Dipendere dai “fossili” è dipendere dai conflitti

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Conferenza di Santa Marta (Colombia) per l’uscita dai combustibili fossili (24-29 aprile 2026)

La guerra all’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz sono solo l’ultima di una lunga serie di crisi iniziate proprio in Iran. Il colpo di stato in Iran del 1953, noto come Operazione Ajax, fu un’operazione segreta orchestrata dalla CIA (USA) e dall’MI6 (Regno Unito) per rovesciare il primo ministro democraticamente eletto, Mohammad Mossadeq. Mossadeq fu deposto il 19 agosto 1953, dopo aver nazionalizzato l’industria petrolifera iraniana togliendola al controllo britannico. Il golpe ripristinò il potere assoluto dello scià Mohammad Reza Pahlavi, instaurando un regime autoritario sostenuto dall’Occidente.

Da allora le guerre combattute, direttamente o indirettamente, per il petrolio non si contano più: dall’Egitto alla Libia, dall’Iraq agli altri conflitti tra Israele e paesi confinanti. Ora siamo giunti nuovamente al cuore dell’area petrolifera, con la guerra all’Iran, di cui si parla almeno fin dal 2008, che ha messo in crisi tutte le forniture energetiche.

Ma, come ha scritto recentemente Nicola Armaroli, «sole e vento non passano per lo stretto di Hormuz», e nemmeno gli elettroni delle energie rinnovabili. Dipendere dai fossili significa dipendere dai conflitti.

Ogni tentativo di proteggere militarmente una rotta energetica è destinato a fallire: nel Mar Rosso, un’operazione costata oltre un miliardo di dollari e quattro navi affondate non ha garantito alcuna sicurezza. E domani potrebbe essere lo Stretto di Malacca, il Canale di Panama o un nuovo embargo.

Non importa quale stretto si chiuda: qualsiasi crisi in un punto nevralgico del commercio globale paralizza un paese fossil-dipendente come l’Italia, che importa il 90% del gas e il 97% del petrolio. La strada dei fossili è la strada degli armamenti e della vulnerabilità permanente.

La maschera è caduta

Oggi il quadro è chiarissimo. Per anni il Governo degli Stati Uniti ha millantato interventi alla conquista del petrolio finalizzati a esportare la democrazia, spacciandoli per operazioni umanitarie.

Con il Governo Trump, la maschera è definitivamente caduta: dal Venezuela all’Iran, dalla Russia agli stati del Golfo, Trump afferma con orgoglio di volere un’America forte nell’interesse degli americani (la politica MAGA), ma anche per i suoi interessi economici personali. Così, al grido di «Drill, baby, drill», gli Stati Uniti sono usciti da ogni accordo internazionale e hanno aumentato i profitti legati all’estrazione e alla vendita di petrolio e gas liquefatto, facendo pagare agli alleati il prezzo della loro politica commerciale.

Nonostante gli sforzi di una politica di retroguardia, il progresso tecnologico rimane comunque inarrestabile e la corsa verso le rinnovabili non può più essere fermata, nell’interesse del clima e del pianeta, ma anche a favore di una ricerca di pace e di democrazia che l’autoritarismo legato ai combustibili fossili non può soddisfare.

La «Global Energy Review 2026» dell’IEA conferma il nuovo record di 800 GW di capacità rinnovabile realizzata in un anno, con il solare a coprire oltre il 25% della crescita della domanda mondiale. La penetrazione delle rinnovabili è legata a un crollo dei costi del solare dell’87% dal 2010. In questo modo viene sistematicamente abbattuto il costo dell’energia, che rimane peraltro legato al prezzo della fonte energetica più costosa impiegata.

Così, in Spagna, dove l’85% del tempo è coperto da energie rinnovabili come fonte primaria, il costo dell’energia per i cittadini è meno della metà di quanto pagano i cittadini italiani, dove le rinnovabili, pur cresciute, fanno il prezzo dell’energia per meno del 20% del tempo.

In un mercato nel quale la competizione per i combustibili fossili si fa sempre più accesa, solo attraverso le energie rinnovabili si può far scendere il prezzo dell’energia: mentre in Spagna il prezzo medio dell’elettricità è crollato a 42,83 €/MWh e in Germania si attesta intorno ai 99 €/MWh, in Italia il costo medio ha raggiunto i 143,7 €/MWh, oltre tre volte la media iberica e quasi il 45% in più rispetto alla Germania.

L’Italia: in ritardo e senza volontà politica

L’Italia è ancora indietro, non per mancanza di sole o vento, ma per lentezza autorizzativa, veti incrociati e una visione miope che si oppone di fatto alle energie rinnovabili. Il Governo nazionale, sulla spinta di ENI e dei lauti dividendi che elargisce agli azionisti, mira a trasformare l’Italia nell’hub energetico fossile del gas per l’Europa; i governi regionali, nel timore di perdere consensi, bloccano le autorizzazioni sulla spinta delle associazioni ambientaliste («fuoco amico») che rivendicano la tutela del paesaggio in nome di un «Bel Paese» che presto non potrebbe più esistere per effetto della crisi climatica.

L’arretratezza italiana ha un costo sociale drammatico. La dipendenza da petrolio e gas importati, pagati come tributo all’America di Trump e alla NATO, si traduce in una bolletta da quasi 53 miliardi di euro all’anno (circa 900 euro a cittadino), a cui si aggiungono altri circa 48 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi.

Cosa sono anche i vari tagli delle accise che oggi si continuano a proporre se non l’ulteriore, ennesimo sussidio ai combustibili fossili? Oltre 100 miliardi di euro l’anno che escono dal sistema, alimentando un circolo vizioso: più fossili importiamo, più siamo esposti a tensioni geopolitiche, più aumentano le spese militari per proteggere le rotte e, per sostenere questa spesa, si tagliano fondi alla sanità, all’istruzione e al lavoro.

Per non parlare delle 80.000 morti premature legate all’inquinamento ambientale in aree, come la Pianura Padana, tra le più insalubri e inquinate d’Europa.

I dati parlano chiaro: mentre la spesa militare esplode, i servizi sociali collassano. Nel 2025 l’Italia ha speso 45 miliardi di euro per la difesa (il 2,01% del PIL), in forte aumento rispetto all’1,52% del 2024. Per raggiungere l’obiettivo NATO del 5% del PIL entro il 2035, servirebbero altri 100 miliardi.

Intanto, la spesa sanitaria italiana è scesa al 6,1% del PIL, la più bassa in Europa, e la sua quota reale è diminuita di mezzo punto percentuale in un decennio. L’università ha subito oltre 200 milioni di tagli l’anno, mentre 35 miliardi sono stati destinati alle spese militari, e il potere d’acquisto delle famiglie continua a ridursi. Cinque milioni di italiani hanno già rinunciato alle cure mediche.

A tutto questo si aggiunge una dinamica spesso invisibile: gli shock dei prezzi dei fossili colpiscono in modo differenziato uomini e donne, aggravando le disuguaglianze di genere. Le evidenze empiriche mostrano che l’aumento dei prezzi dell’energia ha un effetto negativo sull’occupazione femminile, ma non su quella maschile, ampliando il gender gap nei tassi di impiego ben oltre il breve periodo.

Le donne diventano così le «ammortizzatrici sociali» della crisi: assorbono gli shock attraverso il proprio lavoro non pagato, la rinuncia al consumo personale e, in molti contesti, una maggiore esposizione alla violenza. Anche in Italia, il fenomeno della povertà energetica ha un volto femminile specifico: nelle famiglie con più di due componenti e con donna over 51, unica o principale fonte di reddito del nucleo, i tassi di povertà energetica raggiungono punte del 10-13%, ben al di sopra della media nazionale.

La Conferenza a Santa Marta

Di fronte a questa realtà insostenibile, serve un cambio di passo politico netto: una transizione decisa, giusta, stabile e partecipata, che diffonda i benefici sul territorio – dal Nord al Sud – e non trasformi la crisi energetica in una crisi sociale.

Proprio in questi giorni si è chiusa una conferenza convocata da Paesi Bassi e Colombia, a Santa Marta, alla quale hanno partecipato 57 nazioni, più l’UE per definire una nuova strategia di uscita dai combustibili fossili, vista l’inconcludenza delle 30 COP gestite largamente da petro-stati. In questo contesto, solo la Francia, in linea con gli accordi di Parigi della COP 21, ha presentato un piano specifico e dettagliato per l’uscita da tutti i combustibili fossili. L’Italia, pur presente con un solo delegato, ha nel frattempo prorogato l’utilizzo delle centrali a carbone fine al 2038 e fa piani industriali di nuove infrastrutture gas, che sarebbero inutili prima ancora di essere completate in uno scenario di transizione energetica.

Le rinnovabili ben governate non sono solo una scelta ambientale. Sono una scelta di pace, di democrazia, di benessere diffuso, di sviluppo economico e di futuro condiviso.

locandina

Immagine creata dall’intelligenza artificiale ad opera di Carlo Villante

Ce lo chiede oggi non solo la scienza, ma l’economia: uno studio curato dai ricercatori di BankItalia conferma che la crescita attuale delle energie rinnovabili è insufficiente per raggiungere quanto stabilito nel PNIEC ed è necessario accelerare. Ce lo chiedono gli industriali, che non possono più reggere la competitività con altri paesi per il costo dell’energia. Ce lo chiedono i giovani che si vedono portar via il futuro e gli studenti che vedono circolare nelle scuole le forze armate, con progetti di alternanza scuola-lavoro e celebrazioni in nome della cultura della difesa.

Mentre il documento della Conferenza Episcopale Italiana invita a una «pace disarmata e disarmante», la politica discute la ripresa di una leva militare, pur al momento solo volontaria, sospesa, non abolita nel 2005. In Germania un nuovo modello di leva militare è già operativo per tutti i neo-diciottenni dal 1° gennaio 2026.

Ce lo chiede infine la ragione e il cuore: sole e vento sono l’unica vera indipendenza energetica che spezza il circolo vizioso: armi per i fossili, fossili per le armi, a scapito di sanità, istruzione e lavoro. Invertire questa rotta, prima ancora che energetica, è una scelta politica per la pace, la democrazia e la giustizia sociale.

Gli autori sono membri di Energia per l’Italia (www.energiaperlitalia.it)

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