo so. Mentre, in questo momento storico, come ho detto, col fenomeno del terrorismo e degli sfollati interni (più di due milioni) c’è un numero crescente di gente che vive per strada.

Quindi: i prezzi aumentano, crescono le disparità, aumentano i poveri. Succede che da un giorno all’altro i prezzi possano raddoppiare: questo è il segno del fenomeno delle speculazioni a livello mondiale. Tuttavia, c’è un impulso imprenditoriale e finanziario che aleggia e che porta al benessere di una certa classe.

Il PIL del Paese di per sé cresce: nei Paesi poveri è normale che possa crescere di tre, quattro o cinque punti percentuali all’anno; nei Paesi limitrofi viaggia pure al sette, otto, dieci per cento. Ma questi dati non dicono tutto. Dovrebbero essere analizzati al netto della crescita demografica e dello scarto enorme nella distribuzione della ricchezza. Quel che è certo è che la vita della gente – la maggior parte – resta molto dura.

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Migrazioni
  • Perché giovani africani migrano dal Sahel verso l’Europa?

Emigrare in Occidente è il mito di tanti giovani africani. Ma io vedo come vivono certi giovani africani in Italia e vedo come vivono in Burkina Faso o in Costa d’Avorio: non so chi si possa dire più felice. In ogni caso, in Africa c’è una percezione gioiosa della vita che in Italia sicuramente non c’è. Ma è difficile, se non impossibile, trasmettere a questi giovani un’idea del rischio che corrono scegliendo di andarsene.

Sono sicuramente prede di tanta pubblicità ideologica e di tante idealizzazioni. Come sappiamo, il percorso della tratta degli esseri umani fa guadagnare, a qualcuno, tanti soldi. C’è il miraggio e poi c’è lo sfruttamento.

Dalla parte dell’Italia e dell’Europa, poi, mi sembra che non si stia cogliendo adeguatamente questo fenomeno: soprattutto non si capisce che questi giovani avrebbero carte da spendere, per sé ma anche per il nostro Paese; invece vengono tenuti, ancora una volta, in posizione di inferiorità, di ricatto, di mero assistenzialismo.

  • Nell’Ottobre Missionario si raccolgono, solitamente, offerte per le missioni: ha ancora valore?

Quest’anno, abbiamo una decina di giovani che chiedono di poter diventare missionari: sono locali di Ouagadougou; ed è chiaramente importante, non solo per la nostra Comunità missionaria, ma per la Chiesa e per il mondo, investire in giovani che vogliano dedicarsi ad una missione grande. Servono le risorse per poterlo fare, per poter ancora garantire a questi giovani la preparazione di cui i missionari della mia generazione hanno potuto avvalersi.

Altre risorse servono poi per portare avanti, con continuità, i progetti di sviluppo della popolazione, in chiave non assistenzialistica. Come ho detto, lavoriamo per l’autonomia economica dell’Africa e degli africani, ma c’è sempre bisogno di punti di appoggio da cui partire.

Penso poi che non sia banale ripetere che «c’è più gioia nel dare che nel ricevere» (Atti 20,35). Tutti abbiamo bisogno di donare qualcosa di noi per sentirci bene, per sentirci nella gioia. Quindi: certo, abbiamo bisogno di risorse economiche anche noi missionari, ma abbiamo soprattutto bisogno di sentire che c’è qualcuno con noi e che, insieme, sperimentiamo la “gioia di donare”, ognuno per quanto gli è possibile.

Per sostenere la missione di Villaregia in Africa: c/c postale n. 1032605402 intestato a “Comunità Missionaria di Villaregia”; bonifico bancario IBAN: IT69R0501812101000012323440 intestato a “Comunità Missionaria di Villaregia”.

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