Mantova: religioni e giustizia

di:

dialogo

Dialogare oggi è l’iniziativa che Agorà delle Religioni di Mantova sta promuovendo per favorire il dialogo interreligioso ed esprimere il suo potenziale per la vita sociale nel territorio mantovano. Religioni e giustizia è il titolo dei primi due incontri, affidati al prof. Marco Dal Corso, che è docente presso l’Istituto di Studi Ecumenici «San Bernardino» di Venezia.

Giustizia come gratuità

In un contesto nel quale si fa il contrario, dialogare oggi è complicato, afferma il prof. Dal Corso. Farlo significa andare controcorrente, alla ricerca delle fonti delle tradizioni religiose, ove si trovano le soluzioni dei conflitti di cui le religioni sono parte, perché è lì che tutto riposa. Quale riconciliazione, infatti, è possibile fra Israele e Palestina se non «ritornando a bere alla fonte abramitica»? Là c’è l’accordo, la possibilità di intravvedere il kairos. Nessuna pace firmata, diversamente, consentirà di superare prospettive dissonanti, in un’epoca di divinità identitarie.

 Ma che cosa significa giustizia per le religioni abramitiche? Illuminante al riguardo è l’interpretazione che di essa dà Simone Weil:

«Aver voluto distinguere la giustizia dalla carità è stato un modo per spogliarsi della responsabilità di prendersi cura del mondo e degli altri; perché se nella giustizia “giuridica” ci si sente obbligati soltanto in presenza dei diritti degli altri, e perciò dove non ci sono diritti non ci sono obblighi, nella giustizia- carità il nostro obbligo non è determinato dal diritto bensì dal bisogno dell’altro. È una giustizia che non fa dormire sonni tranquilli, quella della carità: essa ci interroga incessantemente, perché incessantemente ci interroga la vita».[1]

Connettendo la giustizia alla carità, Weil coglie il «cuore pulsante» del concetto di giustizia nella riflessione biblica. Concetto incarnato anche da Mafalda, la bambina anticonformista delle vignette create da Quino, che nel contesto della dittatura militare in Argentina non accetta la negazione dei diritti umani e lotta per la libertà.

In una realtà nella quale le disuguaglianze, il razzismo, l’indifferenza verso il prossimo, l’oppressione politica costituiscono la trama della convivenza civile, con l’acquiescenza delle gerarchie ecclesiastiche – Videla si comunicava tutti i giorni – il mondo abramitico ci suggerisce il «passaggio dalla logica del desiderio a quella del dono», poiché ogni cosa «non esiste come strumento dell’io, ma come frutto della benevolenza di Dio». L’essere umano è un essere «di bisogno», desideroso di bene: solo nella bontà divina egli trova soddisfacimento.

Nella Bibbia «procurarsi il pane» non è un’operazione individuale, ma partecipare ad un «banchetto a cui siamo stati invitati», in un impasto in cui giustizia e gratuità si intridono a vicenda.

Allora perché – si chiede Dal Corso – nel 2026 c’è ancora la fame nel mondo? Quando sarà debellata? Forse quando «faremo nostro il concetto di gratuità», è la risposta. Che non ci sia cibo per tutti non è un’affermazione vera. Il problema esiste perché non si intende il mondo come frutto della benevolenza di Dio, alle cui risorse abbiamo accesso tutti, se ci si pone nella prospettiva della gratuità.

Che diventa anche reciprocità, come ci esemplifica la saggezza orientale attraverso la parabola «Il paradiso e l’inferno delle bacchette lunghe»[2], in cui si spiega la differenza tra egoismo e cooperazione.

Nelle religioni abramitiche vivere con giustizia significa passare dall’orizzonte della signoria a quello della diaconia, secondo il principio della responsabilità che invita a rispondere al bisogno dell’altro. «Devi pensare agli altri prima che a te stesso», dice Mafalda all’amica Isabelita e questo senza interruzione di continuità.

Il mondo giusto è quello che fluisce (dalla mente e dal cuore) alle nostre mani affinché, superando ogni altra logica – distributiva, retributiva, commutativa o  punitiva, i beni possano circolare secondo quella della gratuità.

Al massimo si può pensare a una giustizia riparativa, dice Mafalda, ma per fare questo servono governi che, facendo propria l’invettiva di Giacomo[3] contro i ricchi, – il fratello di Mafalda la sintetizza con «nessuno può diventare ricco senza impoverire l’altro» – riescano a cambiare rotta e andare contro la «legge di natura», che la dittatura argentina ha incarnato, abbattendo tutto ciò che si opponeva alla realizzazione dell’imperativo nazionalistico di «ordine e progresso».

Per la Teologia della Liberazione andare contro natura significa invece chiamare i popoli del Sudamerica non poveri ma impoveriti, perché il principio aristotelico che le persone nascono o libere o schiave non vale.

Non siamo nati poveri o schiavi, ma resi poveri e schiavi da processi storici e per liberare dalla schiavitù – principio divino nella Bibbia – serve una politica che sappia farsi interrogare dalla diaconia e se – come nella vignetta- si vuole apporre sul mappamondo la parola libertà la si deve intendere estesa non solo all’emisfero Nord – che sta sopra – ma a tutto il globo, perché la terra, gravitando nello spazio, non ha un sopra e un sotto: pensare così significa perpetuare posizioni di privilegio. Quando è risposta al bisogno dell’altro, la giustizia – conclude il professore – «libera dalla morte, dischiude all’infinito, detronizza l’eros e si apre all’agape».

Questo è anche il significato di un racconto talmudico, in cui Rabbi Jehuda soleva dire:

«Nel mondo sono state create dieci cose dure. La montagna è dura. Ma il ferro può spaccarla. Il ferro è duro. Ma il fuoco può piegarlo. L’acqua è dura ma le nuvole la portano. Le nuvole sono dure ma il vento può cacciarle. Il vento è duro ma il corpo può resistergli. Il corpo umano è duro ma la paura può spezzarlo. La paura è dura ma il vino può bandirla. Il vino è duro ma il sonno può vincerlo. La morte è più forte di ogni cosa. Tuttavia “la giustizia libera dalla morte”».

Esperienza di dialogo interreligioso

La Caritas di Quistello è la sede nella quale attualmente una quarantina di giovani di fedi diverse si incontra per mettere in comune esperienze, conoscersi e organizzare momenti di convivialità, a testimoniare che il dialogo interreligioso non è solo auspicio e speranza.

L’esperienza – di cui hanno dato conto nel secondo incontro alcuni di loro- è iniziata due anni fa, per volontà di una decina di giovani, cristiani e musulmani, che, per festeggiare la fine del Ramadan, organizzarono nell’oratorio di Quistello con il sostegno del Centro culturale di Quingentole, un Iftar, una cena conviviale in onore del pasto serale con cui i musulmani interrompono il digiuno durante il mese di Ramadan.

La festa, molto partecipata, viene riproposta negli anni successivi e al momento della convivialità si aggiunge il confronto sui fondamenti delle rispettive fedi.

Dai momenti di incontro sono nati video in cui i ragazzi si raccontano e il logo della festa in cui una mezzaluna sostiene su un corno una colomba, a simboleggiare che un modo nuovo di stare insieme sta nascendo.

Declinando l’esperienza sul piano della giustizia – commenta il prof. Dal Corso – si può parlare di giustizia intergenerazionale, nel senso che aprire ad un dialogo fra fedi significa «rendere giustizia alle nuove generazioni», facendo dell’altro una realtà non più distante, ma qui nel tempo e nello spazio.

Speciale è l’esperienza anche per come i ragazzi vivono il rapporto con simboli finalmente liberati dalla retorica identitaria, a testimoniare che la laicità non è più il contesto necessario per incontrare e fondere fedi diverse.

Giusto – conclude Dal Corso – è anche il loro rapporto con le tradizioni finalmente libere dalla ogni fissazione: permanere in essa sarebbe un tradimento, perché le religioni sono in movimento e viverle in maniera diversa dalle generazioni precedenti significa far germogliare una «cittadinanza nuova, allargata e inclusiva».


[1] T. Greco, Curare il mondo con Simone Weil; Laterza, Roma- Bari 2023, XV

[2] Si tratta di una celebre allegoria in cui si racconta che in Inferno e in Paradiso c’è una tavola imbandita di ogni ben di Dio; per poter mangiare, però, occorre servirsi di lunghe bacchette e mentre all’inferno i dannati, agendo individualmente, non riescono a portarsi il cibo alla bocca, in paradiso i beati hanno capito che le stesse bacchette possono essere usate per sfamarsi a vicenda.

[3] Giacomo, Lettera, 5, 1-6

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Questo sito fa uso di cookies tecnici ed analitici, non di profilazione. Clicca per leggere l'informativa completa.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici ed analitici con mascheratura dell'indirizzo IP del navigatore. L'utilizzo dei cookie è funzionale al fine di permettere i funzionamenti e fonire migliore esperienza di navigazione all'utente, garantendone la privacy. Non sono predisposti sul presente sito cookies di profilazione, nè di prima, né di terza parte. In ottemperanza del Regolamento Europeo 679/2016, altrimenti General Data Protection Regulation (GDPR), nonché delle disposizioni previste dal d. lgs. 196/2003 novellato dal d.lgs 101/2018, altrimenti "Codice privacy", con specifico riferimento all'articolo 122 del medesimo, citando poi il provvedimento dell'authority di garanzia, altrimenti autorità "Garante per la protezione dei dati personali", la quale con il pronunciamento "Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento del 10 giugno 2021 [9677876]" , specifica ulteriormente le modalità, i diritti degli interessati, i doveri dei titolari del trattamento e le best practice in materia, cliccando su "Accetto", in modo del tutto libero e consapevole, si perviene a conoscenza del fatto che su questo sito web è fatto utilizzo di cookie tecnici, strettamente necessari al funzionamento tecnico del sito, e di i cookie analytics, con mascharatura dell'indirizzo IP. Vedasi il succitato provvedimento al 7.2. I cookies hanno, come previsto per legge, una durata di permanenza sui dispositivi dei navigatori di 6 mesi, terminati i quali verrà reiterata segnalazione di utilizzo e richiesta di accettazione. Non sono previsti cookie wall, accettazioni con scrolling o altre modalità considerabili non corrette e non trasparenti.

Ho preso visione ed accetto