II Quaresima: Anche a Dio piace ricevere regali

di: Fernando Armellini

È sempre difficile e delicata la scelta di un regalo, non solo perché presuppone la conoscenza dei desideri, delle attese e, a volte, anche dei gusti bizzarri della persona a cui lo si offre, ma, soprattutto, perché, almeno a livello inconscio, si percepisce che, con il dono, è una parte di noi stessi che viene consegnata.

I più graditi non sono i regali costosi, ma quelli che rivelano il maggior coinvolgimento di chi li offre. Per il compleanno della moglie Clara, virtuosa pianista, Robert Schumann compose il celebre Sogno e lo accompagnò con una dedica: “Il brano non è adeguato alle tue capacità, ma esprime tutto il mio amore”. Era il cuore che, attraverso la musica, Robert consegnava alla sposa.

Alla persona amata siamo disposti a consegnare ciò che ci è più caro. Abramo amava il Signore al punto di pensare di offrirgli il suo unigenito, il figlio che amava più della stessa vita.

Natale è la festa del dono. Ci scambiamo i regali perché abbiamo capito che “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16) e ci invita a corrispondere al suo amore divenendo, a nostra volta, un dono per i fratelli. “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3,16).

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Il Signore si aspetta da me un regalo: il dono della mia vita ai fratelli”

Prima Lettura (Gn 22,1-2.9a.10-13.15-18)

1 Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”. 2 Riprese: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”. Abramo si mise in viaggio.
9 Essi arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. 10 Poi stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. 11 Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”. 12 L’angelo disse: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio”. 13 Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.
15 Poi l’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta 16 e disse: “Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, 17 io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. 18 Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce”.

Com’è possibile che Dio abbia chiesto a un uomo di sacrifi­care il proprio figlio? È l’interrogativo che ci si pone, dopo aver letto questo racconto.

Va precisato, anzitutto, che le espressioni Dio disse, Dio parlò… che ricorrono spesso nella Bibbia, non vanno intese in senso letterale; il Signore non ha mai fatto udire, in modo percettibile all’udito, la sua voce. Questo non significa che egli non abbia realmente parlato. Lo ha fatto e in molti modi: ha lasciato impresso il suo messaggio nel creato, ha illuminato Mosè, ha ispirato i profeti e continua a suggerire a ogni uomo, nell’intimo della coscienza, il cammino della vita.

Quella che la lettura di oggi presenta come una richiesta fatta da Dio ad Abramo, in realtà, non è stata altro che un’idea erronea, sorta nella mente del patriarca, riguardo alla volontà del Signore.

Per noi è inconcepibile che un padre possa immaginare un Dio che esige, come prova di fedeltà, il sacrificio di un figlio da bruciare sul fuoco. Eppure, in quei tempi remoti, questa era una consuetudine diffusissima. Era praticata non solo dai moabiti che, quando si trovavano in situazioni disperate, sacrificavano i primogeniti al loro dio Chemosh (2 Re 3,26-27) e dagli Ammoniti che offrivano i figli a Moloch (Lv 18,21), ma anche dai re ebrei Acaz (2 Re 16,3) e Manasse (2 Re 21,6). La valle della Geenna fu maledetta proprio perché era il luogo dove erano stati immolati i bambini (2 Re 23,10).

Educati dai profeti, gli israeliti abbandonarono presto i sacrifici umani (Mi 6,7), ma presso gli altri popoli continuarono ancora a lungo.

In un mondo in cui questa pratica era ritenuta normale, è comprensibile che, forse in occasione di una calamità, Abramo abbia pensato, o un falso profeta gli abbia suggerito, di immolare a Dio il figlio più caro.

Chiarita quella che può essere stata l’origine del racconto, vediamo di coglierne il messaggio.

Il primo insegnamento, il più evidente e immediato, è che il Dio d’Israele ripudia, come un crimine abominevole, il sacrificio dei bambini. È sempre stata una caratteristica degli idoli quella di pretendere sacrifici umani. Il Dio d’Israele, invece, arrestando il braccio di Abramo che stava per colpire il figlio, ha mostrato di essere il Signore che ama la vita (Sap 11,26), colui che “dà a tutti la vita” (At 17,25) e non vuole la morte di alcuno (Ez 18,32). Qualunque attentato alla vita, anche quello perpetrato contro un criminale, non può mai essere fatto passare come un atto d’amore a Dio e alla sua giustizia. La morte, ogni forma di morte, non è mai in sintonia con il suo volere e, se una religione impone pratiche degradanti, crea ansie e angosce, priva della gioia di vivere, frappone ostacoli alla libertà e al pieno sviluppo della persona umana non rende culto al vero Dio, ma a un idolo.

Il messaggio centrale del racconto è però un altro ed è legato alla fedeltà di Abramo. Egli ha pensato, in modo erroneo, ma in buona fede, che Dio esigesse da lui il figlio. Ebbene, il patriarca si è dichiarato disposto anche a questo sacrificio.

Aveva sempre creduto ciecamente nel Signore: era uscito dalla sua terra, aveva rinunciato alla sicurezza che gli dava la casa e alla protezione che gli veniva dalla fami­glia e dalla tribù a cui apparteneva (Gn 12,1), aveva tagliato i pon­ti con il passato, sicuro che Dio avrebbe realizzato le sue pro­messe, gli avrebbe dato una terra, una benedizione e, soprattutto, una numerosa discendenza.

Anche quando gli sembrò che Dio si contraddicesse, persino di fronte alle apparenti assurdità della vita, Abramo mantenne, incrollabile, la sua fede. A un certo punto gli parve che Dio lo volesse privare proprio di tutto: del passato (terra e casa paterna) e del futuro (la posterità), eppure, anche in quella drammatica situazione, continuò a credere nella fedeltà del Signore. Superò ogni prova.

All’inizio della Quaresima, la sua fede è posta innanzi, come modello, a chiunque intende consegnare nelle mani del Signore la propria vita.

Come Abramo, ogni credente ascolterà da Dio le promesse di gioia, prosperità e pace, ma sperimenterà anche le delusioni e dovrà affrontare momenti difficili. Sarà chiamato a mantenere salda la fede in situazioni che gli sembreranno assurde, dovrà sempre alimentare la convinzione che Dio non lo deluderà.

Il racconto si chiude con un nuovo, solenne richiamo alle promesse del Signore (vv. 15-18). Dopo la prova, vengono ripetute ad Abramo per infondergli nuovo coraggio e accrescere la sua fede.

Morì Abramo “senza aver conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano” (Eb 11,13). Come lui, il vero credente si fida del Signore, anche quando l’attesa della realizzazione delle sue promesse si prolunga oltre ogni limite e perfino quando le apparenze sembrano provare il contrario.

Seconda Lettura (Rm 8,31b-34)

Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32 Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? 33 Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. 34 Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi?

A metà della sua lettera, Paolo, dopo aver considerato il progetto che Dio intende realizzare, cioè la salvezza di tutti gli uomini, non può fare a meno di gridare tutta la sua gioia: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (v. 31b). Continua poi immaginando che i peccatori siano condotti davanti al tribunale di Dio, per sostenere il processo per le loro azioni. Sanno di essere colpevoli, ma, giunti sul luogo del giudizio, ecco la sorpresa: nessuno si presenta per accusarli e nessun giudice si alza per condannarli.

Dio, l’unico che potrebbe levarsi come testimone, è invece colui che li difende. Come può accusarli, dopo che li ha amati fino a con­segnare loro il proprio figlio unigenito (vv. 32-33)?

Gesù, a sua volta, non può pronunciare una sentenza di condanna contro i peccatori: sono stati i suoi migliori amici e per loro ha sacrificato la vita (v. 34).

Questa breve lettura contiene una dichiarazione incontestabile: l’amore del Padre è definitivo e gratuito e non può essere cancellato da nessun peccato; non c’è infedeltà dell’uomo che sia più forte di questo amore.

Vangelo (Mc 9,2-10)

2 Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro 3 e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. 4 E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù.
5 Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!”. 6 Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento. 7 Poi si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce dalla nube: “Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!”. 8 E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro.
9 Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. 10 Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti.

Ogni anno, nella seconda domenica di Quaresima, ci viene proposto il tema della trasfigurazione di Gesù. Il messaggio di questo brano non è immediatamente chiaro e facile da cogliere perché è trasmesso con un linguaggio e con immagini simboliche che richiedono una spiegazione.

La scena è ambientata in un luogo appartato, su un monte alto, dove Gesù ha condotto tre dei suoi discepoli (v. 2), gli stessi che saranno testimoni della sua agonia nel Getsemani (Mc 14,33). Marco sottolinea il fatto che erano loro soli.

Gesù si comporta come i rabbini che, quando volevano rivelare un segreto o trasmettere un insegnamento particolarmente importante, erano soliti ritirarsi con i discepoli in un luogo isolato, lontani da orecchi indiscreti, per evitare di essere uditi da coloro che non erano in grado di capire o avrebbero potuto fraintendere.

Anche sul Sinai la parola di Dio non era stata rivolta direttamente a tutto il popolo. Mosè era salito verso Dio, una prima volta da solo (Es 19,2s.), poi aveva preso con sé tre persone ragguardevoli: Aronne, Nadab e Abiu (Es 24,1). Il luogo delle manifestazioni del Signore non era accessibile a tutti: per avvicinarsi erano necessarie disposizioni particolari e una grande santità.

Il fatto che Gesù abbia riservato la sua rivelazione ad alcuni discepoli e che alla fine abbia raccomandato di non divulgarla (vv. 9-10) indica che li ha resi partecipi di un’esperienza molto significativa, ma ancora troppo elevata per essere recepita da tutti.

La rivelazione è avvenuta su un monte alto (v. 2) che la tradizione cristiana ha identificato con il Tabor, la montagna coperta di pini, querce e terebinti, che sorge, isolata, al centro dell’estesa pianura di Esdrelon. Fin dai tempi più remoti, sulla sua cima c’era un altare dove venivano offerti sacrifici alle divinità pagane. Oggi il luogo invita al raccoglimento, alla riflessione, alla preghiera e i pellegrini che lo visitano si sentono quasi naturalmente portati ad elevare lo sguardo al cielo e il pensiero a Dio.

Per quanto possa essere suggestiva questa esperienza, va ricordato che il testo del vangelo non parla del Tabor, ma di un monte elevato e questa espressione ha chiari riferimenti biblici. Nella Bibbia sono collocati sul monte le manifestazioni del Signore e i grandi incontri dell’uomo con Dio. Mosè (Es 24,15ss.) ed Elia (1 Re 19,8), gli stessi personaggi che compaiono durante la trasfigurazione, hanno ricevuto le loro rivelazioni sul monte. Più che un luogo materiale, il monte indica il momento in cui l’intimità con Dio raggiunge il culmine. Si tratta di quell’esperienza sublime che i mistici chiamano unione dell’anima con Dio, quella in cui la persona, dissolvendosi quasi nel suo Signore, si sente identificare con i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue parole e le sue azioni.

Gesù lascia la pianura dove gli uomini seguono princìpi che spesso sono in contrasto con quelli di Dio e conduce in alto alcuni discepoli; li vuole allontanare dai ragionamenti e dalle convinzioni degli uomini per introdurli nei pensieri più reconditi del Padre, nei suoi imperscrutabili disegni sul messia. Luca è ancora più esplicito quando riferisce il tema del dialogo di Gesù con Mosè ed Elia. Afferma che questi, apparsi nella loro gloria, parlavano con lui del dono della vita che Gesù stava per fare (Lc 9,31). Questa è la rivelazione sconcertante che alcuni discepoli, non tutti , un giorno hanno ricevuto dal cielo.

Le vesti bianche (v. 3) manifestano esteriormente l’identità di Gesù. Il co­lore bianco era il simbolo del mondo di Dio, era il segno della festa e della gioia. Si diceva che, nel regno di Dio, gli eletti avrebbero indossato vesti candide che “mandano scin­tille come raggi di sole”. Nell’Apocalisse l’immagine viene ripresa: in cielo gli eletti appaiono al veggente “avvolti in vesti bianche” (Ap 7,13).

Mosè ed Elia (v. 4) sono due celebri personaggi della storia d’Israele. Il primo è il mediatore di cui Dio si è servito per liberare il suo popolo e per donargli la Toràh, la Legge. È introdotto nella scena della trasfigurazione per testimoniare che Gesù è il profeta da lui annunciato quando, prima di morire, ha promesso agli israeliti: “Il Signore susciterà per voi, in mezzo a voi, fra i vostri fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto” (Dt 18,15).

L’invito ad ascoltarlo, che si trova alla fine del racconto (v. 7), ne è una conferma.

Elia, a sua volta, è il primo dei profeti, colui che era stato rapito in cielo (2 Re 2,11-12) e che si pensava sarebbe tornato prima della venuta del messia. Nella scena della trasfigurazione, entra anch’egli come testimone: dichiara, a nome di tutti i profeti, che Gesù è l’atteso messia.

Anche le tende (v. 5) che Pietro vuole costruire hanno un significato sim­bolico.

Al termine di ogni anno, alla conclusione della stagione dei raccolti, si celebrava in Israele la festa delle capanne, che durava un’intera settimana. Si costruivano capanne per ricordare gli anni trascorsi nel deserto, per richiamare alla mente le opere compiute dal Signore in passato. Questa festa era però anche un invito a guardare al futuro. Il profeta Zaccaria aveva annunciato che, alla venuta del messia, tutti i popoli della terra si sarebbero ritrovati in Gerusalemme per fe­steggiare insieme la festa delle capanne (Zc 14,16-19). Riferendosi a questo oracolo, i rabbini descrivevano il tempo del messia come una perenne “festa delle ca­panne”.

Chiedendo di costruire tre tende, Pietro si richiama a questo significato simbolico delle capanne. È convinto che sia giunto il tempo del regno di Dio, l’epoca del riposo e della festa perenne promessa dai profeti; non ha capito il vero significato della scena cui sta assistendo. Continua a coltivare l’illusione che sia possibile entrare nel regno di Dio senza passare attraverso il dono della vita. Marco annota: “Egli non sapeva cosa dire, perché erano stati presi dallo spavento” (v. 6).

La paura non indica il timore di fronte a un pericolo; è difficile, infatti, immaginare i discepoli contemporanea­mente in estasi per la gioia (v. 5) e sconvolti dal terrore (v. 6). Quando la Bibbia parla di paura di fronte a una manifestazione del Si­gnore si riferisce alla meraviglia, allo stupore che coglie chiunque entri in contatto con il mondo di Dio.

La nube e l’ombra sono immagini molto frequenti nell’Antico Testamento e servono a indicare la presenza di Dio. Il Signore si manifesta a Mosè “in una densa nube” (Es 19,9). Una nube accompagna gli israeliti nel deserto (Es 40,34-39) e copre la tenda dove Mosè incontra il Signore (Es 33,9-11). È il se­gno della presenza di Dio.

Al termine della scena della trasfigurazione, dalla nube esce una voce: è l’interpretazione che Dio dà a tutta la scena (v. 7).

Dopo aver spiegato i vari simboli, cerchiamo di fare una sintesi del messaggio che la straordinaria esperienza vissuta dai tre discepoli ci vuole comunicare.

Il racconto della trasfigurazione occupa esattamente il centro del vangelo di Marco. Fin dall’inizio, i discepoli si sono posti la domanda sull’identità di Gesù (Mc 1,27; 4,41; 6,2-3) e, ad un certo punto, hanno anche cominciato a intuire che egli era il messia. Tuttavia avevano ancora le idee confuse. Condividevano l’opinione più diffusa fra il popolo che il messia sarebbe stato un re capace di instaurare, in modo prodigioso e immediato, il regno di Dio sulla terra.

Questa convinzione traspare dalle parole di Pietro che vuole co­strui­re le tre capanne: ritiene che sia giunto il regno di Dio e che, per esserne partecipi, non sia necessario passare attraverso la morte.

In un momento particolarmente significativo della loro vita, tre discepoli privilegiati sono stati introdotti da Gesù nei pensieri di Dio; hanno goduto di un’illuminazione che ha fatto loro comprendere la vera identità del Maestro e la meta del suo cammino: egli non sarebbe stato il re glorioso che si attendevano, ma un messia osteggiato, perseguitato e ucciso. Tuttavia, il suo destino ultimo non sarebbe stato il sepolcro, ma la pienezza della vita.

Quella della trasfigurazione fu un’esperienza spirituale straordinaria in cui Gesù cercò di convincerli che solo chi dona la propria vita per amore la realizza pienamente.

Non è possibile entrare per scorciatoie nel regno di Dio, come Pietro avrebbe voluto fare. È necessario che ogni discepolo assuma coraggiosamente la disposizione del Maestro e accetti di donare la vita.

È bastata l’esperienza del monte per far assimilare questa verità ai tre discepoli?

L’osservazione conclusiva dell’evangelista: “Essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti” lascia intendere che rimasero solo frastornati, non convinti, dalla rivelazione ricevuta. È evidente che non riuscirono a comprendere che, in Gesù che andava a donare la vita, Dio stava rivelando tutta la sua gloria, tutto il suo amore per l’uomo. Solo la luce della Pasqua e le esperienze con il Risorto spalancarono loro gli occhi.

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