XXII Per annum: Dona la vita per non perderla

di: Fernando Armellini

“Nei giorni dell’angoscia” (Sal 77,3) invochiamo il Signore, perché siamo convinti che è lui che “dona a tutti la vita, il respiro e ogni cosa” (At 17,25). Ricorriamo ai santi, visitiamo santuari, baciamo reliquie, facciamo novene… sempre per avere vita.

Le folle cercavano Gesù, “lo volevano trattenere perché non se n’andasse via da loro” (Lc 4,42), lo toccavano, “perché da lui usciva una forza che sanava tutti” (Lc 6,19). Si avvicinavano a lui per ottenere la vita. “Io sono venuto – aveva dichiarato – perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

Eppure nella sua proposta c’è qualcosa di paradossale, anzi, di assurdo. Per raggiungere la vita è necessario perderla: “Io offro la mia vita e così la riprendo di nuovo; nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso” (Gv 10,17-18) e giustifica la sua scelta paragonandosi al seme: “Se il chicco di grano, caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

Ci vuole davvero molta fede per convincersi che, per avere la vita, si debba “disprezzarla fino a morire” (Ap 12,11). Strana, sconcertante logica! Ad Abramo Dio assicura una posterità numerosa come le stelle del cielo… e gli chiede in sacrificio il figlio Isacco che dovrebbe realizzare la promessa. Una prova così può essere affrontata solo da chi crede fermamente, come Abramo.

Gesù promette al discepolo di introdurlo nella vita: “Chi segue me avrà la luce della vita… non vedrà mai la morte… non farà mai l’esperienza della morte” (Gv 8,12.51-52)… e si avvia verso la croce, si immerge nelle acque della morte.

Ma “riemergerà”, nel giorno di Pasqua. Beati coloro che avranno il coraggio di seguirlo: a loro verrà dato in cibo “l’albero della vita” (Ap 2,7), staranno per sempre con lui (1 Ts 4,17) e vedranno Dio così com’egli è (1 Gv 3,2).

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.

Prima Lettura (Ger 20,7-9)

7 Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre;
mi hai fatto forza e hai prevalso.
Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno;
ognuno si fa beffe di me.
8 Quando parlo, devo gridare,
devo proclamare: “Violenza! Oppressione!”.
Così la parola del Signore è diventata per me
motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno.
9 Mi dicevo: “Non penserò più a lui,
non parlerò più in suo nome!”.
Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente,
chiuso nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo,
ma non potevo.

“Fidati del Signore ed egli interverrà, farà brillare come il sole la tua giustizia” (Sal 37,6). È quanto suggerisce al suo discepolo un vecchio saggio che, al termine di una vita integra, è convinto che Dio lo abbia colmato di favori e benedizioni per la sua rettitudine.

“Dio è buono con i giusti, con gli uomini dal cuore puro!” (Sal 73,1), è la dottrina tradizionale d’Israele, è la verità indiscutibile della giusta retribuzione. Eppure, di fronte alla smentita dei fatti, troppo spesso incomprensibili, tutti i dogmi della fede paiono affermazioni ingenue, ciance, a volte addirittura beffe e provocazioni.

Nella lettura viene presentata la reazione disperata di un uomo che, di fronte alle assurdità della sua vita, rivolge a Dio un’accusa temeraria, quasi blasfema: “Tu mi hai tradito!”. È Geremia, il profeta che, per essere stato fedele alla sua missione, è andato incontro a persecuzioni, disavventure, guai di ogni tipo; ad un certo punto non ne ha potuto più e ha gridato a Dio il suo lamento.

Ecco i fatti: siamo a Gerusalemme durante gli anni drammatici che precedono la distruzione della città e la deportazione a Babilonia. Il paese è sull’orlo della catastrofe e il re Ioiakìm, un imbelle, s’interessa più della costruzione del suo lussuoso palazzo che dell’imminente rovina del suo popolo; i sacerdoti predicano una religione vana, illusoria, fredda esecuzione di riti e cerimonie esteriori cui non corrispondono la conversione del cuore e una vita conforme alla legge di Dio.

È in questa situazione che Dio chiama Geremia: “Va’ da coloro cui ti manderò e annunzia loro ciò che ti ordinerò”. Il profeta si spaventa, è giovane, non sa parlare; ma il Signore lo rassicura: “Non temerli, perché io sono con te per proteggerti… Ti muoveranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti” (Ger 1,7-8.19).

Come non credergli? Geremia accetta, ma ecco subito le incomprensioni. Sorgono contrasti e opposizioni, esplodono conflitti con il re, con i comandanti dell’esercito, con le autorità religiose. Perfino il popolo, irritato e deluso, chiede che si metta a tacere il profeta. I nemici dichiarati non lo sopportano più, raccolgono prove contro di lui, lo fanno arrestare, lo percuotono e ottengono anche che venga sottoposto a un processo dal quale, per sua fortuna, uscirà assolto.

Il peggio sembra passato, anche se le tensioni, le ansie, lo sconforto hanno segnato profondamente la sua vita e scosso il suo equilibrio psicologico. È a questo punto che Geremia innalza a Dio il lamento riportato nella lettura di oggi.

Si apre con un’immagine molto viva, la più audace di tutta la Bibbia: “O Signore, tu mi hai sedotto ed io mi sono lasciato sedurre” (v. 7). Il profeta paragona la sua vocazione a una ragazza sedotta che, dopo essersi lasciata lusingare dalle parole dolci di un giovane e avere ceduto alle sue proposte, viene abbandonata al suo destino. Non le resta che maledire il momento in cui ha creduto a un falso amore.

Ecco come si sente Geremia: solo contro tutti, oggetto di scherno e di violenza da parte del popolo. Perché Dio lo ha chiamato per una missione che si sta rivelando un fallimento? Angosciato si chiede come abbia potuto lasciarsi sedurre; perché non è rimasto tranquillo con la sua famiglia a lavorare nei campi della pacifica cittadina di Anatot?

Nella sua disperazione esclama: “Non penserò più a Dio! Non voglio più parlare in suo nome!” (v. 9). È il grido carico di rabbia e di amarezza dell’innamorato che cerca di dare un taglio al rapporto tormentato e burrascoso in cui è stato coinvolto.

Ma, come accade a chi ha vissuto un affetto travolgente, Geremia non riesce più a liberarsi del Signore che l’ha sedotto, la passione gli arde in cuore come un fuoco che è impossibile estinguere. Nonostante l’atroce dolore e la delusione che prova non può rinunciare alla sua missione.

Seconda Lettura (Rm 12,1-2)

1 Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 2 Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

Cosa interessano a Dio le nostre celebrazioni liturgiche se non sono accompagnate da opere di amore? Lo hanno detto i profeti e lo richiama più volte anche Gesù: Dio “vuole opere di amore, non pratiche di culto” (Mt 9,13).

Le prime parole della lettura ci ricordano che le solenni liturgie del tempio sono state sostituite da un nuovo modo di lodare Dio: il sacrificio della propria vita offerta per i fratelli (v. l). Se le nostre liturgie non celebrano una vita di amore, si riducono a un cerimoniale vuoto, senza contenuto, pura esteriorità, inutile formalismo.

Paolo continua raccomandando ai cristiani di non conformarsi alla “mentalità di questo secolo”. Nel linguaggio del NT questa espressione non ha un riferimento temporale, ma qualitativo. È la mentalità dominante, è il modo di pensare ritenuto da tutti normale, prudente, sensato. Questa logica penetra facilmente nella mente e nel cuore, viene assimilata e, senza che nemmeno se ne renda conto, anche il cristiano finisce per ragionare come gli altri e adeguarsi alla morale corrente. Questo meccanismo di integrazione è subdolo e pericoloso, bisogna prenderne coscienza e vigilare per non venirne risucchiati.

Ecco perché l’Apostolo invita ad avere una mente rinnovata per saper discernere in ogni momento qual è il comportamento gradito a Dio, anche se è incomprensibile per gli uomini.

Vangelo (Mt 16,21-27)

21 Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. 22 Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. 23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”.
24
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
25
Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
26
Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima? 27 Poiché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni”.

Gli ebrei del tempo di Gesù vivevano nell’attesa di un mondo migliore, del “secolo che deve venire”, ricco di pace e di giustizia. Basandosi su Ez 49, i rabbini annunciavano, per “gli ultimi tempi”, una trasformazione prodigiosa della terra: nei giorni del messia – assicuravano – la Palestina si trasformerà in un giardino e i giardini diverranno foreste; la fertilità del suolo sarà moltiplicata per mille, ci sarà ricchezza per tutti e abbonderà ogni bene, come nel periodo paradisiaco degli inizi.

Erano queste le speranze che coltivavano anche gli apostoli, convinti com’erano che la venuta del regno di Dio fosse imminente. Avevano intuito che il loro maestro era il Cristo, l’atteso “figlio di Davide”; l’avevano seguito per vedere realizzati i loro sogni di gloria. L’unica questione che, secondo loro, rimaneva ancora in sospeso era stabilire a chi sarebbero spettati i primi posti (Mc 9,34).

È nel contesto di queste attese che va collocato il primo dei tre annunci della passione che si trovano nel vangelo. A metà della sua vita pubblica, Gesù si rende conto di dover correggere, in modo deciso, le convinzioni dei suoi discepoli, non vuole che lo seguano cullandosi in vane illusioni. Per evitare ogni equivoco, dichiara apertamente che non si incammina verso il trionfo, ma va a Gerusalemme per soffrire molto, per essere ucciso e per risuscitare il terzo giorno (v. 21).

La logica umana non può che sentirsi sconvolta di fronte a una simile proposta. I discepoli non possono capire, hanno appreso dagli scribi che il messia non può morire; è stato insegnato loro che, alla sua venuta i giusti che giacciono nei sepolcri risorgeranno per prendere parte alla gioia del suo regno e Pietro, in nome di tutti, reagisce (vv. 32-33). Non ha paura dei sacrifici, un giorno darà prova di saper rischiare anche la vita, se necessario, (Gv 18,10), ma non è disposto ad impegnarsi per un progetto assurdo, non accetta di porsi su una strada che porta diritta al fallimento e vorrebbe che anche Gesù se ne rendesse conto e cambiasse idea.

La scena che segue è quanto mai significativa e realistica. Pietro prende in disparte il Maestro, come per rincuorarlo in un momento di sconforto, come se volesse fargli capire che, in un attimo di smarrimento, è comprensibile che possa anche sfuggire una frase infelice.

La reazione di Gesù al tentativo di distoglierlo dal suo cammino è dura, quasi irritata: “Lungi da me, satana!” – dice il nostro testo, ma la traduzione non è esatta. Gesù non intende allontanare Pietro, ma metterlo sul retto cammino. “Vai dietro a me” – gli ingiunge – segui i miei passi, non tentare di precedermi, come chi pretende di indicare la strada; questa è già stata tracciata dal Padre e tu Pietro fai una proposta che deriva dalla sapienza terrena, dalle astuzie umane che sono insensatezza agli occhi di Dio.

Pietro non sta commettendo un errore banale, sta muovendosi in direzione opposta a quella del Signore, sta comportandosi esattamente come satana che ha tentato di convincere Gesù a puntare sul dominio, sulla conquista del potere. Lo aveva condotto su un monte altissimo e gli aveva mostrato tutti i regni del mondo con la loro gloria, dicendogli: “Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”, ma Gesù aveva reagito deciso: “Vattene, satana!” (Mt 4,8-10). Ora alla stessa tentazione – avanzata da Pietro – non può che rispondere con la stessa durezza.

La scena descritta nel vangelo di oggi forma una dittico con quella della scorsa domenica. Simone era stato indicato da Gesù come la pietra viva della chiesa perché aveva accolto la rivelazione del Padre, aveva accettato il suo disegno di salvezza e aveva professato la sua fede nel Figlio del Dio vivente. Ora diviene pietra di scandalo perché si lascia guidare da ragionamenti umani: mira alla gloria, ai successi, agli onori, per questo costituisce un intralcio sul cammino del Maestro e dei discepoli.

Dopo aver rimproverato Pietro, Gesù si rivolge a tutti (vv. 24-27) ed espone in modo inequivocabile le sue richieste. Nessun tentativo di mitigarle, di renderle più accettabili! Se il Maestro ha scelto di donare la vita e se “il discepolo non è superiore al maestro” (Mt 10,24), il cammino dovrà necessariamente essere lo stesso.

Tre imperativi caratterizzano la radicalità di una scelta che non ammette né indugi né ripensamenti: “Rinnega te stesso, prendi la croce, seguimi”.

Rinnega te stesso significa: smetti di pensare a te stesso. È il capovolgimento dei princìpi che in questo mondo regolano i rapporti fra le persone, è il rifiuto di quelli che tutti ritengono stimoli positivi perché spingono ad agire: la ricerca del proprio interesse, la volontà di ottenere gratificazioni, riconoscimenti, vantaggi. Persino nei gesti di amore più puro si nota spesso qualche velata forma di egoismo e di ambizione.

Il discepolo di Cristo è chiamato, anzitutto, a rinunciare a qualsiasi tornaconto personale, anche a quello spirituale; non compie il bene per accumulare meriti in cielo, per salire di un gradino nel proprio progresso spirituale; agisce pensando unicamente al fratello. Non prende minimamente in considerazione le ricadute positive che possono avere sulla sua persona le buone azioni che compie. Ama gratuitamente, in pura perdita, come fa il Padre.

Il secondo imperativo, prendi la tua croce, non si riferisce alla necessità di sopportare pazientemente le piccole o grandi tribolazioni della vita né, ancor meno, è un’esaltazione del dolore come mezzo per piacere a Dio. Il cristiano non ricerca la sofferenza, ma l’amore.

La croce è il segno dell’amore e del dono più totale. Portarla dietro a Cristo significa seguire il cammino che egli ha percorso: dare la vita per i suoi stessi ideali, affrontare, se necessario, anche la persecuzione e la morte pur di rimanere fedeli al vangelo. “Porta la croce” chiunque sacrifica se stesso per fare del bene, per rendere felice qualcuno.

Il terzo imperativo, seguimi, non vuol dire “prendimi come modello”, ma, condividi la mia scelta, prendi parte al mio progetto, gioca la tua vita sull’amore all’uomo, insieme con me.

Nei versetti conclusivi (vv. 25-27) vengono presentate tre ragioni con cui Gesù cerca di convincere il discepolo ad accogliere le tre condizioni difficili che ha appena esposto.

La prima: colui che dona la propria vita, in realtà non la perde, ma la guadagna (v. 25). Chi tiene stretto nelle proprie mani il chicco di grano, chi lo consuma per sé, chi lo nasconde lo dissipa; solo chi ha il coraggio di perderlo gettandolo nella terra lo “conserva”, lo “ricupera”. Accade anche con la vita: per “guadagnarla” bisogna “perderla”, è necessario consumarla per i fratelli.

La seconda ragione (v. 26): la vita di questo mondo passa in fretta, è transitoria, fragile, precaria; non vale la pena aggrapparsi disperatamente ad essa come se fosse eterna. Risuonano qui le numerose riflessioni sapienziali sulla caducità della vita: “Vedi, in pochi palmi hai misurato i miei giorni e la mia esistenza davanti a te è un nulla. Solo un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l’uomo che passa; solo un soffio che si agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga” (Sal 39,6-7).

La terza ragione (v. 27): la ricompensa finale. Ricorre spesso nel vangelo di Matteo la scena del giudizio, non come minaccia futura, ma come indicazione delle scelte sagge che devono essere fatte nel presente. Che cosa si potrà presentare a Dio al termine della vita? Non certo il denaro accumulato, i piaceri goduti, i riconoscimenti, la carriera. Alla fine il Signore non guarderà ai titoli onorifici che saremo riusciti a porre davanti al nostro nome, ma alle opere di amore che seguiranno il nome.

Quando si spegneranno i riflettori che hanno abbagliato la scena di questo mondo, quando si estingueranno gli ingannevoli luccichii degli idoli che hanno incantato e sedotto tante persone, allora brillerà soltanto la luce di Dio e apparirà il vero valore della vita di ognuno.

image_pdfimage_print
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi