Una Chiesa senza luogo

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Il documento della Conferenza Episcopale Italiana Radicati e costruiti in Cristo (31 maggio 2026), destinato a orientare l’attuazione del Cammino sinodale nelle Chiese italiane, merita una lettura attenta sia per ciò che dice, sia per ciò che presuppone senza dirlo.

Tra i presupposti non esaminati quello di categoria di comunità, su cui l’intero documento è costruito, risulta strutturalmente decisivo. Questa categoria resta ancorata a un paradigma territoriale reso storicamente inadeguato dalla trasformazione digitale. Non siamo di fronte a una lacuna tematica, come se il digitale fosse un argomento da aggiungere alla lista, si tratta di un presupposto non esaminato che inficia l’impianto ecclesiologico del testo nel suo insieme[1],

Una grammatica territoriale in un mondo de-territorializzato

Il documento ragiona costantemente in termini di spazio (parrocchia, territorio, diocesi, accorpamento, riconfigurazione sul territorio) che svelano la grammatica con cui il testo pensa la comunità cristiana e la sua missione. Il §3, dedicato alla vita comunitaria, chiede un «ripensamento della Chiesa sul territorio» e propone una «riconfigurazione coraggiosa» delle presenze ecclesiali locali. Il §5 affronta la «funzionalità delle strutture» in termini di gestione degli edifici e delle risorse diocesane. Anche quando il documento nomina i «mondi digitali», lo fa in modo enumerativo, accostando questa realtà alla pace, alla giustizia, alla cura dei poveri, come se si trattasse di un tema settoriale tra gli altri.

Questa grammatica presuppone che la comunità cristiana si definisca per prossimità geografica e che la missione si dispieghi in luoghi fisici concerti e identificabili. Questo modello ha strutturato la vita ecclesiale dall’epoca tridentina fino alla modernità industriale, quando la parrocchia coincideva con il borgo o il quartiere e la trasmissione della fede avveniva attraverso una rete di relazioni faccia a faccia sorretta da una cultura condivisa. Quel modello ha funzionato finché la società condivideva una struttura territoriale delle appartenenze. Non è più così.

Dissolte le strutture territoriali, dovremmo chiederci: di quale comunità stiamo parlando? Di quale territorio? Di quale parrocchia? I giovani, la cui assenza è registrata con preoccupazione nel Documento di sintesi[2], non sono usciti dalla comunità perché hanno smesso di credere o di cercare: sono usciti da un modello di comunità che non abita i luoghi dove essi costruiscono le proprie relazioni, elaborano le proprie identità, cercano risposte alle domande fondamentali. Quei luoghi sono prevalentemente digitali, un dato antropologico incontrovertibile che dura fatica a essere accettato.

La prova più eloquente di questo scollamento è nei dati sulla pratica religiosa giovanile in costante declino in Italia e in tutta l’Europa occidentale, mentre crescono forme di ricerca spirituale de-istituzionalizzata che avvengono prevalentemente online[3]. Il documento registra il sintomo senza diagnosticare la causa strutturale; di conseguenza, la Chiesa continua a organizzare la proposta attorno a un modello relazionale e spaziale che i giovani non abitano.

Il clericalismo, che il documento denuncia a più riprese come problema da superare, è un atteggiamento da correggere nelle relazioni intra-ecclesiali e, soprattutto, un modo di pensare la comunità come struttura organizzata attorno a presidi istituzionali, presidiata da ministri ordinati, in cui il laico è pensato come destinatario di servizi o, nel migliore dei casi, come collaboratore integrato nell’apparato.

Anche quando il documento valorizza i «ministeri battesimali» e la «corresponsabilità differenziata», lo fa dentro una logica che pensa il laico attraverso la categoria ministeriale, cioè attraverso il riconoscimento formale da parte della gerarchia. La missione propria del laico nel mondo, quella che il Concilio Vaticano II aveva affermato con forza in Lumen gentium 31 come «carattere secolare proprio e peculiare», rimane sullo sfondo, viene evocata ma non attuata[4].

Il laico che costruisce una comunità digitale, che annuncia il Vangelo attraverso una piattaforma, che accompagna un processo di ricerca spirituale di qualcuno che non metterà mai piede in una parrocchia è un soggetto che non trova spazio concettuale nel documento CEI.

Il canone 515 come risorsa interna

C’è un paradosso che merita di essere segnalato. Mentre il documento CEI ragiona in termini territoriali, il diritto canonico offre già gli strumenti per pensare diversamente. Il canone 515 §1 definisce la parrocchia come communitas christifidelium costituita in modo stabile, affidata alla cura pastorale di un parroco sotto l’autorità del vescovo diocesano. Il territorio è lo strumento ordinario di identificazione della parrocchia senza essere la sua sostanza. La comunità viene prima; il territorio è il criterio amministrativo che, storicamente, ha reso possibile organizzarla[5].

Questo significa che il diritto canonico consente, in linea di principio, di riconoscere come soggetti ecclesiali a pieno titolo comunità che si costituiscono per affinità elettiva, progetto condiviso, carisma comune, indipendentemente dalla prossimità geografica. Non si tratterebbe di un’innovazione eversiva, ma del recupero della sostanza di una norma che la prassi ha progressivamente oscurato privilegiando il criterio territoriale come se fosse definitorio.

Le comunità de-territorializzate non sono un’anomalia da regolarizzare o da tollerare provvisoriamente in attesa di una normalizzazione. Sono la forma normale di aggregazione nell’epoca digitale e in molti casi presentano una densità relazionale, una continuità di impegno e una capacità di trasmissione della fede superiori a quelle di molte parrocchie territoriali svuotate. Per riconoscerle canonicamente è necessario solamente che i vescovi esercitino la facoltà che il can. 515 §1 già conferisce loro, costituendo parrocchie personali o equiparate per comunità che si sono già formate e che già svolgono, di fatto, le funzioni di una comunità ecclesiale[6].

Una linea di orientamento alternativa a quella del documento CEI potrebbe, dunque, articolarsi così: invece di riorganizzare il territorio esistente accorpando parrocchie e diocesi, si riconoscano le comunità che già esistono fuori dal territorio, dotarle di struttura canonica, affiancarle alle parrocchie territoriali come forma complementare e non concorrente di presenza ecclesiale. Questo richiederebbe un cambio di paradigma, non solo una riforma amministrativa.

Lo spazio relazionale digitale come soglia dell’annuncio

La terza questione è la più radicale e tocca la natura stessa del kerygma. L’annuncio cristiano non è trasmissione di un contenuto informativo, ma è la proposta di una relazione. Perciò, prima che si possa annunciare Cristo, deve esistere uno spazio relazionale in cui l’annuncio possa essere accolto come parola che riguarda la vita di chi ascolta. Questo è il presupposto antropologico di tutta la tradizione missionaria della Chiesa, da Paolo all’Areopago fino alle missioni moderne: si entra nel mondo dell’altro, si abita il suo spazio, si costruisce una relazione e dentro quella relazione diventa possibile la proposta[7].

Il problema che la Chiesa italiana fatica ad affrontare non è che il kerygma sia in competizione con i contenuti delle piattaforme digitali. Il problema è che la Chiesa non riesce più a costruire lo spazio relazionale che è la condizione dell’annuncio, perché continua a cercarlo esclusivamente nei luoghi fisici dove quella relazione non si forma più, almeno non con le generazioni più giovani.

Le relazioni oggi si aprono nel digitale. È lì che si formano le amicizie, si elaborano le identità, si cercano risposte alle domande di senso. Non in modo esclusivo né in modo sostitutivo rispetto alle relazioni fisiche, ma come spazio primario di inizio delle relazioni stesse.

La sequenza logica che una pastorale digitale matura dovrebbe comprendere è la seguente: la piattaforma digitale non è il luogo dell’annuncio, è il luogo della relazione che rende possibile l’annuncio. Un contenuto digitale ben fatto, che intercetti una domanda reale, che offra un linguaggio capace di nominare l’esperienza di chi cerca, può aprire una relazione. Quella relazione, se coltivata, può diventare il terreno in cui la proposta cristiana è ascoltata e accolta. L’incontro personale, che resta insostituibile per l’annuncio pieno, non è il punto di partenza ma il punto di arrivo di un processo che comincia online[8].

Questa sequenza non è una concessione alla logica delle piattaforme: è la logica dell’incarnazione applicata al contesto presente. Dio non ha annunciato se stesso dall’esterno della condizione umana: si è fatto carne, ha abitato lo spazio dell’altro, ha costruito relazioni, e dentro quelle relazioni ha proposto il Regno. Una Chiesa che non abita lo spazio digitale non sta semplicemente rinunciando a uno strumento comunicativo, sta rinunciando a incarnarsi nel luogo dove oggi si forma la relazione umana che è la condizione di ogni annuncio.

Il documento CEI chiede alle parrocchie di essere «luoghi accoglienti» e «comunità in uscita».[9] Ma l’uscita presuppone che si sappia dove andare e i giovani non sono nei luoghi fisici che il documento ha in mente.

Conclusione

Non si tratta di aggiungere un ufficio per la comunicazione digitale alla struttura della CEI, né di produrre più contenuti per i social media. Si tratta di ripensare la categoria di comunità a partire dalla condizione antropologica reale, che è già de-territorializzata, pluriappartenente, costituita in parte rilevante attraverso la mediazione digitale. Il canone 515 §1 lo consente. Il Vaticano II, con la sua affermazione della missione propria del laico nel mondo, lo richiede. Il documento Radicati e costruiti in Cristo non lo vede e questa cecità è il sintomo di un paradigma ecclesiologico che ha bisogno di essere interrogato prima ancora che riformato.

Edoardo Mattei è Docente di Sociologia della Tecnologia presso Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino (Angelicum)


[1] Conferenza Episcopale Italiana, Radicati e costruiti in Cristo. Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, Roma, 31 maggio 2026 [d’ora in poi: RCC]; cfr. Cammino Sinodale delle Chiese in Italia, Lievito di pace e di speranza, 25 ottobre 2025, §§30-34 [d’ora in poi: LPS].

[2] LPS §4: «da più parti si registra un calo della partecipazione con la conseguente diminuzione delle forze per la cura degli impegni pastorali […]; molti giovani si allontanano dalla vita delle comunità».

[3] Per i dati sulla pratica religiosa giovanile in Italia cfr. ISTAT, Aspetti della vita quotidiana, edizioni 2022–2024; per il contesto europeo cfr. Pew Research Center, Being Christian in Western Europe, Washington D.C., 2018; per le forme digitali di ricerca spirituale cfr. H. Campbell (Ed.), Digital Religion. Understanding Religious Practice in New Media Worlds, Routledge, London–New York, 2013 (2ª ed. 2022).

[4] Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 21 novembre 1964, §31: «Il carattere secolare è proprio e peculiare dei laici»; cfr. Decr. Apostolicam actuositatem, 18 novembre 1965, §7.

[5] Codex Iuris Canonici (1983), can. 515 §1: «Paroecia est communitas christifidelium stabiliter constituta, cuius cura pastoralis, sub auctoritate Episcopi dioecesani, presbytero ut proprio pastori committitur». (La parrocchia è una determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell’àmbito di una Chiesa particolare, la cui cura pastorale è affidata, sotto l’autorità del Vescovo diocesano, ad un parroco quale suo proprio pastore). Sul carattere non definitorio del territorio cfr. V. De Paolis – A. D’Auria, Le norme generali. Commento al Codice di Diritto Canonico. Libro Primo, Urbaniana University Press, Roma, 2008, pp. 312-315.

[6] Cf. CIC, can. 518: «Ut regula generalis paroecia sit territorialis […]; constitui tamen possunt paroeciae personales ratione ritus, linguae, nationis christifidelium alicuius territorii, aut etiam alia ratione determinatae». (Come regola generale, la parrocchia sia territoriale […] vengano costituite parrocchie personali, sulla base del rito, della lingua, della nazionalità dei fedeli di un territorio, oppure anche sulla base di altri criteri).  La clausola alia ratione determinatae offre la base per parrocchie personali costituite per affinità comunitaria digitale.

[7] Cf. Francesco, Esort. Ap. Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, §§120-121; sul presupposto relazionale dell’annuncio cfr. C. Dotolo, La teologia fondamentale davanti alle sfide del pensiero debole di G. Vattimo, LAS, Roma, 1999.

[8] Il nesso tra presenza digitale, costruzione della relazione e apertura all’annuncio è sviluppato in ambito italiano da F. Ammendolia – R. Petricca, Chiesa e pastorale digitale. In uscita verso una società 5.0, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2023, pp. 79-126. Sul versante dell’autorità e della credibilità come condizione dell’annuncio nel contesto dei social media cf. D.E. Viganò, Testimoni e influencer. Chiesa e autorità al tempo dei social, EDB, Bologna, 2020, pp. 93-116; Id., L’illusione di un mondo interconnesso. Relazioni sociali e nuove tecnologie, EDB, Bologna, 2021, pp. 89-114. Per il documento magisteriale di riferimento cfr. Dicastero per la Comunicazione, Verso una piena presenza. Riflessione pastorale sul coinvolgimento con i social media, Città del Vaticano, Pentecoste 2023.

[9] RCC §3, citando LPS §68.

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