Francesco, l’occasione perduta della “curia laica”

di:
papa francesco

Schermi salutano papa Francesco a Seoul, Sud Corea, 24 aprile 2025 (AP Photo/Lee Jin-man)

Leggendo in queste ore articoli e interviste sull’anniversario della morte di papa Francesco, due parole mi hanno colpito: la prima, usata da padre Antonio Spadaro, è «trauma». La seconda è «gioia», parola usata dal professor Massimo Borghesi per caratterizzare il suo magistero.

Intervistato da Famiglia Cristiana padre Spadaro ha affermato: «Forse la cosa più importante che resta è la dimensione traumatica del suo pontificato: un contraccolpo evangelico che ha dato una scossa a una sorta di omeostasi ecclesiale (attitudine a mantenere intorno a un livello prefissato il valore di alcuni parametri interni, disturbati di continuo da vari fattori esterni e interni, nda). I traumi più si rimuovono più agiscono in profondità». Ma che sia stato il papa entrato nei cuori dei secolarizzati e certamente amato è stato e resta vero.

Intervistato dall’Eco di Bergamo il professor Massimo Borghesi ha affermato: «Ogni Papa ha il suo stile. Quello di Francesco è stato caratterizzato dalla sua libertà e dalla gioia. La parola gioia torna nei suoi documenti programmatici: Evangelii gaudium, Amoris laetitia, Gaudete et Exultate. Libertà e gioia hanno colpito molti, vicini e lontani. Il suo desiderio di una Chiesa meno clericale, chiusa, coincideva con quello del Concilio Vaticano II».

***

Questi due vocaboli mi hanno fatto pensare al mondo a cui di fatto appartengo, quello «secolarizzato»: papa Francesco è stato un trauma anche per molti di noi, i secolarizzati, ma l’omeostasi di buona parte dell’ufficialità secolarizzata ha temuto il contraccolpo «dal basso» e tentato di nasconderlo, o negarlo.

Così Borghesi mi ha fatto pensare che questo trauma abbia chiesto di riscoprire la nostra gioia: un secolarizzato medio ha vissuto il contraccolpo ma probabilmente si è trovato davanti una buona parte della «curia laica» recalcitrante e un contesto poco creativo: questo a mio avviso ha ridotto l’impatto del «trauma creativo». L’involucro così è diventato triste.

Uso intenzionalmente il termine «secolarizzato» per via della profonda trasformazione che ha avuto. La secolarizzazione nasce nel XVII secolo per indicare la sottrazione di territori e proprietà alla giurisdizione ecclesiastica a favore di poteri civili e pian piano ha preso a indicare una società che si modella su criteri autonomi rispetto ai dogmi religiosi. Quindi è una società che ben si offre a «società aperte», multireligiose, democratiche e basate sul pensiero critico come quelle che avevano preso corpo nel nostro continente e non solo.

Dopo il 1989 molto è cambiato: buona parte della secolarizzazione è scivolata in una supposta «fine della storia» e nella sua connessione con la cultura consumista, che si è posta alla base della «globalizzazione reale». Finita la storia c’era un pensiero unico, un mercato unico, una finanza globale. L’unico confronto possibile appariva a molti quello tra un consumismo pronto ad allearsi con la radicalità laicista e un analogo consumismo pronto invece ad allearsi con certa teologia politica.

***

A riportare il confronto su binari «sani» è stato il dialogo aperto tra il papa ed Eugenio Scalfari. Irriso per la sua pretesa di essere il «papa laico», ma in fondo un po’ lo era, irriso per le sue lacune teologiche, ma in fondo un teologo non lo era, è stato Eugenio Scalfari il «santone laico» che aveva capito l’importanza di quel pontificato, della «sfida» che gli offriva. Lui, a mio avviso, ci ha proposto un «pluralismo gioioso», non triste.

È stata la prima novità, quella del 2013: la sua risposta a Eugenio Scalfari:

«Lungo i secoli della modernità, si è assistito a un paradosso: la fede cristiana, la cui novità e incidenza sulla vita dell’uomo sin dall’inizio sono state espresse proprio attraverso il simbolo della luce, è stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione. Così tra la Chiesa e la cultura d’ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d’impronta illuminista, dall’altra, si è giunti all’incomunicabilità. È venuto ormai il tempo, e il Vaticano II ne ha inaugurato appunto la stagione, di un dialogo aperto e senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro».

Si potrebbe pensare che la responsabilità dell’incomunicabilità venga qui attribuita al pensiero illuminista, ma essendo indiscutibile che questo venga dopo e non prima del cristianesimo la ricostruzione è limpida, non si colgono vittima e carnefice. L’incontro poi, oltre che «serio», è presentato come «fecondo». Pluralista? Pluralista.

Nel 2014 è seguito qualcosa di più rilevante; a Caserta papa Francesco, dopo il suo colloquio con il pastore pentecostale Giovanni Traettino, ci ha spiegato come essere pluralisti e lo ha fatto illustrandoci cosa faccia, a suo avviso, lo Spirito Santo:

«Lo Spirito Santo fa la “diversità” nella Chiesa. Lui fa la diversità! E davvero questa diversità è tanto ricca, tanto bella. Ma poi, lo stesso Spirito Santo fa l’unità, e così la Chiesa è una nella diversità. E, per usare una parola bella di un evangelico che io amo tanto, una “diversità riconciliata” dallo Spirito Santo. Lui fa entrambe le cose: fa la diversità dei carismi e poi fa l’armonia dei carismi. Per questo i primi teologi della Chiesa, i primi padri […] dicevano: “Lo Spirito Santo, Lui è l’armonia”, perché Lui fa questa unità armonica nella diversità.

Noi siamo nell’epoca della globalizzazione, e pensiamo a cos’è la globalizzazione e a cosa sarebbe l’unità nella Chiesa: forse una sfera, dove tutti i punti sono equidistanti dal centro, tutti uguali? No! Questa è uniformità. E lo Spirito Santo non fa uniformità! Che figura possiamo trovare? Pensiamo al poliedro: il poliedro è una unità, ma con tutte le parti diverse; ognuna ha la sua peculiarità, il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità».

***

Ci voleva un’istituzione globale a rispiegarci il pluralismo necessario, che a mio avviso capovolge la lettura del mito della Torre di Babele: l’errore era il tentativo di uniformare, allora come nella globalizzazione. Oggi penso che settori della «curia laica» ne sono stati spaventati: c’era la visione consumista che in nome della globalizzazione attenta solo ai mercati era disposta a pagare il prezzo che sarebbe giunto con il riflusso negli etnicismi, suprematismi e così via, in buona parte figli di quell’illusione figlia del paradigma tecnocratico, della globalizzazione legata al consumismo. Questi richiami al pluralismo però hanno impaurito nella «curia laica», in buona parte perché temevano una Chiesa non oscurantista.

Ma lui ha parlato ancora di pluralismo, in tante altre occasioni, direi innanzitutto nella solenne commemorazione del 50esimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi, nel 2015:

«L’impegno a edificare una Chiesa sinodale – missione alla quale tutti siamo chiamati, ciascuno nel ruolo che il Signore gli affida – è gravido di implicazioni ecumeniche. […] Sono persuaso che, in una Chiesa sinodale, anche l’esercizio del primato potrà ricevere maggiore luce. Il Papa non sta, da solo, al di sopra della Chiesa; ma dentro di essa come Battezzato tra i Battezzati e dentro il Collegio episcopale come Vescovo tra i Vescovi, chiamato al contempo – come Successore dell’apostolo Pietro – a guidare la Chiesa di Roma che presiede nell’amore tutte le Chiese.

Mentre ribadisco la necessità e l’urgenza di pensare a “una conversione del papato”, volentieri ripeto le parole del mio predecessore il Papa Giovanni Paolo II: “Quale Vescovo di Roma so bene […] che la comunione piena e visibile di tutte le comunità, nelle quali in virtù della fedeltà di Dio abita il suo Spirito, è il desiderio ardente di Cristo. Sono convinto di avere a questo riguardo una responsabilità particolare, soprattutto nel constatare l’aspirazione ecumenica della maggior parte delle Comunità cristiane e ascoltando la domanda che mi è rivolta di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova”.

Il nostro sguardo si allarga anche all’umanità. Una Chiesa sinodale è come vessillo innalzato tra le nazioni in un mondo che – pur invocando partecipazione, solidarietà e trasparenza nell’amministrazione della cosa pubblica – consegna spesso il destino di intere popolazioni nelle mani avide di ristretti gruppi di potere. Come Chiesa che “cammina insieme” agli uomini, partecipe dei travagli della storia, coltiviamo il sogno che la riscoperta della dignità inviolabile dei popoli e della funzione di servizio dell’autorità potranno aiutare anche la società civile a edificarsi nella giustizia e nella fraternità, generando un mondo più bello e più degno dell’uomo per le generazioni che verranno dopo di noi».

La democrazia che tutti dicevano di difendere, non era già in crisi? La partecipazione ai riti democratici non si riduceva già sotto la soglia di guardia? Qui c’era un discorso profetico che solo oggi si comincia a capire meglio: non è la Chiesa istituzione globale e che ha cominciato ad essere sinodale quella che in tutto il mondo difende il multilateralismo e il diritto internazionale?

***

Parte della «curia laica» ha impedito di tenere il passo. Il laicismo lo impediva in buona parte per vocazione. Incapace di accettare qualsiasi forma di conflitto, disposta ad accettare la liquidità sociale come prezzo del consumismo, questa più o meno diffusa fetta della «curia laica» non aveva la forza di accettare un confronto vero con una Chiesa non più convinta di essere un giudice eterno che si pone al di sopra e al di là della storia, ma che confermava di voler camminare nella storia, come più di qualcuno al suo interno non vuole e non voleva.

Meglio dunque quella Chiesa giudice eterno − come amico per gli alleati della teologia politica o come nemico per quelli legati dall’altro fronte al consumismo − che quella con la quale confrontarsi nel nome del bene comune. La cosa migliore da fare era infatti sempre attribuire all’altro la propria indisponibilità.

Eppure Francesco, in un’intervista a padre Spadaro del 2016 era stato chiaro; sebbene il suo discorso si riferisse apertamente all’interno della Chiesa, esso riguardava anche il confronto con il mondo ad esso esterno. Spadaro gli chiese: «Lei a volte usa opposizioni: “il confessionale non è né lavanderia né sala di tortura” […]. È solo un modo efficace di esprimersi?». Ecco la risposta:

«No, questo ha a che fare con l’aprire spazio allo spirito perché si possa camminare invece che imporre idee. L’opposizione apre un cammino, una strada da percorrere. Parlando più in generale devo dire che amo molto le opposizioni. Romano Guardini mi ha aiutato con un suo libro per me importante, L’opposizione polare. Lui parlava di un’opposizione polare in cui i due opposti non si annullano. Non avviene neanche che un polo distrugga l’altro. Non c’è né contraddizione né identità. Per lui l’opposizione si risolve in un piano superiore.

In quella soluzione rimane però la tensione bipolare. La tensione rimane, non si annulla. I limiti vanno superati non negandoli. Le opposizioni aiutano. La vita umana è strutturata in forma oppositiva. Ed è quello che succede anche adesso nella Chiesa. Le tensioni non vanno necessariamente risolte e e omologate, non sono come le contraddizioni».

Questo venir meno dell’opposto estremismo ha impaurito, l’essersi piegato al pensiero consumista ha intristito l’offerta «secolare». Amputatosi della terza colonna della triade illuminista «libertà, uguaglianza, fraternità», il pensiero che formalmente si richiamava all’illuminismo ha perso la gioia dell’incontro nella diversità, diventando triste.

Non credo che Francesco abbia mai lasciato il suo pluralismo, ma l’ultimo appello pluralista – ancor più commovente – lo ha rivolto alle altre fedi, a Singapore, parlando con i giovani: «Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio. Sono – faccio un paragone – come diverse lingue, diversi idiomi, per arrivare lì. Ma Dio è Dio per tutti. E poiché Dio è Dio per tutti, noi siamo tutti figli di Dio».

Print Friendly, PDF & Email

Un commento

  1. Fabrizio Mastrofini 21 aprile 2026

Lascia un commento

Questo sito fa uso di cookies tecnici ed analitici, non di profilazione. Clicca per leggere l'informativa completa.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici ed analitici con mascheratura dell'indirizzo IP del navigatore. L'utilizzo dei cookie è funzionale al fine di permettere i funzionamenti e fonire migliore esperienza di navigazione all'utente, garantendone la privacy. Non sono predisposti sul presente sito cookies di profilazione, nè di prima, né di terza parte. In ottemperanza del Regolamento Europeo 679/2016, altrimenti General Data Protection Regulation (GDPR), nonché delle disposizioni previste dal d. lgs. 196/2003 novellato dal d.lgs 101/2018, altrimenti "Codice privacy", con specifico riferimento all'articolo 122 del medesimo, citando poi il provvedimento dell'authority di garanzia, altrimenti autorità "Garante per la protezione dei dati personali", la quale con il pronunciamento "Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento del 10 giugno 2021 [9677876]" , specifica ulteriormente le modalità, i diritti degli interessati, i doveri dei titolari del trattamento e le best practice in materia, cliccando su "Accetto", in modo del tutto libero e consapevole, si perviene a conoscenza del fatto che su questo sito web è fatto utilizzo di cookie tecnici, strettamente necessari al funzionamento tecnico del sito, e di i cookie analytics, con mascharatura dell'indirizzo IP. Vedasi il succitato provvedimento al 7.2. I cookies hanno, come previsto per legge, una durata di permanenza sui dispositivi dei navigatori di 6 mesi, terminati i quali verrà reiterata segnalazione di utilizzo e richiesta di accettazione. Non sono previsti cookie wall, accettazioni con scrolling o altre modalità considerabili non corrette e non trasparenti.

Ho preso visione ed accetto