
Anche quest’anno, come di consueto, ho trascorso alcuni giorni di riposo presso i miei cari durante la pausa natalizia. Questa pausa però è stata un po’ diversa rispetto alle precedenti. Dopo quarant’anni (e con quasi cinquanta alle spalle) mi sono rivisto con alcuni amici e amiche di scuola elementare. Non eravamo certo la classe al completo, ma riuscire a incontrare una decina di compagni e compagne di banco, dopo tutto questo tempo, non è affatto una cosa scontata!
Inutile dire della piacevole serata trascorsa in allegria e leggerezza, condita da ricordi e racconti di un lontano passato. Racconti che a volte restavano sospesi perché la memoria (ahimè) latitava, ma che in alcuni casi andavano sempre più rischiarandosi grazie al fatto che ognuno aggiungeva il proprio ricordo.
Ovviamente non si è trattato solo di rievocare i bei tempi della fanciullezza. Dopo interi decenni in cui ci si era persi di vista, molti tra di noi (compreso il sottoscritto) non sapevano quasi nulla degli altri compagni. E allora un rapido giro di «presentazioni»: marito o moglie, figli, professione… Scontato dire che quando è arrivato il mio turno non ci ho messo molto con le presentazioni, dato che non avevo nulla da dichiarare quanto alle prime fasi (moglie e figli), e nemmeno dovevo spiegare cosa facessi, dal momento che tutti erano già al corrente del fatto che fossi prete.
Non a caso alcuni – sebbene io provassi a disincentivarne l’uso – mi chiamavano persino con l’appellativo «don». Avevo perciò pensato di dire brevemente che, insieme al prestare una collaborazione pastorale in una parrocchia, mi occupavo di teologia. Mi ero infatti detto tra me: sanno che sono un prete ma non credo sappiano che mi occupo di teologia (ricerca, didattica, direzione di una rivista, etc).
Dopo aver proferito solo qualche parola sono stato però interrotto da una mia amica la quale ha cominciato a dire che siamo tutti bravi a salire in cattedra, ma non tutti siamo capaci di sporcarci le mani, toccare le coscienze, etc. Questa mia amica ha poi proseguito raccontando brevemente la sua esperienza di catechista, del suo essere molto contenta di accompagnare i bambini nel percorso di fede, non nascondendo al tempo stesso il suo dispiacere per il fatto che, fuori dal contesto della catechesi, gli adulti spesso non parlassero di Gesù ai bambini.
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Non ho aggiunto nulla al suo commento. Vuoi perché dopo quarant’anni che ci si rivede tra amici non ho ritenuto opportuno stare a entrare in discorsi più specifici, vuoi perché in quei giorni avevo messo il cervello a riposo, ma soprattutto perché nelle parole e nel volto della mia amica non ho percepito affatto acredine o disprezzo. Al contrario: mi sembrava molto genuina e non sorretta affatto da intenti polemici. Si è sentita semplicemente in dovere di dire quello che ha detto; tutto qui.
Ma forse è proprio questo il punto. In fin dei conti, nella sua spontaneità, la mia amica non ha fatto altro che esternare quello che ritengo (e non solo io ovviamente) essere il pregiudizio cattolico nei confronti della teologia.
Molti credenti, anche qualora dovessero avere una vaga idea di che cosa sia la teologia, sono candidamente portati a ritenerla inutile o comunque trascurabile rispetto alla propria esperienza di fede. Quest’ultima, al contrario, è vista come il centro di tutto, il punto prospettico attraverso cui guardare tutto il resto.
I motivi che si addensano dietro a questo atteggiamento sono forse legati alla fede stessa che, in quanto esperienza di senso che tocca il fondo dell’esistenza umana, porta molti a ritenere la riflessione su di essa come una zavorra di cui volentieri fare a meno. Questo spiega forse il perché della riluttanza, del sospetto o persino dell’avversione nei confronti della teologia che si avverte in molte persone credenti (aggiungo solo che non constato una medesima riluttanza da parte di coloro che non frequentano gli ambienti ecclesiali).
Non mi riferisco unicamente a credenti che non posseggono un titolo di studio universitario. Il più delle volte, a dire il vero, ho incontrato credenti che pur essendo laureati e svolgendo altresì una professione che richiede un aggiornamento continuo, si mostrano indifferenti quando si parla di teologia.
Ho cioè l’impressione che quando si passa al modo della fede, molti di costoro non ipotizzano che anche in questo ambito esistano dinamiche simili a quanto avviene in altri campi del sapere e più in particolare del sapere legato alla propria professione (ingegneria, medicina, giurisprudenza, economia, etc). Nell’ambito della fede e della pratica ecclesiale basta essere quello che già si è per poter obiettare su tutto il resto. Al massimo vi sono alcuni, più temerari, che sentono la necessità di partecipare a qualche incontro di formazione e/o catechesi biblica (ottima scelta quando non si cade nella presunzione di essere diventati così degli addetti ai lavori).
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In questi giorni, il teologo Marco Vergottini ha rilasciato un’intervista sulla teologia. Posto di fronte alla domanda sulle asperità del linguaggio teologico, ha ricordato che le difficoltà vanno messe in campo, dato che ci sono questioni teologiche che per forza di cose non possono essere liquidate con facilità. Vergottini ha invece preso le distanze da artificiosità legate al narcisismo di alcuni teologi che complicano volutamente il proprio linguaggio al fine di autocompiacersi.
Infine ha aggiunto una constatazione che, a mio avviso, incrocia quanto ho appena riferito: «Un articolo scientifico, una lezione universitaria, una conferenza divulgativa o un intervento pastorale – ha dichiarato questo teologo – richiedono registri diversi. Non si tratta di una gerarchia di valore, ma di adeguatezza comunicativa»[1].
Ecco, credo che il punto sia proprio questo: esistono registri diversi, esigenze diverse, esperienze diverse. È per questo motivo che attorno alla galassia della fede cristiana gravitano vari soggetti: catechisti, parroci, operatori pastorali, docenti di religione, giornalisti, scrittori religiosi e teologi. Non tutti hanno le medesime competenze; non tutti, solo perché svolgono un servizio ecclesiale o professano la medesima fede, sono per ciò stesso edotti in tutti i campi. Nel cristianesimo c’è la liturgia, la catechesi, la carità, l’evangelizzazione, la storia del dogma, l’esegesi, la morale, la spiritualità etc.
Questa pluralità ci dice che nessuna competenza è più importante delle altre. Eppure molti credenti (nel cattolicesimo come forse in altre confessioni cristiane), solo perché condividono la stessa fede di altri credenti, ritengono scontato poter entrare a gamba tesa su ogni argomento. In altre parole è come se, bazzicando nella stessa Chiesa, ognuno si sentisse onnicompetente su tutto quanto riguarda la fede o il cristianesimo in generale.
Non sostengo affatto che non ci si debba confrontare, che non si possano avanzare critiche; ma sarebbe bello se nessuno si sentisse autorizzato a parlare con sicurezza su ciò di cui non ha affatto o ha poca competenza. Questo ovviamente vale anche per un teologo che volesse discettare su tutti gli ambiti della vita della Chiesa.
Devo però aggiungere che ho riscontrato più nei credenti non teologi la propensione a intervenire con estrema disinvoltura e sicurezza in campi che poco conoscono. Forse perché i teologi (magari non tutti), a furia di confrontarsi con le complessità dei propri oggetti di studio, un po’ alla volta diventano più esitanti nei confronti dei risultati che sono in grado di raggiungere, più consapevoli delle tante sfaccettature attraverso cui il cristianesimo può essere indagato (un teologo non è un esegeta, un esegeta non è un liturgista, un canonista non è uno storico del cristianesimo etc.).
Partendo da questo stato di cose sono giunto così alla seguente constatazione: se in alcune occasioni ho lamentato la mancanza di una dimensione «pubblica» della teologia, oggi devo concludere che tale insignificanza si annida già all’interno del mondo credente.
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Quella sera sono tornato a casa felice di aver rivisto, dopo tanti anni, amici di cui avevo perso le tracce. Avevo ben stampato nella mente il clima gioioso che subito siamo stati in grado di instaurare, quasi non ci fossimo mai persi.
C’era anche un altro motivo che mi faceva sorridere, questa volta dettato dalla mia autoironia. Ho pensato a quel brano del vangelo in cui Gesù dice agli apostoli: «quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17,10).
Quella sera, riferendo queste parole a quei teologi che cercano di svolgere il proprio compito con rigore e passione, mi sono detto: «inutili, nemmeno servi».
[1] «Nel 2026 si può ancora parlare di Dio? La sfida della teologia», in Avvenire, sabato 3 gennaio 2026, p. 16.






Da diversi anni mi sto battendo contro la teoria dei “servi inutili” lanciata quarant’anni fa da padre Ernesto Balducci in un suo libro che vendette molto…..in realtà il testo greco non dice così, ma piuttosto significherebbe servi “ordinari” oppure “feriali”…..noi non siamo inutili…..si può utilmente consultare il grande don Bruno Maggioni in “il racconto di Luca” Cittadella Editrice pag.300
La maturità teologica arriva solo dopo i 60 anni. Se non è avvenuta non ci sarà più
La mia esperienza personale, minoritaria forse ma non certo eccezionale, è che alcune teologhe e teologi hanno non dico salvato la mia fede, ma almeno lenito le profonde ferite che la chiesa di prossimità mi ha causato. Non ho mai preteso di incontrare presbiteri santi o martiri, ma l’elenco degli abusi piccoli e grandi (non violenze almeno quelle no) partono dai miei lontanissimi 10 anni fino quasi a ieri. È stato l’incontro con le teologhe del Coordinamento Teologhe Italiane, i loro corsi on line, e pian piano con incontri sempre più ravvicinati, seguire le pagine fb di Andrea Grillo, i corsi di Annamaria Corallo, che mi hanno fatto scoprire finalmente una chiesa in cui sentirmi a casa.
Mi sembra un articolo che si basa su fondamenti molto generici. Intanto a livello popolare c’è un pregiudizio diffuso sulla cultura in quanto tale, la cosiddetta “teoria”, tanto più diffusa in chi non dispone di titoli di studio o di ruoli sociali di rilievo. È il portato di tempi in cui la cultura era appannaggio di pochi e veniva percepita -non senza ragioni- come uno strumento attraverso il quale i ricchi “fregavano” i poveri. Talvolta sono semplici forme di narcisismo per dire “le cose davvero importanti le faccio io che mi sporco le mani” (immaginiamo quanto si sporchi le mani chi fa un’oretta di catechismo a dei bambini). Altre volte sono un appello all’apparato istituzionale avvertito -anche qui non del tutto a torto- come distante e piuttosto fuori dal mondo… Sicuramente la teologia non è l’unico ambito in cui si interviene con disinvoltura… Nell’ambito religioso oggi, in un contesto dominato dal secolarismo, rimane però in tutti, credenti e non, la presunzione di sapere lui cosa è il cristianesimo e cosa dovrebbe essere… Presunzione ovviamente delirante, come buona parte del mondo che ci circonda…
Al netto di questi aspetti, giustamente osservati, in alcuni filoni teologici stessi persiste un forte sentimento antimetafisico e anti-intellettuale. Anche Papa Francesco si è spesso espresso in tal senso.
Aggiungerei che non necessariamente la teologia deve essere qualche cosa di lontano e polveroso. Sempre ricordando Bergoglio, proprio nell’ultimo anno di pontificato ha chiesto di prestare maggiore attenzione alla letteratura.
https://www.vatican.va/content/francesco/it/letters/2024/documents/20240717-lettera-ruolo-letteratura-formazione.html
Si può fare teologia anche partendo dal cinema, dalla letteratura, dalla musica e dalla poesia.
https://www.queriniana.it/blog/fede-immaginazione-e-la-gloria-della-vita-quotidiana-591
L’ultima nota dottrinale della Cdf è particolarmente ricca di riferimenti poetici. Anche questa è teologia anche questa è “dottrina” se vogliamo..
Mah!? A parer mio il problema e’ molto complesso… la teologia e’ importantissima… troppa teologia stroppia, non a caso molte eresie sono nate dall’aver troppo spinta l’una o l’altra tesi.
Quello che servirebbe a noi laici sarebbe un luogo dove poter confrontare e capire le diverse questioni che si pongono: un esempio per tutti: a Maria, Madre di Dio e della Chiesa, possiamo dare il titolo di Corredentrice?
E’ innegabile che su questo argomento si stia leggendo tutto e il contrario di tutto. Lo studio e l’approfondimento teologico, quindi, sono necessari e indispensabili; bello sarebbe se ci fosse un luogo d’incontro dove le diverse anime si possano incontrare in dibattiti aperti e senza cattedre.
Sarebbe utile anche ai non credenti perche’, almeno comprenderebbero che i dogmi non sono astrazioni dettate da chissa’ quale corrente di pensiero, ma verita’ di fede alle quali si e’ giunti grazie al “lavoro” di molti teologi.
Penso che la Chiesa Cattolica dovrebbe preoccuparsi di più ad istruire le persone in campo teologico, organizzando convegni, studi . Una materia interessante è anche l archeologia biblica. I libri di teologia sono moltissimi, ma conoscere almeno gli indirizzi principali sarebbe auspicabile. Penso a biblisti come Ravasi, al cardinale Martini . Anche gli scritti del Papa Ratzinger sono interessanti.
Una certa conoscenza teologica e necessaria anche per chi studia letterature straniere, perche molti autori trattano temi biblici. In Italia Manzoni riflette una formazione religiosa . Alfieri con il suo Saul tratta un tema biblico. Ma se in Italia questa conoscenza non è tanto problematica, lo diventa quando si studiano autori some T.S. Eliot, Melville, Pope, Milton, e naturalmente i molti autori ebraici,che spesso nei loro scritti riportano usanze e credi religiosi o per rappresentare un certo ambiente o per criticarlo. La letteratura americana inizia con una serie di scrittori permeati da una forte ispirazione puritana, che Hawthorne poi critica nelle sue opere e senza una conoscenza teologica molte affermazioni non si comprendo o nel
Loro vero significato. La Divina Commedia di Dante Alighieri rispecchia una teologia medioevale per criticare certe usanze religiose.
Qualcuno ricorda come Meister Eckart chiamava i Teologi?
Spesso scrivono x se stessi o x gli altri teologi.
Quasi mai x chi, come me, non fa parte della casta.
Come tanta arte moderna.
Eppure se la cultura oggi dilaga (?) non dovrebbe essere così! Ma temo che siamo rimasti ad un secolo fa: roba x nobili&elevati!
Farei una gerarchia che spesso non è rispettata:
La Scrittura come norma normans et non normata.
Questo è il pane di TUTTI i credenti. Vitale. Poi c’è la storia che accompagna la Scrittura nei suoi eventi. Di lì la teologia che riflette il Mistero unico per tutte le generazioni. Questa scienza è servizio di alcune studiose e studiosi a favore del popolo di Dio. Nello specifico la teologia non è comprensibile se non ha un terreno comune con la Scrittura ed il popolo che la legge.
Una breve condivisione intorno a queste importanti sollecitazioni.
Per la lucidità argomentativa ed espositiva, trovo, ancora una volta, bellissime le riflessioni di Giuseppe Guglielmi che ha tradotto per iscritto una esperienza che anche altri studiosi hanno, in altre occasioni, avuto modo di fare emergere. Nei dibattiti, che interessano tanti, sulla teologia, sul suo significato, sulla esegesi dei testi cristiani e sulla storiografia relativa alla storia del cristianesimo (e la lista potrebbe continuare) non sempre si constata la disponibilità ad ascoltare una parola che è frutto di studi e competenze maturate in percorsi scientifici pluridecennali. Spesso si accavallano gli interventi su uno stesso tema, mentre sarebbe proficuo certo porre domande, ma poi prestare ascolto a chi coltiva la materia per professione.
Del resto, lo ha rilevato opportunamente papa Leone XIV nel discorso alla Lateranense: “La seconda dimensione che vorrei richiamare è la scientificità, da promuovere, da difendere e da sviluppare. Il servizio accademico spesso non gode del dovuto apprezzamento, anche a motivo di radicati pregiudizi che purtroppo aleggiano pure nella comunità ecclesiale. Si riscontra a volte l’idea che la ricerca e lo studio non servano ai fini della vita reale, che ciò che conta nella Chiesa sia la pratica pastorale più che la preparazione teologica, biblica o giuridica. Il rischio è quello di scivolare nella tentazione di semplificare le questioni complesse per evitare la fatica del pensiero, col pericolo che, anche nell’agire pastorale e nei suoi linguaggi, si scada nella banalità, nell’approssimazione o nella rigidità. L’indagine scientifica e la fatica della ricerca sono necessarie. Abbiamo bisogno di laici e preti preparati e competenti. Perciò, vi esorto a non abbassare la guardia sulla scientificità, portando avanti una appassionata ricerca della verità e un serrato confronto con le altre scienze, con la realtà, con i problemi e i travagli della società.”
Credo che queste considerazioni – di Leone XIV e del teologo Giuseppe Guglielmi – dovrebbero essere ciclicamente riproposte all’attenzione del pubblico. Auspico che questo possa avvenire, anche tramite il canale di Settimananews. Solo in un punto mi discosterei dall’articolo qui sopra: dalla sua chiusa. Quando uno studioso così bravo come Giuseppe Guglielmi – e sicuramente è una esperienza che sarà capitata purtroppo a tanti altri: ricordo che il cardinal Pellegrino richiamava l’attenzione su questo problema – rischia di non sentire attorno a sé la stima e il calore che merita e che lo nutrono nel cammino spesso molto avaro di riconoscimenti pur meritati, il rischio è lo scoraggiamento. Dunque il sentirsi inutili. La lettura del contributo di Giuseppe Guglielmi e il suo finale mi hanno invece portato a un altro luogo evangelico: Mt 9,37/Lc 10,2. Per cui anch’io devo ora pregare con la Scrittura: Signore manda operai nella tua messe, operai acuti, rigorosi, profondi come Giuseppe Guglielmi e come altri, studiosi o studiose che qui non menziono, perché tanta la messe, mentre oggi sono pochi, troppo pochi coloro che se ne curano.
Direi che vanno bene i teologi.ma bisogna anche sporcarsi le mani per dirsi credente
Finalmente!!! Noi , poveri incompetenti di teologia ( e di tanto altro) ma curiosi e volenterosi di capire, di leggere di interrogarci sul perché certi temi sembrano a distanza siderale dalla realtà, dovremmo essere grati a chi , come Mastrofini ( che certo non è l’ultimo arrivato su questi argomenti, vista la sua produzione letteraria e soprattutto la sua professionalità come giornalista , vaticanista ecc ecc) ammette e aiuta questa problematica!!! Sforzatevi e fatevi aiutare da chi sa a riavvicinare la teologia alla gente comune!!! Non delegate a giornalisti al soldo dei propri editori ( e dei loro capipopolo politici!) temi vitali . Che intervistino vip, ma lascino certi temi a chi ne ha competenza, o tutto sarà sempre più lontano e distorto e…. inutile, e allontanerà le persone …. già lontane.
Inutili – mi riferisco all’ultima affermazione – forse perché non riescono a intercettare il vissuto delle persone e delle comunità. Il teologo spesso si chiude nella sua torre d’Avorio e non guarda a ciò di cui ha bisogno la Chiesa, fa l’accademico senza avere addosso l’odore delle pecore (se presbitero) o dei fratelli/delle sorelle (se laico).
Ma dipenderà anche dal teologo o dalla teologia!
Colgo un passaggio e lo applico a me stesso: “ho riscontrato più nei credenti non teologi la propensione a intervenire con estrema disinvoltura e sicurezza in campi che poco conoscono”. ECCOMI. Alzo la mano come a scuola. Ci sono anche io tra questi. Sono tra coloro che discettano di ‘cose’ teologiche perchè penso che i teologi per la maggior parte se ne stanno chiusi e non hanno la minima idea dell’effetto che fa sentirli parlare. Chi ha funzione pubblica deve interrogarsi sulla comprensibilità di quanto dice e scrive. Questo articolo mi ricorda il correlatore della mia tesi di laurea in filosofia nel lontano 1982. Disse: “è una tesi scritta in un linguaggio comprensibile, il che per una tesi in filosofia è forse un difetto”. Infatti aveva i suoi libri di esame (filosofia della religione, per la cronaca) scritti in modo incomprensibile (ma all’esame presi 30). Parlare in modo astruso, per molti, significa essere culturalmente attrezzati e preparati. E invece non è così. Chi è preparato davvero sa parlare semplice e chiaro. Chi si rifugia nell’astrusità vuole mantenere un ‘potere’ sulle parole e sugli ascoltatori e non comprende che invece li fa scappare. Ricordi a parte, credo che ci sia un motivo – colpa dei teologi e dei biblisti!!!!! – se i bestsellers su temi di fede dell’ultimo anno vengano da un giornalista del Corriere della Sera che con disinvoltura passa dalla Bibbia a San Francesco. E i comunicatori cattolici dove sono? Non si sa. L’insignificanza della teologia è un fatto. E la ‘colpa’ non è della società che non ascolta, ma dei teologi che non sanno come parlare e la colpa è dei ‘comunicatori’ cattolici che per la maggior parte non hanno il polso delle situazioni e non si chiedono se quando intervengono dicono qualcosa di sensato e comprensibile per la vita delle persone.
Sig. Mastrofini, leggendo ormai i suoi commenti sono arrivata alla conclusione che lei ha finalmente trovato la chiave di volta, la password, il principio, la pietra filosofale attraverso cui interpretare – pardon “descrivere” – tutta la realtà della Chiesa: si chiama COMUNICAZIONE, declinata nelle sue diverse ma convergenti varianti: chiarezza, efficacia, adeguatezza, limpidezza, comprensibilità, ecc.
Io purtroppo in quello che dico (e non solo in quello che leggo) mi porto con me diversi dubbi e tentennamenti. Cosa vuole farci, io non posseggo il nucleo o il codice dell’universo… Leggendo comunque questo autore, ho riscontrato molta chiarezza nel testo, per cui ho pensato: vuoi vedere che se scrive qui in modo chiaro, “probabilmente” anche quando scrive di teologia non sarà “astruso”. Vuoi vedere che, pur utilizzando un registro diverso (e riprendo qui l’immagine della “adeguatezza comunicativa” adoperata dal teologo Vergottini citato dall’autore nell’articolo) resterà sempre lo stesso autore, senza sdoppiamento della personalità?
Gentile Sig. Mastrofini,
apprezzo molto l’onestà con cui “alza la mano” e si auto-include nella categoria dei non addetti ai lavori che parlano di teologia. È già un gesto più raro di quanto sembri — e, mi permetta, anche più teologico di tante dissertazioni.
Condivido pienamente un punto decisivo del suo intervento: la comprensibilità non è il contrario della profondità. Anzi, spesso ne è la prova. Chi ha davvero abitato un pensiero sa restituirlo in parole accessibili, senza per questo banalizzarlo. Su questo, credo, siamo profondamente d’accordo.
Mi permetto però una piccola precisazione — con un sorriso. Non sempre il linguaggio complesso nasce dal desiderio di esercitare potere sugli ascoltatori. A volte nasce da una fragilità diversa: la paura di tradire la complessità del reale, o di dire meno di ciò che si intuisce. Il rischio opposto, infatti, è che la semplificazione diventi semplismo, e che la chiarezza scivoli nell’effetto “tutto è già chiaro”, quando invece non lo è affatto.
Quanto ai bestseller “teologici” scritti da giornalisti, il fenomeno è reale e interpellante. Forse, però, più che una sconfitta della teologia, è una domanda che le viene rivolta: non di essere sostituita, ma di imparare a farsi ospitare nella vita, nei linguaggi comuni, nelle ferite e nelle domande reali delle persone.
L’insignificanza della teologia — se c’è — non nasce solo dal modo in cui parla, ma dal rischio più sottile di parlare senza qualcuno davanti, senza un interlocutore reale. Quando la teologia dimentica che nasce dall’ascolto della vita prima che dai libri, allora sì, diventa autoreferenziale e perde forza generativa.
Su un punto, però, la rassicuro: se ancora ci si accalora così tanto per il modo in cui la teologia parla, vuol dire che non è affatto morta. Al massimo, è chiamata a una salutare conversione linguistica — che, guarda caso, è un tema profondamente evangelico.
Con stima (e senza linguaggio astruso),
Salvatore Abagnale
Caro Salvatore, ringrazio per l’intervento ‘a sostegno’. Con ricambiata stima. Fabrizio