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Israele e Libano firmano un accordo quadro che intende porre termine alla guerra, ma del quale le cose essenziali restano ancora da fare. Gli impegni sono enormi, di difficilissima attuazione, partendo dall’impegno libanese ad avere il monopolio delle armi sul proprio territorio, tutto da vedere, e di Israele a ritirarsi dal sud del Libano, dichiarando di non avere pretese territoriali sul sud del Libano, anche questo tutto da verificare alla prova dei fatti, visto che il ritiro resta da vedersi tranne che in due “zone pilota”, non specificate nel testo.
Si teme l’idea israeliana di creare nel sud del Libano una “zona cuscinetto”, si dubita che il Libano possa esercitare veramente la sua sovranità, mentre Hezbollah, a mezzo di un deputato, dice che questo passerebbe per la “guerra civile”. Il punto politico-culturale è di enorme rilevanza in un contesto di dramma esistenziale per il Libano.
Il ruolo delle Chiese e dei cristiani
Ma prima di analizzare i termini dell’intesa c’è un discorso più ampio che riguarda il ruolo dei cristiani in questo quadrante dannato e tormentato di quella parte di pianeta.
Il Libano, come la Siria e l’Iraq, è preso in una ridefinizione del proprio ruolo nello spazio regionale che si andrà a determinare. Sono tre paesi uniti dalla geografia e divisi da una storia tremenda di odi e rivalità, identitarismi e colonialismi. Il loro futuro deve parlare di nuove guerre, di nuovi dissidi o di nuove intese?
C’è un patriarcato millenario che indica la strada non percorsa: è il patriarcato di Antiochia. È competente su questi tre Paesi, i patriarchi di Antiochia parlano ai loro fedeli, alle loro parrocchie libanesi come siriane e irachene. Riconoscendo questi stati pienamente sovrani, non c’è in questo un’indicazione, una road-map per il futuro?
Archiviare le antiche ruggini, le rivalità, vedere per questo spazio un futuro di comune proiezione. Nei corridoi commerciali tra Arabia Saudita e Turchia di cui si parla, qualcuno ha un piano che rilanci questi territori, la loro vocazione?
E anche se gli orizzonti, i terminali del progetto, dovessero essere più ampi, come difendere il ruolo di ciascuno se non vedendo l’insieme nelle diversità? E non potrebbe essere questo l’impegno dei cristiani?
La pace in Libano per alcuni parla di cantoni, di chiusura – “se ne usciamo vivi pensiamo a noi”, sembrano dire, propensi a chiudersi sulla loro montagna, al massimo cercando un protettore. La pace libanese ovviamente traballa nella culla, si può stabilizzare anche dandole un respiro più ampio, un orizzonte che proietti nel Mediterraneo, e fino al Golfo Persico: tre stati che tanto tempo fa erano il cuore di un impero plurale, non totalitario né parcellizzato, l’Impero dei romani d’oriente, non l’Impero romano d’oriente.
È una terra che ha nella sua storia, nelle sue origini, la pluralità, non il settarismo.
L’intesa
Veniamo ora all’intesa firmata a Washington tra Israele e Libano. Il punto di partenza decisivo è che si riconoscono come stati sovrani nei confini internazionali (non del tutto definiti, manca un’intesa piena su alcuni punti dall’attuale “linea blu”): finisce lo stato di guerra, si dichiara di voler vivere in pace, uno accanto all’altro.
Qualcuno vedrà in questo un allinearsi ai traballanti accordi di Abramo, di certo è l’addio al vecchio fronte del rifiuto, che respinse la svolta di Sadat e poi il piano palestinese che ammetteva di creare uno stato sulle parti della Palestina liberata (premessa della futura scelta dei due stati).
Il Libano non aderì al fronte del rifiuto, ma ne fu dilaniato. La svolta è profonda per politica e cultura. Arriva in un contesto disperato, che polarizza. Il fronte del rifiuto ha plasmato l’intrasigentismo, il massimalismo arabo prima che emergesse l’islamismo.
Israele dice di non avere pretese territoriali, però l’occupazione resta, ma afferma che il ritiro ci sarà, a partire da due “zone pilota”, dove il ritiro comincia subito – conquista libanese a lungo osteggiata da Israele durante i negoziati, è stato raccontato da molti quotidiani. Dunque il testo dice che il ritiro “comincia” qui e proseguirà in successive fasi.
Il Libano così assicura che il governo ripristinerà il suo monopolio dell’uso della forza, che otterrà il pieno disarmo di gruppi armati non statali, come sarà da subito nelle zone pilota. Qui è bene fermarsi e leggere due ulteriori passaggi:
Il Governo di Israele sottolinea che le sue azioni militari in Libano sono esclusivamente una conseguenza degli attacchi, della minaccia rappresentata e delle intenzioni ostili di gruppi armati non statali, in particolare Hezbollah. Il Governo di Israele sottolinea che la fine di tale minaccia, attraverso il disarmo e lo smantellamento di tali gruppi in tutto il Libano e ulteriori accordi di sicurezza da concordare tra i due paesi, eliminerà qualsiasi futura necessità di un intervento militare o di una presenza delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) in Libano. In base a quanto sopra, il Governo di Israele dichiara di non nutrire alcuna ambizione territoriale in Libano.
Il Governo del Libano, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e nell’esercizio della propria autorità sovrana, ribadisce che le proprie forze di sicurezza hanno la responsabilità esclusiva della sicurezza e della difesa del Libano e che il Governo del Libano detiene l’esclusiva autorità sovrana di dichiarare guerra e di stipulare la pace. Il Governo del Libano respinge qualsiasi pretesa da parte di stati o attori non statali di ricorrere alla forza per suo conto senza la sua esplicita autorizzazione e ribadisce che qualsiasi pretesa da parte di qualsiasi stato o attore non statale di ricorrere alla forza per suo conto senza la sua esplicita autorizzazione, e ribadisce che qualsiasi pretesa da parte di qualsiasi attore statale o non statale di esercitare un ruolo militare o di sicurezza è illegale in base alle decisioni del governo libanese e contraria agli interessi nazionali libanesi.
Quali siano le zone dalle quali Israele si ritirerà subito non è specificato, ma una è vicina al confine tra i due paesi e una nella zona più lontana dal confine nella fascia di territorio occupato. Questa seconda zona pilota intende porre uno stop all’espansione dell’occupazione israeliana che, rispetto a quanto annunciato da Israele quando il suo esercito è entrato in Libano, ha continuato a espandersi verso nord, anche nelle ore del negoziato.
Nei passi successivi si rende chiaro che gruppi con bracci armati non potranno gestire finanziamenti legati alla ricostruzione. L’accordo oltre a lodare il ruolo svolto dagli Stati Uniti si conclude con un ringraziamento personale a Donald Trump, quasi a riprova del bisogno del presidente di un riconoscimento internazionale del suo traballante status internazionale.
Il Libano esiste come stato
Può sembrare un discorso chiaro. Ma gli Stati Uniti hanno firmato un altro Memorandum d’intesa, quello con l’Iran, dove si parla, evidentemente su richiesta iraniana, di ritiro israeliano dal Libano, senza far riferimento a fasi o a disarmi. Questo è un accordo che soddisfa il desiderio di influenza iraniana sul Libano, l’altro fa il contrario.
Dunque lo stato libanese in un contesto drammatico, ha voluto dire “esisto” e questo è il fatto nuovo. Ma dimostrarlo sarà complicato. Se è oggettivamente complicato richiedere il ritiro di un soggetto che non si riconosce, o col quale permane lo stato di belligeranza, come è stato fino a oggi, in presenza di un soggetto armato (Hezbollah) che non risponde allo stato e alle sue indicazioni, ma agisce secondo indicazioni che vengono dall’estero, è anche complicato credere nell’assenza di rivendicazioni territoriali da parte di un soggetto occupante che non si ritira dai territori occupati se non da due piccole zone che molti in Israele si affrettano a definire “contenute”.
Discorso di propaganda in tempo di campagna elettorale? Forse sì: ma le modalità di questa occupazione, che hanno portato a radere al suolo intere città e villaggi, rafforza il timore sulle intenzioni: una “zona cuscinetto”?
Già prima dell’occupazione se ne parlava, con “interesse” da parte americana – qualcuno aveva ipotizzato un parco industriale, cioè si può immaginare senza residenti. Dunque il governo libanese avrebbe voluto scongiurare questo rischio: il testo infatti prevede il diritto al ritorno della popolazione che è stata costretta a lasciare questi territori devastati. Ma quando? L’accordo, per quanto è al momento noto, non prevede calendari.
Dunque emergono due visioni: è Hezbollah che ha portato danni al Libano, fino all’occupazione, oppure è “capitazionalismo” quello di chi tratta col nemico.
Il punto cardine di questo testo è evidentemente che la pace non è iraniana, ma libanese, e i garanti sono indicati nel testo: gli Stati Uniti e i paesi arabi, che dovrebbero contribuire alla ricostruzione – l’eterno capitolo degli impegni a ricostruire che lasciano temere intenti speculativi in chi non si è impegnato molto a prevenire l’esito devastatore.
È lecito sperare in impegni veri, nuovi? I volenterosi europei, Italia e Francia, intenzionati a dar vita a una forza di stabilizzazione internazionale in Libano, non hanno fatto in tempo a entrare tra i garanti: il loro ruolo non è ancora un impegno, ma un’intenzione.
Subito dopo l’annuncio della firma a Washington, Hezbollah ha mosso un po’ la piazza, ci sono stati scontri leggeri sulla via per l’aeroporto, ma tutto evidentemente è rimandato alle prossime ore, in forme da vedere.
Un deputato di Hezbollah comunque ha già affermato che l’unico modo per attuare questo accordo è la guerra civile. Sarà così? Per ora i due ministri di Hezbollah sono al loro posto. E il negoziato tra Stati Uniti e Iran, tra mille difficoltà, prosegue.





