
Il 25 febbraio scorso, ECCO (think tank italiano per il clima) e ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) hanno riunito, in un incontro alla Camera dei Deputati a Roma, alcuni rappresentanti istituzionali, industriali e politici per avviare un dibattito su Rischi, responsabilità sociale e interesse pubblico: il ruolo delle imprese partecipate nella transizione. Questo confronto è avvenuto nell’imminenza primaverile delle nuove nomine dei dirigenti di parecchie imprese partecipate dallo Stato (ENI, SNAM, ENEL, TERNA…) che operano nel settore energetico. La nuova impennata dei costi dell’energia, in un contesto mondiale segnato delle guerre, rende queste nomine governative ancora più rilevanti per il nostro Paese. Nel resoconto che segue sono riassunti gli interventi dei primi relatori, promotori dell’evento.
Lo Stato non deve rimanere spettatore
Il vicepresidente della Camera, on. Sergio Costa, ha affermato che molte delle strutture pensate per fonti fossili, in essere o su cui si sta ancora investendo per ampliamenti – gasdotti, terminal energetici, centrali termoelettriche ecc. – rischiano di non poter essere più utilizzate in futuro a motivo della transizione energetica, dalle fonti fossili alle rinnovabili, in atto per raggiungere il traguardo della decarbonizzazione – fissato dall’Unione Europea – entro il 2050. Mentre gli investimenti che oggi le società partecipate dallo Stato realizzano a favore delle fonti fossili continuano a gravare di costi la nostra popolazione.
Secondo la Costituzione, «l’iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (art. 41). E poi: «A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale» (art. 43).
Lo Stato, quindi, secondo la Costituzione, non può fare da spettatore delle attività di queste imprese: compito dello Stato è allineare le sue strategie agli obiettivi della transizione, garantendo i servizi pubblici essenziali e curando l’interesse generale dei cittadini.
L’obiettivo per lo Stato è quello di mettere le imprese in condizioni di essere competitive in un mondo che sta mutando rapidamente a causa dei cambiamenti climatici, quindi nell’ottica della decarbonizzazione. Lo Stato «tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela (persino) degli animali» (art. 9).
Quali interessi vengono tutelati
Matteo Leonardi, direttore e co-fondatore di ECCO, ha riscontrato che oggi l’impiego delle fonti fossili non va di pari passo con lo sviluppo del Paese, perché l’interesse delle imprese partecipate non coincide più con quello della società.
La questione climatica mette in evidenza che l’interesse della collettività è legato, piuttosto, alla necessità di accelerare la transizione energetica, per mettere al riparo dai rischi a cui i cittadini sono esposti per effetto della dipendenza dalle fonti fossili. Non arrivare in breve tempo alla transizione, significa essere emarginati dall’innovazione tecnologica e dall’elettrificazione dei consumi, perdere terreno nei mercati globali, perdere autonomia strategica.
Così oggi si rischia di proteggere maggiormente l’interesse di queste grandi imprese, che non quello attuale e futuro dei cittadini. Ad esempio, gli investimenti sul gas sono remunerati quasi al 100% dallo Stato, che protegge quindi il fossile e trasferisce sulla collettività i costi per sostenerlo. Ciò va contro le direttive della UE sulla tutela dell’ambiente.
Quali interessi vengono tutelati con tali scelte? Sicuramente non quelli dei cittadini che ne pagano le conseguenze, sia come contribuenti sia come consumatori, per sostenere una rete di distribuzione dei combustibili fossili che, in prospettiva, risulterà sovradimensionata. Di conseguenza, nel settore dell’automotive, si favoriscono le auto a motore termico, che inquinano e consumano 4 volte l’energia di quelle elettriche: evidentemente stanno prevalendo interessi che non sono quelli dell’intera collettività.
I piani di transizione energetica e di mitigazione dei cambiamenti climatici mancano ancora di un inquadramento legislativo che permetta il loro sviluppo senza condizionamenti da parte delle imprese partecipate oil and gas.
Queste imprese, altresì, dovrebbero saper dimostrare allo Stato e alla collettività di aderire autenticamente ai piani di transizione finalizzati alla decarbonizzazione. Vanno trovati, dunque, strumenti, per allineare gli interessi delle imprese a quelli della collettività: individuare regole e persone che – assumendo la responsabilità delle grandi imprese partecipate dallo Stato – sappiano gestire al meglio e con convinzione la transizione.





