
La riflessione offerta su questo sito da Johannes W. Vutz circa l’erosione di interesse e di lettori per la teologia merita attenzione, non tanto per il richiamo alla situazione di indifferenza al problema di Dio e di «apateismo», diagnosi che in verità è ampiamente condivisa dalla teologia degli ultimi decenni, quanto per gli orizzonti e le possibilità che lascia intravedere in modo propositivo, perché la teologia riacquisti uno spazio credibile e affidabile all’interno del dibattito pubblico e, ancor più, lungo i sentieri di ricerca e di vita di molti nostri contemporanei.
Sulla scomparsa di Dio
La diagnosi – come accennavo – è nota, anche se fa bene ricordarla per non correre il rischio di «guardare al dito invece che alla luna», cogliendo soltanto aspetti parziali o secondari di una problematica più ampia e generale, col risultato che poi anche le proposte avanzate come risposta risultano approssimative o addirittura non adeguate.
Certo è che, da decenni ormai, buona parte della riflessione teologico-fondamentale interessata ad approfondire il legame tra la fede cristiana e il contesto culturale, concorda sulla «scomparsa» di Dio dall’orizzonte di vita dei nostri contemporanei e delle nostre società segnate dal secolarismo. Martin Buber già molto tempo fa parlava di «eclissi di Dio» quasi facendo eco al grido della «morte di Dio» che Nietzsche mette sulle labbra dell’uomo folle; Henri de Lubac denunciava che la nostra epoca ha tristemente perduto «il gusto di Dio»[1].
Nel mondo evangelico, trovo sempre di straordinaria e pungente attualità la provocazione di Paul Tillich: «il messaggio cristiano (specialmente la predicazione cristiana) è ancora rilevante per le persone del nostro tempo? E se non lo è, qual è la causa? E ciò si riflette sul messaggio del cristianesimo stesso?»[2]. Con accenti e sfumature diverse, le analisi concordano: dopo l’euforia della modernità e l’avvento della postmodernità, la questione stessa di Dio è diventata irrilevante e siamo entrati in un’epoca che viene perfino definita postcristiana[3].
A fronte del grossolano tentativo di edulcorare la crisi, magari per la pigrizia o la paura di mettere mano all’impianto ecclesiale e pastorale esistente, la teologia ci ha fornito in questi anni letture realistiche e radicali della realtà presente: la crisi non ha più a che fare con qualche aspetto della vita cristiana o della pratica religiosa, ma è diventata «crisi di Dio», affermava Metz. In tempi relativamente più recenti, il teologo olandese Houtepen ha parlato della dimenticanza di Dio, della stessa domanda di Dio finita nel dimenticatoio. E si possono ricordare, al contempo, le numerose riflessioni sulla possibile fine del cristianesimo: alla fine degli anni Settanta se lo chiedeva Delumeau[4] mentre è di queste settimane l’accattivante riflessione di Werbick[5]. Ho cercato anche personalmente di raccogliere alcune di queste suggestioni e offrire una lettura del contesto attuale, offrendo qualche spunto di riflessione[6].
Sul ricominciare a credere
Il problema, dunque, non sono le analisi. Al contrario, a voler ricordare Papa Francesco con la sua Evangelii gaudium, abbiamo perfino un eccesso diagnostico a cui non sempre seguono adeguate risposte.
Proprio in questo contesto, invece, mi sembra utile richiamare la questione dei cosiddetti ricomincianti. Si tratta di persone che, per varie ragioni, hanno abbandonato la fede e la pratica religiosa diversi anni fa, magari da ragazzi, e oggi in qualche modo ritornano, si riaffacciano sulle soglie del credere attraverso percorsi personali o comunitari diversificati, e molti di loro chiedono di essere battezzati. Il fenomeno, che sembrava all’inizio relegato al contesto francese, sta già emergendo in diverse zone d’Europa così come negli Stati Uniti; e se in Francia nella Veglia pasquale di quest’anno sono stato circa 21 mila i nuovi battezzati (di cui 13 mila adulti), anche la diocesi di Milano registra un trend positivo dal 2023.
La questione merita un discernimento attento sia dal punto di vista teologico-spirituale che sul versante ecclesiale-pastorale; occorre sempre guardare con attenzione e in profondità ai percorsi di conversione, leggerli a partire dai contesti di vita e da quelli ecclesiali di riferimento in cui accadono, valutarne le ambivalenze e i rischi. In generale, non bisogna trarne conclusioni affrettate, ingenuamente troppo ottimiste, e crearsi un ulteriore alibi per non interrogarsi sulla crisi del cristianesimo.
Tuttavia, il ricominciare a credere di molti, che sta interrogando le Chiese direttamente coinvolte e interpella tutti noi circa i percorsi di accompagnamento di tali processi, rappresenta certamente una breccia. Il postulato del secolarismo sulla fine delle religioni così come la sicurezza di alcune analisi sulla scomparsa di Dio hanno quantomeno bisogno di essere riviste e rilette, forse guardate sotto una luce diversa.
Spesso, alcuni nostri contemporanei si sono allontanati dalla fede per rappresentazioni distorte di Dio o per esperienze ecclesiali negative, altri ancora per ragioni personali rispetto. Eppure, molte di queste persone non sono semplicemente diventate atee: come afferma Tomáš Halík alcuni tra quelli che si sono allontanati hanno preso le distanze dalle vie tradizionali del credere e dalle sue forme istituzionali, ma spesso sono rimasti in ricerca spirituale. Perciò, egli afferma, «la risposta alla domanda chi è «credente» e chi è «non credente» è molto più complessa di quanto possa sembrare a prima vista…Esplorare questo paesaggio e ambientarsi in esso sarà il compito della Chiesa»[7].
L’urgenza di una teologia kerigmatica
In tale contesto, le suggestioni offerte da Johannes W. Vutz sono certamente condivisibili: la teologia deve farsi strada umilmente e seriamente, laddove esistono già percorsi umani di ricerca, insieme a domande e inquietudini, che indicano un certo cammino metafisico o spirituale anche se esplicitamente non è chiamato così o riconosciuto tale. Rahner ne parlava, anni fa, come una mistagogia della vita quotidiana che aiuta le persone a scoprire la presenza e l’opera nascosta di Dio negli aneliti, negli impegni e nelle battaglie di ogni giorno. In molti di questi aneliti, spesso connessi a tematiche antropologiche e sociali, c’è già un’apertura al Vangelo, benché implicita. La teologia deve farsi lievito dentro questa pasta.
Allo stesso tempo, però, se dobbiamo di nuovo imparare a parlare teologicamente in un contesto di indifferenza religiosa, come giustamente afferma Vutz, abbiamo anche bisogno di una teologia che ritorni ad essere al servizio del kerigma. Il contesto culturale notevolmente cambiato, che non supporta più la trasmissione della fede, esige anche una teologia che, oltre a mescolarsi percorsi umani e «laici» già avviati magari nel dibattito pubblico, sia anche capace di portare alla luce, in tali percorsi, la bellezza e il significato del Vangelo, le mappe e gli orizzonti che esso potrebbe offrire. Una teologia che si immerge anonimamente nei percorsi già avviati senza tuttavia restare anonima e incolore. Una teologia che esce dal circolo vizioso della propria autoreferenzialità esercitando sul serio il compito di mediazione – non solo intellettuale ma anche affettiva ed esistenziale – tra la cultura e la fede, tra gli aneliti e percorsi umani e la proposta del cristianesimo, tra le aspirazioni laiche e sociali e la novità del Vangelo.
Per prendere sul serio la teologia, chi porta avanti i propri percorsi di ricerca e di impegno nella società come anche chi si pone qualche domanda spirituale in più come i ricomincianti, ha bisogno di scoprire che essa non è un’argomentazione astratta e astrusa, comprensibile solo agli specialisti; nella teologia essi devono poter in qualche modo assaporare la bellezza del messaggio cristiano e la pertinenza antropologica della fede. Essi devono potervi fiutare tracce del Mistero di Dio per scoprire che la relazione con Lui non toglie vigore alle umane aspirazioni, personali e collettive, ma anzi può inserirle in un orizzonte ancora più grande. Essi devono poter gustare nel linguaggio e nel procedere teologico che la fede cristiana non è una fredda adesione a una dottrina senza vita, ma è la proposta di un mondo nuovo e di un uomo nuovo a partire da quel Dio che si è manifestato in Gesù Cristo, il cui sguardo sul mondo e sull’uomo può davvero trasformare il nostro modo di vedere la vita e di costruire la storia.
Proprio in un contesto segnato in modo ambivalente dalla scomparsa di Dio e da chi ritorna a cercarlo, venute meno tutte le condizioni «religiose» della cristianità, c’è bisogno di una teologia il cui rigore scientifico e accademico non rimanga chiuso in se stesso, ma sia al servizio dell’annuncio del kerigma.
Non c’è bisogno urgente anche di questo, di una teologia capace di fare emergere il nucleo essenziale dell’annuncio cristiano, interrogandosi sui nuovi modelli antropologici e culturali, sui contesti odierni, sui linguaggi della fede da rinnovare, sulle forme del credere e le prassi ecclesiali da cambiare?
Francesco Cosentino è docente di Teologia fondamentale presso la Pontificia Università Lateranense
[1] Cf. H. de Lubac, Sulle vie di Dio, Jaca Book, Milano 2008, 87.
[2] P. Tillich, L’irrilevanza e la rilevanza del messaggio cristiano per l’umanità di oggi, Queriniana, Brescia 2021, p. 31.
[3] Cf. É. Paulat, L’era post-cristiana. Un mondo uscito da Dio, SEI, Torino 1996.
[4] Cf. J. Delumeau, Il cristianesimo sta per morire?, SEI, Torino 1978.
[5] Cf. J. Werbick, Il cristianesimo può scomparire? Credere in un tempo di esaurimento ecclesiale, Queriniana, Brescia 2026.
[6] Cf. F. Cosentino, Dio ai confini. La rivelazione di Dio nel tempo dell’irrilevanza cristiana, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2023.
[7] T. Halík, Il sogno di un nuovo mattino. Lettere al Papa, Vita e Pensiero, Milano 2024, 11-13.





