
Rivolgendosi alle ragazze-madri passate nelle istituzioni ecclesiastiche della Chiesa anglicana nel Regno Unito, Sarah Mullally, arcivescova di Canterbury ha detto: «Ci rammarichiamo profondamente per la sofferenza, il trauma e lo stigma che molte persone hanno subìto e continuano a subire a causa delle pratiche di adozioni storiche (forzate) nelle istituzioni della Chiesa d’Inghilterra […] Sappiamo che molte donne e ragazze sono state costrette a svolgere lavori umili e manuali come forma di “correzione”. Riconosciamo, inoltre, come i pregiudizi, anche quelli basati su razza e disabilità, abbiano plasmato e definito esperienze e risultati […] Oggi diciamo a ciascuna di voi: la vergogna che vi è stata fatta provare era sbagliata. Non avete nulla di cui vergognarvi. Anzi, siamo noi profondamente svergognati che questo sia accaduto a persone affidate alle comunità cristiane».
Istituzioni punitive – adozioni forzate
Il commento della massima autorità della Chiesa d’Inghilterra coincide con l’uscita (19 giugno) di una ricerca sulle adozioni storiche (forzate) nelle istituzioni legate alle istituzioni ecclesiali. Lo studio, promosso dalla Chiesa, copre gli anni 1949–1976, interessa circa 200 istituzioni per “madre e bambino” del paese e si riferisce a 185.000 adozioni di bambini di madri non sposate di quei decenni. Scritto in sei mesi (2025), il rapporto si è giovato degli archivi della sede centrale della Chiesa (Lambeth), di verbali e di memorie delle varie istituzioni, di testimonianze dirette di alcune donne e uomini (già bambini adottati).
Non tutte le istituzioni educative erano legate direttamente alle diocesi. Parecchie sono state sostenute da comunità e gruppi locali, ma con un qualche legame con il Moral Welfare Council – MWC (prima) e il Board for Social Responsability – BSR poi, ambedue legati alla Chiesa.
Le ragazze-madri hanno testimoniato che la scelta di concedere l’adozione avveniva spesso senza sostegni adeguati e per l’assenza di prospettive viabili e ne hanno sopportato tutta la violenza psicologica. L’aspirazione di tenersi il bambino non è stata sempre rispettata e talora ignorata. Dando luogo a una sorta di “mercato” dei bambini in adozione.
Le case per madri e bambini, nate a metà dell’800 in Irlanda e Inghilterra, hanno avuto e mantenuto un tratto punitivo per “donne perdute” e in ragione della salvaguardia della “purezza morale” della popolazione. Erano affidate alle autorità ecclesiali e locali con una direzione in mano ad “assistenti sociali”, con personale poco qualificato e pagato e un sostegno finanziario precario e talora insufficiente. Pur avendo un reparto maternità, gli spazi personali erano esigui, le camerate sovrappopolate, la possibilità di rapporti esterni molto limitata.
Un vissuto difficile in un contesto sociale che, fino agli anni ’70, marchiava le ragazze-madri con lo stigma della vergogna e del disonore. Le famiglie di origine spesso assecondavano la censura sociale e condividevano il giudizio morale negativo della Chiesa. L’invito alla penitenza ed espiazione aggravava la situazione delle interessate.
Il clima cambia paradossalmente con la legge sull’aborto del 1967, ma soprattutto con la disponibilità della pillola contraccettiva, i diritti legalmente riconosciuti nel 1977 sulla filiazione e con le ulteriori riforme del diritto di famiglia approvate dal parlamento nel 1987.
Indirizzi e pratiche
Gli indirizzi educativi di MWC-BSR, per quanto diversamente vincolanti, affermavano la libertà per la ragazza-madre di tenere il bambino o di darlo in affidamento e avviavano le giovani donne alle competenze domestiche, ma il clima interno ed esterno era pesante. Difficoltà finanziarie, logistiche, di riscaldamento e di competenza (anche se progressivamente il personale migliorava la propria professionalità) mettevano alla prova le giovani donne e, in particolare, le adolescenti.
L’assistenza spirituale delegata alla presenza occasionale del pastore, pur rispettando formalmente il legame fondamentale fra madre e figlio, si ispirava alla colpa e al riscatto con una osservanza religiosa obbligatoria, un fragile legame con le comunità cristiane del posto e un forte elemento di giudizio spirituale.
Il livello delle istituzioni e le esperienze di vita mutano nel tempo e nelle diverse istituzioni, ma i rilievi dei controlli e dei rapporti avviati negli anni ’50-’60 del secolo scorso attestano indirizzi giudicanti e condizioni difficili. Se in alcune strutture si riscontravano cura e gentilezza, molte delle giovani donne hanno descritto esperienze di danni e traumi duraturi.
«Gran parte del materiale portato alla luce in questo studio mostra la Chiesa d’Inghilterra che parla a sé stessa nei propri comitati e sottocomitati, o con le parole delle direttrici che gestivano le case di accoglienza nei rapporti annuali ufficiali. L’assenza delle voci delle donne interessate è un limite importante da riconoscere come, del resto, il ruolo degli uomini, spesso avvolto nel silenzio, nella marginalità o per pulsioni autoritarie. L’identità dei padri dei bambini era generalmente protetta; alcuni subivano poche conseguenze mentre ad altri veniva negata dolorosamente la paternità».
La richiesta di perdono e il riconoscimento del limite del proprio servizio da parte della Chiesa si affiancano all’intenzione del governo di presentare le proprie scuse a nome dello stato alle donne colpite dalle adozioni forzate avvenute in passato in Inghilterra. La voce anglicana e la memoria delle istituzioni educative per le ragazze-madri ricordano molto da vicino, anche se forse in modo meno drammatico, le vicende che hanno travolto l’opinione pubblica in Irlanda.
Sarah Mullally conclude il video di presentazione del documento col ringraziamento per quanti hanno operato con generosità e dedizione alle madri, ai figli e alle famiglie coinvolte nell’opera educativa con i figli adottati. «Preghiamo per tutte le ragazzi-madri che portano con sé le esperienze (ricordate) e per la grazia di essere una Chiesa in cui ognuno sia trattato con l’amore e la dignità che deriva dall’essere creati a immagine di Dio».





