
Viviamo ora qui momenti di pace, di grande pace, e Olivier Messiaen (1908-1992) ci trascinerà nella sua gioia… Transports de joie.
Mentre qui ci godiamo le meraviglie della musica in santa pace, spero mi perdonerete se voglio dire qualcosa su quanto la costruzione della pace e la decostruzione della guerra oggi impegnino le nostre coscienze e la nostra conversazione pubblica.
Delle cose che normalmente ci sono e accompagnano la nostra esistenza, non si parla molto. Molto si parla oggi di pace, perché pace non c’è
Ger 6: Perché dal piccolo al grande tutti commettono frode; … dicendo: «Pace, pace!», ma pace non c’è. Dovrebbero vergognarsi dei loro atti abominevoli, ma non si vergognano affatto, non sanno neppure arrossire.
Se la guerra diventa un videogioco…
Oggi non sarebbe giusto parlare della pace in senso generale, perché siamo in tempo di guerra, e, per ricostruire la pace, dobbiamo combattere la guerra, decostruire i suoi millantati bugiardi pseudo valori.
Ricordo, a Fiume il 10 giugno 1940, gli applausi della folla davanti al palazzo del Fascio da dove si trasmetteva la dichiarazione di guerra del Duce: la guerra ha questo demoniaco potere di farsi applaudire dai futuri morti ammazzati.
Ne hanno sempre approfittato i signori della guerra. Napoleone mandava i suoi soldati addosso all’avversario a spaccargli il cranio, ma in abito da cerimonia, con la coda di rondine e la feluca in testa.
L’orrore e la vergogna, abbigliati come per una solenne cerimonia.
Ci sono spade e corazze che si conservano nei musei, vere opere d’arte.
Gli influencer della Casa Bianca non si sono vergognati, “non sanno più arrossire” direbbe Geremia, e trasformano le bombe sui grattacieli di Teheran in videogiochi per ragazzi stupidi. «Disgustoso», lo definì a suo tempo il card. Cupich, arcivescovo di Chicago.
Inconsapevolezza di gente ignorante o forse bisogno di camuffare in qualche maniera la propria indecenza? Probabilmente è vera una cosa e l’altra.
Prima che si scateni una guerra, tutti si dicono per la pace. Una volta scoppiata, bisogna denunciare che sono troppi coloro che ci si appassionano. Come fosse una partita di calcio: chi sta vincendo? Un fenomeno banale!
I morti? È naturale che in guerra ci siano morti. Ma tanto non verranno a piangere sulle nostre spalle le loro mamme.
In realtà, tutt’altro che cosa banale: alle sue spalle imponenti finanziamenti alle accademie militari, vere e proprie università in cui un fior fiore di intelligenze fanno ricerche di alto livello scientifico e sono finanziate dallo stato come lo sono le facoltà di medicina.
Ne sono uscite, lungo i tempi, filosofie di differenti tendenze e di diverso valore, e teorie, le più sofisticate, sulle tattiche e le strategie con cui condurla. Non per nulla è un’arte, ed è oggetto che ha sempre interessato gli artisti delle lettere e del pennello, che l’hanno rappresentata in tutti i tempi e in mille forme e soprattutto gli scultori ben pagati per creare i monumenti ai caduti.
Ai tempi degli dei, sull’Olimpo dei greci troneggiava Ares, il dio della guerra, che a Roma prendeva il nome di Marte, cui rendere culto, e ai nostri tempi, l’altro ieri i feroci ragazzoni delle SS avevano sui loro gagliardetti il motto «Gott mit uns», e ieri e oggi i sovranisti si ammantano dei paludamenti di difensori della civiltà cristiana.
Anche la nostra nobilissima Costituzione della Repubblica non è riuscita a sfuggire al richiamo della foresta e ha definito «sacro» il dovere del cittadino di difendere la Patria (art. 52).
La liturgia della Chiesa, invece, nulla concede alle pretese di onorare la guerra: alle Messe in tempo di guerra il Messale attribuisce un carattere penitenziale, le veste di viola e invoca:
«Dio misericordioso e forte, che annienti le guerre e abbassi i superbi, allontana dall’umanità gli orrori e le lacrime della guerra».
Un fascino perverso
Per produrre orrori e lacrime si mettono in opera gli strumenti più sofisticati e, alla cura della massima efficienza, si unisce anche la ricerca della bellezza: un aereo d’attacco o un caccia bombardiere nelle loro sagome slanciate e luccicanti sono bellissimi e studenti di ingegneria ci si appassionano.
Non manca naturalmente neanche il gioco della guerra, e le migliaia di iraniani uccisi, diventano pedine sulla scacchiera dei perditempo, mentre basta un clic per avere dall’AI un lungo elenco di piattaforme sulle quali è possibili fare scommesse anche da milioni di dollari su chi vincerà in questa o quella battaglia e sul numero dei morti.
È di rito, alla fine di simili discorsi, dire che, però, sarebbe inutile, per non dire ipocrita, parlare della pace nel mondo se non si prendesse cura, prima di tutto, della pace nel proprio quotidiano, in famiglia, nel posto di lavoro, nel vicinato.
Io non credo sia opportuno farlo, né che alla fine questo sia vero. Le politiche di guerra o di pace nulla hanno a che fare con la frequenza dei divorzi. Non è giusto ridurre una questione eminentemente politica nei termini ristretti del comportamento morale del singolo.
Il cittadino non è un buon cittadino semplicemente perché non litiga con il vicino di casa. Il dovere del cittadino nella costruzione della pace va assolto sul piano politico, perché di una questione politica si tratta. Ogni cittadino sa in quali forme, con quali strumenti di azione e in quali luoghi spetti a lui assolverlo.
Ma nessun cittadino può esimersi dall’elaborare un suo giudizio su governanti, parlamentari, aspiranti tali, militanti dei partiti, influencer e comunicatori, a proposito dei loro atteggiamenti nei confronti della pace e della guerra.
Non fosse altro, sarà suo dovere, nelle conversazioni quotidiane che riempiono le nostre giornate, contraddire i guerrafondai e poi, quando si va alle urne, nelle sedi elettorali e referendarie, decidere in coerenza.
La gioia della musica
Detto questo ci concediamo alla musica capace di molte emozioni, anche di quelle della violenza e della guerra: ma il nostro programma promette di trascinarci in transports de joie, alla gioia della musica:
László Fassang Organista in residenza al Palazzo delle Arti di Budapest.
Programma
Johann Sebastian Bach (1685 – 1750) Preludio e fuga in do maggiore BWV 547
Zsigmond Szathmáry (1939) Rubik’s Cube
Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791) Adagio dal Concerto per pianoforte KV 488 (trascrizione di László Fassang)
César Franck (1822 – 1890) Pièce héroïque da Trois pièces pour grand orgue
Louis Vierne (1870 – 1937) Scherzo dalla Symphonie pour orgue op. 20 n. 2
Olivier Messiaen (1908 – 1992) Transports de joie da L’Ascension
László Fassang (1973) Improvvisazioni





