
Pubblichiamo l’intervento di Hamdan Al Zeqri – Delegato nazionale Ucoii ai rapporti con le carceri e con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Hamdan è Ministro di culto islamico nel carcere di Sollicciano (Firenze) e responsabile del dialogo interreligioso e della formazione dei giovani della Comunità Islamica di Firenze e della Toscana. Si tratta di un intervento che si colloca nella serie di riflessioni interreligiose legate allo sviluppo e ai contesti della riflessione su teologia e spazio mediterraneo.
Nell’età secolare, la perdita del senso del sacro si manifesta attraverso una radicale mutazione della prassi, il rito e la pratica religiosa sopravvivono, talvolta, solo come codici di appartenenza sociale, mentre i testi e i gesti sacri vengono ridotti a un amuleto di benedizione e protezione dal male mondano; oppure confinati nella liturgia e nel rito quotidiano dei luoghi di culto, essi smarriscono la propria funzione di sorgente viva di morale, etica e valori capaci di tradursi in gesti sacri di servizio gratuito nel contesto sociale in cui viviamo.
La perdita dell’intimità spirituale
Oggi, sotto la pressione delle logiche economiche, finanziarie e tecnologiche, anche l’intimità spirituale si riduce, persino nei santuari più sacri, in molti casi ormai ridotti a mete di turismo di massa con hotel e servizi stelati, a fatto estetico. Il pellegrinaggio generativo e puramente spirituale si trasforma in una “vetrinizzazione sociale” mediata dal web, dove lo scatto fotografico e il selfie nel luogo sacro servono a certificare la propria presenza e a informare gli altri, anziché a coltivare l’interiorità.
La secolarizzazione oggi cambia forme e modalità, ma il suo esito rimane invariato: la riduzione dell’esperienza del trascendente a un consumo identitario, asservito alle logiche del pubblico e delle piattaforme digitali, l’attesa ansiosa dell’approvazione altrui – misurata in like e commenti – diventa quasi la vera motivazione delle azioni sociali. In questa costante rincorsa a riconoscimento e popolarità, la voce della massa si sostituisce al percorso di fede profondo, recidendo il legame intimo con il senso spirituale del Divino.
Viene così dimenticato e tradito il valore sacro del segreto; evaporano gli insegnamenti dei testi sacri e dei profeti, secondo cui «la mano sinistra non deve sapere cosa offre la destra», e la saggezza dell’antico proverbio arabo che invita a «fare il bene e gettarlo nel mare», compiendolo esclusivamente tra sé e il Creatore per poi dimenticarlo. Nella nostra contemporaneità il bene ha perso il suo silenzio, il bene non si getta più nel mare dell’oblio, ma si esibisce con urgenza nelle vetrine social.
Società islamica, le sue contraddizioni
C’è un’immagine che fotografa meglio di molti libri la metamorfosi del sacro oggi. Viaggiando sui taxi di un grande Paese a maggioranza musulmana, si nota un dettaglio costante: su ogni cruscotto, vecchio o nuovo che sia, c’è una copia del Corano – a volte anche due o tre – incollata davanti all’autista o al passeggero. Spesso le copertine sono sbiadite dal sole, consumate dal tempo; eppure, chiedendo ai tassisti quante volte abbiano aperto e letto quelle pagine, la risposta spiazza: «Mai. È nuovo dentro, lo tengo lì perché mi protegge dall’invidia, dagli incidenti, dal malocchio». In questa scena, il Testo Sacro smette di essere una sorgente quotidiana di etica, valori e ortoprassi, per diventare un amuleto di protezione dal male mondano.
Una dinamica che si riflette nelle contraddizioni della vita urbana: al richiamo del muezzin (adhan), la musica ad alto volume del taxi viene abbassata per rispetto, ma la corsa non si ferma, non ci si ferma a pregare. «Le nostre moschee sono bellissime, ricche di splendida calligrafia», raccontano, «ma ci vado solo il venerdì. La ricerca del sostentamento quotidiano (rizq) è troppo dura, la pressione economica ci schiaccia, Dio ci perdoni».
E mentre si affronta il traffico caotico e si scambiano insulti con gli altri automobilisti, lo sguardo cade su quel libro incollato sul cruscotto. Nasce un senso di colpa, una richiesta di perdono a Dio, dimenticando però che il perdono andrebbe chiesto innanzitutto all’uomo offeso sulla strada. Il sacro, in questo modo, sopravvive come un potente simbolo d’appartenenza e un rifugio psicologico, ma smette di essere la bussola che orienta il comportamento morale verso il prossimo.
Il sacro e lo stato sociale
Esiste un profondo divario nel modo in cui l’essere umano si accosta alla fede e al sacro in base al contesto economico in cui vive. Nel panorama europeo e globale, l’atteggiamento verso il sacro e il sentimento di appartenenza cambiano radicalmente a seconda del tessuto sociale. Oggi l’appartenenza religiosa, la pratica costante o, al contrario, la perdita della fede non si manifestano in modo uniforme, ma assumono profili complessi e molteplici.
Nelle metropoli del turismo, della finanza e dei mercati azionari, si assiste a una corsa frenetica e ossessiva verso il guadagno e il benessere materiale. In questi contesti macro-urbani, il senso e la pratica della fede sono stati quasi radiati dalla quotidianità; ciò è certe volte resta solo un’adesione verbale e di facciata, a cui corrisponde un’assoluta assenza sia sul piano spirituale sia su quello dei comportamenti concreti. Al contrario, nelle realtà marginali, caratterizzate da scarse fonti di reddito, l’approccio alla dimensione spirituale conserva spesso una radice autentica, comunitaria e di senso profondo.
È qui che dobbiamo chiedere perdono, tutti noi. Dobbiamo chiederlo a chi abita dall’altra parte del mondo, in quelle periferie esistenziali travolte dal calore smisurato di un sole che non dà tregua; a chi vede il proprio campo arido, ormai privo di raccolto e di frutti. Oggi, in quei luoghi, il secchio calato nel pozzo risale colmo soltanto di terra e polvere.
Eppure, quel contadino lontano è un uomo di fede profonda: prega costantemente, ha sempre versato la decima ai poveri dei suoi raccolti abbondanti, e nel silenzio del suo dolore ora si domanda: «Forse Dio è arrabbiato con me? Forse non sono stato sincero?». Non ha mai smesso di pregare, nemmeno quando l’acqua è venuta a mancare; ha compiuto l’abluzione con la sabbia, perché sa che la terra è sacra e consacrante. Ha persino raccolto la rugiada del mattino per dissetare gli uccellini, ignorando quale delle sue piccole opere gli aprirà le porte del paradiso.
Caro contadino, lontano ma vicinissimo. Lontano dal nostro benessere opulento, dai consumi frenetici, dalla nostra corsa e dalle nostre vetrine; ma drammaticamente vicino nelle conseguenze prodotte dalle nostre automobili, dai motori, dai rifiuti, dai nostri vestiti, dalle lavatrici e dai ferri di stiro. Caro fratello contadino, la tua preghiera non è rimasta inascoltata per una tua mancanza di sincerità.
La verità è che i tuoi fratelli e sorelle del mondo sviluppato hanno consumato, esagerato, sprecato e inquinato nella superstizione del benessere secolare. Tu, che non hai mai goduto dei benefici di questo sviluppo, ne stai raccogliendo gli esiti più amari. Nessuno è padrone assoluto di questa terra, per questo dobbiamo cambiare rotta prima che sia troppo tardi: prenderci cura del creato, custodirlo, tessere legami e relazioni. Dobbiamo riscoprirci artigiani di speranza e contadini di pace.
Corano e Nuovo Testamento
Di fronte a simili derive, noi credenti sentiamo il dovere di ripartire dai nostri valori religiosi più profondi. In questa prospettiva, la cura e la misericordia non sono concetti astratti, ma diventano l’essenza stessa del nostro agire nell’arena pubblica. Adorare il Creatore oggi significa impegnarsi attivamente a tessere relazioni, rifiutando la logica del conflitto e collaborando per sanare le ferite delle nostre società lacerate. In questi tempi complessi, rinnoviamo l’impegno a costruire insieme ponti di pace, di giustizia e di un’autentica fratellanza universale.
Questo ci impone di lanciare un invito comune, capace di valorizzare le nostre unicità e differenze senza escludere nessuno. Come ci ricorda il Sacro Corano: «A ognuno di voi abbiamo assegnato una via e una strada lineare. E se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità, ma ha voluto mettervi alla prova in quello che vi ha dato. Gareggiate ed eccellete quindi nelle opere buone. A Dio tutti farete ritorno, ed Egli vi informerà di ciò su cui eravate discordi» (Sura Al-Maidah, 5:48).
Queste parole fanno eco ai versetti del Nuovo Testamento, che recitano: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone […] Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore» (Lettera agli Ebrei, 10,24; 12,14).
Partiamo dunque dai testi sacri per generare il bene nel contesto sociale. Come insegnava ai suoi discepoli l’imam Hassan Ayoub: «La società è l’altare dell’adorazione di Dio». In un’epoca secolare, il sacro si manifesta proprio qui: nella responsabilità verso l’altro, nella cura degli ultimi e nella custodia della casa comune.
In conclusione, il taxi con il Corano incollato sul cruscotto diventa la metafora perfetta dell’uomo contemporaneo nell’età secolare: protetto all’esterno da simboli identitari, ma svuotato all’interno del loro potenziale etico. La secolarizzazione, guidata dalle logiche del profitto e della tecnologia, non cancella il sacro, ma lo uniforma e lo riduce a un bene di consumo performativo, a una vetrina social o a un semplice scudo superstizioso per placare i sensi di colpa.
Questa transizione, visibile tanto nelle metropoli finanziarie, quanto nei grandi centri urbani del mondo, sposta il baricentro della fede dalla condotta morale all’esibizione formale. Dio viene così confinato sul cruscotto della nostra quotidianità, radicalmente separato dalla vita reale. Il futuro delle civiltà e delle grandi tradizioni religiose dipenderà dalla capacità di resistere a questa mercificazione.
Il vero progresso, infatti, non si misurerà mai dalla bellezza estetica dei templi o dal PIL dei mercati, ma dalla forza di restituire al sacro la sua natura di bussola interiore, capace di tradursi in responsabilità etica e morale. Significa ritrovare il coraggio di agire nel silenzio e di chiedere perdono: sia all’uomo offeso sulla strada della nostra frenesia quotidiana, sia al contadino lontano, schiacciato dalle conseguenze del nostro benessere indifferente.





