
L’esperienza del Cristo, così come narrata dai Vangeli, spiazza sempre. Impossibile prevedere il suo operato che sorprende e a tratti scandalizza. Tuttavia, in ciascuno riposano anticipazioni che possono aiutare se non la comprensione almeno una domanda utile per avviare la ricerca di senso.
Da due millenni ci interroghiamo su atteggiamenti ed espressioni di Gesù e siamo in ottima compagnia di artisti che nei secoli hanno variamente interpretato episodi e parabole.
Emblematica la scena dell’incontro con Maria Maddalena nel mattino di Pasqua, ambientata poco distante dal sepolcro vuoto. La rileggiamo con alcune immagini, tra cui quelle raccolte nel bel catalogo di una mostra forlivese del 2022, e stimolati dal saggio di un pensatore non credente straordinariamente attento al messaggio cristiano, Jean-Luc Nancy (1940-2021). Il filosofo francese titola il suo scritto con l’ammonimento di Gesù alla donna, secondo la versione latina: Noli me tangere.
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Per quanto possibile identifichiamo alcuni tratti che accomunano le numerosissime letture iconografiche. Nell’ampio immaginario pittorico appare il dialogo ultimo tra un uomo e una donna, fatto di sguardi e di movimenti dei corpi, di arti e mani in particolare.
Un giardino li accoglie. Lui è il Cristo, in piedi e sul punto di partire. In alcune scene sta per ascendere i gradini di una scala. Il dorso e le mani non mostrano i segni della passione, ma il suo non è un ritratto abbagliante del risorto come in Grünewald o luminoso come quello di Piero della Francesca.
A volte è vestito come un dimesso giardiniere (così, infatti, lo identifica in prima istanza la donna), oppure è coperto da un lenzuolo, spesso morbido e dall’ ampio panneggio. Egli sta presentando il suo congedo a Maria Maddalena che lo riconosce solo dopo la chiamata per nome. Una voce che è solo per lei e che pronuncia quel nome solo suo.
La verticalità di Gesù risorto – sottolineata a volte dal bastone della vanga o zappa che tiene in una mano – si oppone all’orizzontalità del sepolcro vuoto e alle torsioni del corpo di Maria che cerca di trattenere il suo amato bene. Alcuni brani pittorici – soprattutto di età tardo rinascimentale – intonano note molto sensuali: le mani di Gesù sfiorano parti del corpo di lei che si avvicina ai piedi o alla spalla di lui.
Ora Maria è inchinata, ora è protesa in un atteggiamento di sorpresa che in parte ricorda quello della Vergine annunciata nell’hortus conclusus. Avviene un’analoga chiamata ma in questa scena finale manca l’aura di castità e purezza allora presente.
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Per Nancy il momento “mantiene viva la presentazione di una partenza. Una partenza che non smetterà mai di partire”. Il filosofo intende decostruire il tema della resurrezione e offre una riflessione che ritaglia il momento “senza fine” proprio del morire.
Il pensiero laico può arricchire la visione di chi crede laddove scorge affinità tra le verità della fede e la sensibilità guidata dal pensiero razionale. La scena, narrata solo dall’evangelista Giovanni (20,17), ribalta le concezioni del tempo e dello spazio tradizionali, in cui vige continuità cronologica (passato, presente e futuro) e spaziale. Tale continuità è sovvertita quando vorremmo rivivere l’estremo saluto e impedire la partenza di chi abbiamo amato.
Quell’istante e quel luogo ritornano continuamente nella memoria e nei sogni, seppur camuffati. Il passato non passa. Ancora Nancy: “Ciò che si presenta come la fine si rivela senza fine”. E inoltre: “la Risurrezione non è un processo di rigenerazione. È nella fede il credere in una tenuta davanti alla morte. Questa tenuta è l’anastasis o l’innalzarsi”.
Il pensatore ribadisce più volte che c’è una verticalità in ogni vita che scompare (interessante la ripresa del detto “morire in piedi”) e della quale chi resta può dar testimonianza facendo rivivere l’assoluta singolarità di una figura il cui nome rimane scritto. Anche sulla tomba.
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Maria Maddalena si era recata al sepolcro per vedere, profumare e quindi accarezzare con le sue mani il corpo morto (l’insistenza del disegno delle mani dei protagonisti è il segno di una meditazione degli stessi artisti in merito al proprio straordinario lavoro manuale).
Benché rotta dal pianto, la donna non aveva temuto le tenebre. Ora vede lo stesso corpo vitale. Un sogno? Per alcuni sì; solo questo. Ma non è poca cosa, perché la memoria di chi non è più, può impegnare vite intere. Si tratta infatti della “rivelazione dell’infinitamente finito di ciascuno” (Nancy).
Per altri vale la Parola del Cristo che invita la donna a testimoniare la sua salita al Padre: “va dai miei amici fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20, 17).
Anche in questo proclama si concentra il programma di molte esistenze. L’apostola degli apostoli. La misteriosa donna dall’incerta identità, a lungo confusa con altre donne dal nome Maria, comparse sulle strade del Cristo, correrà dai discepoli, rivelerà la sua visione e “ciò che il Signore le aveva detto” (Gv 20,18). La verità del messaggio sarà deposta nei solchi della storia, abitata da uomini e donne che potranno non riconoscere quel buon seme oppure coltivarlo “perché fruttifichi ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta” (Mt 13,23; Mc 4,28 Luca,8,8).
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Una domanda rimbalza nel saggio del filosofo francese e nel pensiero di molti che si fermano su questa scena sacra: perché il Cristo non vuole essere toccato? Lui che ha guarito molte persone col suo “tocco” (pensiamo al cieco nato, all’emorroissa) e che si darà ai suoi nel pane e nel vino, qui vieta alla donna tale contatto.
Per Nancy la verità del risorto si esprime in una dinamica di sottrazione e di arretramento. Il corpo del Cristo, ritratto dai maestri dell’arte, manifesta bellezza e prestanza fisica ma egli non ha ancora raggiunto il Padre. “C’è una partenza in atto in cui la presenza si dilegua in verità”.
Gesù arresta il desiderio umano troppo umano perché Maria comprenda il mistero dell’incarnazione e il momento del distacco. Un passaggio individuale indispensabile, perché ciascuno – a modo suo – viva “il” passaggio.
Siamo “toccati” dalla scena poiché essa stimola una meditazione sul morire. E Nancy: “Le cure del giardiniere non danno luogo a un culto ma a una cultura. La cultura in generale – tutta la cultura umana – apre il rapporto con la morte, il rapporto aperto dalla morte”.
Parole che mi ricordano quelle di un amico cattolico molto vigile nei confronti del non credente che abita in lui: “Frequento la chiesa anche perché lì posso finalmente sentire riflessioni sul morire; altrove il tema è bandito o pornograficamente esposto”.
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Tra le numerosissime opere pittoriche titolate “Noli me tangere” ne scegliamo una di un artista britannico del secolo scorso, Graham Sutherland (1903-1980). Egli tornò più volte sui temi della storia sacra, meditando sulla sofferenza umana anche a partire dalle guerre e dagli orrori del XX secolo. Si tratta di una delle due versioni dello stesso soggetto religioso commissionatogli dal decano della cattedrale di Chichester, Walter Hussey, nel 1961.

Graham Sutherland Noli me tangere (1961) Chichester, Pallant Hose Gallery.
Riprendendo il passo di Gv 20,17 l’artista dipinge una scalinata, metafora di elevazione spirituale, e utilizza forti contrasti cromatici che separano in due campi la composizione. Un’ambientazione che, al tradizionale, rigoglioso giardino, privilegia uno spazio prosaico, forse un po’ squallido ma rivelativo del dramma di chi resta e della tristezza nel gesto di addio di chi lascia colui che ha amato.
Il Salvatore veste una tunica bianca e porta su di sé l’ombra della croce, suggerita dall’incrocio tra la scala e il corrimano. C’è una profonda e dolorosa umanità nel disegno di questo commiato. Ma c’è intensità vitale poiché è nel momento del passaggio che la vita risorge.





