Rapporto vescovo-preti nella Chiesa di oggi

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Le riflessioni che seguono prendono spunto da un interessante articolo di Giorgio Bozza, pubblicato il 9 luglio 2026 su SettimanaNews con il titolo Delle cinque piaghe della Chiesa locale. Tra le cinque “piaghe” individuate dall’autore, la prima è la mancanza di stima nelle relazioni ecclesiali, in particolare tra il vescovo e il suo presbiterio e tra gli stessi presbiteri.

Questa intuizione mi è sembrata particolarmente feconda perché consente di affrontare un tema spesso dato per scontato e raramente esplorato nella sua profondità antropologica, filosofica, teologica e pastorale. La stima, infatti, non è semplicemente una disposizione psicologica, una forma di cortesia o una qualità del carattere. Essa appartiene al cuore stesso dell’esperienza cristiana, poiché riguarda il modo in cui riconosciamo nell’altro il mistero della sua persona, la sua dignità originaria e la grazia di Dio che lo precede e lo accompagna.

Le considerazioni che seguono non intendono essere una recensione dell’articolo di Giorgio Bozza, né un commento puntuale alle sue argomentazioni. Piuttosto, vogliono svilupparne liberamente l’intuizione iniziale, approfondendo il tema della stima come categoria decisiva della comunione ecclesiale. Sono convinto, infatti, che molte delle fatiche che oggi attraversano la vita delle nostre Chiese particolari non dipendano soltanto da problemi organizzativi o pastorali, ma da una più profonda crisi del riconoscimento reciproco. Dove viene meno la stima, la comunione si impoverisce; dove la stima viene custodita e coltivata, anche le differenze, i conflitti e le inevitabili tensioni possono diventare occasione di crescita e di autentica fraternità evangelica.

La crisi del riconoscimento

Tra le molte fragilità che attraversano oggi la vita ecclesiale ve n’è una meno evidente rispetto ad altre, ma forse più profonda: la crisi della stima reciproca. Si parla spesso di crisi delle vocazioni, di difficoltà pastorali, di trasformazioni culturali, di riduzione della pratica religiosa, di problemi organizzativi. Tutti temi reali e importanti. Ma esiste una crisi più sotterranea che riguarda il tessuto umano e spirituale della Chiesa: la fatica di riconoscere il bene presente nell’altro.

Una comunità può sopportare anche differenze, opinioni divergenti, sensibilità pastorali diverse. La storia della Chiesa è sempre stata attraversata da tensioni. La Scrittura non presenta mai una comunità ideale priva di conflitti.

Mosè discute con il popolo. I profeti contestano i presbiteri. Paolo affronta Pietro ad Antiochia. Lo stesso Gesù deve educare continuamente i suoi discepoli, correggendo le loro incomprensioni e le loro ambizioni.

Il conflitto, dunque, non è necessariamente un male. Talvolta è il segno di una comunità viva. Il problema nasce quando il conflitto perde il suo orizzonte di comunione e diventa delegittimazione dell’altro.

Quando non si dice più: “Fratello, non condivido questa scelta”, ma: “Tu sei il problema”. Quando non si contesta un comportamento, ma si mette in discussione la persona. Quando non si corregge un errore, ma si cancella il mistero dell’altro. È allora che entra in crisi la stima.

Nel linguaggio comune stimare qualcuno significa apprezzarlo. Stimiamo una persona perché è competente, intelligente, capace, generosa, coerente. Questa dimensione umana è certamente positiva, ma la stima cristiana possiede una profondità maggiore.

La stima evangelica non nasce anzitutto dalla valutazione delle qualità dell’altro, ma dal riconoscimento della sua dignità. Prima ancora di essere vescovo o presbitero, parroco o collaboratore pastorale, responsabile di un ufficio o semplice fedele, l’altro è: una persona amata da Dio; un figlio del Padre; un uomo o una donna redenti da Cristo; una creatura abitata dallo Spirito.

La dignità precede la funzione. Il ruolo può cambiare. L’incarico può terminare. Il prestigio può diminuire. La capacità può venire meno. Ma la dignità personale rimane.

Per questo un vescovo non merita stima semplicemente perché è vescovo. Un presbitero non merita stima semplicemente perché è presbitero. Essi meritano stima perché sono persone nelle quali Dio ha posto una chiamata e una grazia.

La stima cristiana è quindi una forma di riconoscimento del mistero di Dio presente nell’altro. Non significa ignorare i limiti. Significa non permettere ai limiti di diventare l’unica chiave di lettura della persona.

Funzione e valutazione

Uno dei grandi rischi della cultura contemporanea è la riduzione funzionale della persona. L’uomo viene valutato per ciò che produce. Vale se è efficiente, se raggiunge risultati, se è riconosciuto, se risponde alle aspettative. Questo rischio può entrare anche nella Chiesa.

Il presbitero può essere valutato per il numero delle iniziative pastorali. Il parroco per la capacità organizzativa. Il vescovo per l’efficacia delle sue decisioni. Il presbitero per la sua visibilità.

Ma la persona non coincide con la sua prestazione. La persona viene prima della funzione. Questa è una delle grandi intuizioni della filosofia personalista: l’uomo non è un mezzo, ma un fine. La persona non possiede valore perché è utile. È utile perché possiede valore.

Questa distinzione è fondamentale nella vita ecclesiale. Un presbitero anziano, un prete ammalato, un presbitero meno brillante, un ministro meno visibile non perdono dignità perché non rispondono più ai criteri dell’efficienza. La Chiesa dovrebbe essere proprio il luogo nel quale l’uomo viene liberato dalla logica della prestazione.

La filosofia contemporanea ha mostrato una verità fondamentale: l’identità dell’uomo nasce dentro una relazione di riconoscimento. L’uomo diventa se stesso perché qualcuno lo guarda e gli dice: “Tu sei importante.”

Il filosofo Martin Buber ha distinto la relazione Io-Tu dalla relazione Io-Esso. Nella relazione Io-Esso l’altro diventa una cosa da utilizzare, un ruolo da gestire, un problema da risolvere. Nella relazione Io-Tu l’altro rimane un mistero da incontrare. Anche nella Chiesa può accadere questa trasformazione.

Il vescovo può vedere il presbitero soltanto come un collaboratore. Il presbitero può vedere il vescovo soltanto come un superiore. Ma quando questo accade, la relazione sacramentale viene impoverita. Non siamo più davanti a un fratello. Siamo davanti a una funzione. La perdita della stima nasce spesso proprio qui: quando il volto scompare dietro il ruolo.

Comunione e stima

Il Concilio Vaticano II ha restituito una visione profondamente comunionale del ministero ordinato. Il presbiterio non è un insieme di dipendenti del vescovo. Non è una struttura amministrativa. Non è un gruppo di collaboratori chiamati semplicemente ad applicare decisioni. Il presbiterio è una realtà sacramentale.

Il vescovo e i presbiteri partecipano dello stesso mistero di Cristo Pastore. La relazione non è quella tra un dirigente e i suoi collaboratori, ma quella tra una realtà organica nella quale ogni membro ha bisogno dell’altro.

San Paolo scrive: “Non può l’occhio dire alla mano: non ho bisogno di te” (1Cor 12,21). Questa parola vale per tutta la Chiesa, ma assume una forza particolare nel rapporto episcopale. Un vescovo che guarda ai presbiteri soltanto come esecutori impoverisce il suo stesso ministero.

Un presbitero che guarda al vescovo soltanto come autorità da criticare impoverisce la propria comunione ecclesiale. La stima reciproca è ciò che impedisce due derive opposte: l’autoritarismo senza fraternità, l’autonomia senza comunione.

L’obbedienza ecclesiale non può essere pensata in modo unilaterale, quasi fosse un movimento a senso unico dal basso verso l’alto. La tradizione cristiana, soprattutto quando assume una prospettiva personalista, ricorda che ogni relazione autenticamente umana è reciproca: chi obbedisce conserva la dignità di persona; chi esercita l’autorità rimane vincolato al dovere del rispetto.

Nel rito dell’ordinazione presbiterale il presbitero promette al vescovo “filiale rispetto e obbedienza”. È una promessa profondamente ecclesiale, perché riconosce che il ministero ordinato non è vissuto in autonomia individualistica, ma dentro una comunione sacramentale nella quale il vescovo rappresenta il principio visibile dell’unità della Chiesa particolare.

Tuttavia questa promessa non può essere interpretata in senso puramente giuridico o funzionale, come se l’obbedienza del presbitero costituisse l’unico elemento morale della relazione episcopale.

L’obbedienza cristiana non è mai umiliazione della persona. Non è cancellazione della coscienza. Non è rinuncia alla propria storia. Non è disponibilità passiva a essere collocati dentro un meccanismo organizzativo.

L’obbedienza ecclesiale nasce dalla fede che Dio agisce attraverso mediazioni umane, ma proprio perché riconosce una mediazione divina, non può mai negare la dignità umana di coloro attraverso i quali questa mediazione passa.

Un’analogia illuminante può essere offerta dal quarto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre”. Tradizionalmente questo comandamento è stato letto come un invito rivolto ai figli a riconoscere l’autorità dei genitori.

Ma una lettura più profonda, soprattutto alla luce dell’antropologia cristiana, mostra che il comandamento dell’onore non riguarda soltanto chi deve obbedire. Esso istituisce una relazione reciproca. I figli devono onorare i genitori. Ma anche i genitori, proprio perché hanno ricevuto una responsabilità sui figli, devono onorarne la dignità.

Un genitore che pretende obbedienza ma umilia il figlio tradisce il senso stesso della propria autorità. Un padre che usa il proprio ruolo per dominare non esercita la paternità, ma la deforma.

L’autorità autentica non si misura dalla capacità di ottenere obbedienza, ma dalla capacità di generare libertà e maturità.

Lo stesso principio vale nella Chiesa. Il presbitero deve obbedienza al vescovo. Ma il vescovo deve rispetto al presbitero. Il presbitero deve riconoscere l’autorità episcopale. Ma il vescovo deve riconoscere la dignità personale e ministeriale del presbitero.

La relazione ecclesiale non è una scala gerarchica nella quale chi sta sopra possiede valore maggiore e chi sta sotto deve semplicemente adeguarsi. È una comunione nella quale ruoli diversi custodiscono la medesima dignità battesimale.

Potere, autorità, bilanciamento

Credo che una delle fragilità strutturali della vita ecclesiale sia la mancanza di un autentico equilibrio nell’esercizio dell’autorità. Il principio del balance of powers, proprio delle democrazie costituzionali, non è trasferibile meccanicamente alla Chiesa, che non è uno Stato ma un mistero di comunione. Tuttavia esso richiama una sapienza antropologica che anche la Chiesa non può ignorare: ogni autorità umana, proprio perché esercitata da persone limitate e fallibili, ha bisogno di essere illuminata dall’ascolto, corretta dal dialogo e accompagnata da forme di corresponsabilità.

Quando il governo ecclesiale si sottrae a ogni possibilità di confronto, quando il discernimento si riduce alla volontà del singolo o quando l’obbedienza viene interpretata come rinuncia al pensiero e alla parola, si crea un terreno favorevole agli abusi di potere e, ancor più gravemente, agli abusi di coscienza. Non si tratta soltanto di errori organizzativi, ma di ferite inferte al Corpo di Cristo, perché ogni abuso dell’autorità incrina la fiducia, mortifica la dignità delle persone e oscura il volto evangelico della Chiesa.

L’autorità cristiana non teme il confronto, perché non si fonda sull’autosufficienza di chi governa, ma sulla comune ricerca della volontà di Dio. Quanto più è autentica, tanto più sa coniugare decisione e ascolto, fermezza e umiltà, responsabilità e trasparenza. L’opposto dell’autorità non è la partecipazione, ma l’arbitrio; e l’opposto dell’obbedienza non è il dialogo, ma la sudditanza. Solo una Chiesa nella quale l’autorità accetta di lasciarsi continuamente purificare dalla verità e dalla fraternità può essere davvero segno credibile del Vangelo.

Uno dei rischi più grandi nella vita ecclesiale è quello di trasformare le persone in funzioni. Il presbitero può diventare soltanto: un numero nell’organigramma diocesano, una casella da riempire, una risorsa pastorale da spostare, un problema amministrativo da risolvere. Ma un presbitero non è una posizione organizzativa.

Dietro ogni presbitero c’è una storia. C’è una biografia vocazionale. Ci sono anni di formazione. Ci sono esperienze pastorali. Ci sono ferite e maturazioni. Ci sono sensibilità spirituali e umane che non possono essere ignorate.

Una decisione ecclesiale può essere necessaria, talvolta persino dolorosa, ma una modalità impersonale di esercizio dell’autorità rischia di ferire profondamente la persona. Non perché il presbitero abbia un diritto alla propria comodità o alla conservazione del proprio incarico, ma perché ogni persona ha diritto a essere trattata come persona. Esiste una differenza decisiva tra l’esercizio dell’autorità e il modo in cui essa viene esercitata. Una stessa decisione può essere vissuta come un atto di comunione oppure come un’esperienza di umiliazione, a seconda che sia preceduta dall’ascolto, dal dialogo e dal rispetto della biografia personale oppure imposta in modo burocratico e impersonale.

Qui il problema non è semplicemente pastorale, ma tocca il terreno dell’etica e, in alcuni casi, persino quello dei diritti fondamentali della persona. Anche all’interno della Chiesa, infatti, possono verificarsi situazioni nelle quali il diritto di essere ascoltati, il rispetto della buona fama, la tutela della propria dignità, la possibilità di esprimere le proprie ragioni o di conoscere le motivazioni di determinate decisioni risultano di fatto compressi o trascurati.

Non si tratta di trasporre nella vita ecclesiale categorie proprie del contenzioso giuridico o della contrapposizione tra diritti e doveri, ma di riconoscere che la dignità della persona, da cui ogni autentico diritto deriva, precede qualsiasi funzione, ministero o assetto istituzionale. Proprio per questo la Chiesa, mentre annuncia al mondo il Vangelo della dignità umana, è chiamata a custodirla con particolare rigore nelle proprie relazioni interne.

Del resto, il Magistero contemporaneo ha insistito con forza sul fatto che la dignità umana costituisce il fondamento di ogni diritto autentico. Se la Chiesa si fa instancabilmente promotrice dei diritti umani nella società, denuncia le violazioni della dignità dei lavoratori, dei migranti, dei poveri e delle persone vulnerabili, essa è chiamata, con ancora maggiore coerenza, a vigilare affinché nelle proprie relazioni interne nessuno venga trattato come un semplice mezzo, una pratica amministrativa o una casella dell’organigramma.

La credibilità dell’annuncio evangelico passa anche da qui: dalla capacità di coniugare l’autorità con il rispetto, il governo con l’ascolto, la decisione con la cura della persona. Solo così l’autorità ecclesiale diventa realmente segno di quella paternità di Dio che non mortifica mai la libertà dei suoi figli, ma la fa crescere nella verità e nell’amore.

Obbedienza ed esperienza

Talvolta si rischia di confondere l’obbedienza con la disponibilità assoluta. Ma l’obbedienza cristiana non chiede al presbitero di smettere di essere sé stesso. Dio non chiama persone anonime. Chiama Abramo con la sua storia. Mosè con le sue paure. Pietro con il suo carattere. Paolo con la sua esperienza. La grazia non cancella la persona: la assume e la trasforma. Per questo anche l’autorità ecclesiale deve saper riconoscere che il presbitero non è soltanto un destinatario di decisioni, ma un soggetto ecclesiale.

La sua esperienza va ascoltata. La sua sensibilità va considerata. La sua storia va rispettata. Questo non significa che ogni desiderio personale debba essere accolto. Significa che ogni persona deve essere ascoltata.

L’autorità cristiana non si misura dalla distanza che riesce a creare, ma dalla comunione che riesce a generare. Un’autorità che dice: “Devi obbedire perché io comando” è un’autorità fragile. Un’autorità che dice: “Camminiamo insieme perché siamo chiamati dallo stesso Signore” è un’autorità evangelica.

Il vescovo non è chiamato semplicemente a ottenere obbedienza dal presbiterio. È chiamato a generare un presbiterio. E generare significa conoscere, accompagnare, incoraggiare, correggere, valorizzare. Un padre non ama i figli soltanto quando essi gli obbediscono. Li ama anche quando deve correggerli. E proprio perché li ama, li corregge senza umiliarli.

Dove manca la stima, l’obbedienza diventa una forma esterna e burocratica. Si esegue, ma non si aderisce. Si compie una disposizione, ma non si vive una comunione.

Al contrario, quando il presbitero percepisce di essere rispettato nella sua dignità, anche una richiesta difficile può essere accolta come espressione di corresponsabilità ecclesiale.

Una correzione senza stima rischia di trasformarsi in umiliazione. Una denuncia senza riconoscimento rischia di generare soltanto scoraggiamento. Prima del rimprovero c’è la fiducia. Prima della correzione c’è il riconoscimento. Prima della conversione c’è la certezza che quella persona continua ad appartenere al progetto di Dio.

La pedagogia insegna che una persona cresce quando qualcuno crede nelle sue possibilità. Questo vale anche per un presbitero. Un presbitero non diventa migliore perché viene continuamente definito attraverso ciò che manca.

Una delle forme più gravi della perdita della stima reciproca nella vita ecclesiale è la mormorazione, quella che la tradizione spirituale ha chiamato detractio. Essa non riguarda semplicemente il fatto di parlare dell’altro, ma riguarda soprattutto il modo in cui si costruiscono le relazioni quando viene meno il coraggio della verità vissuta nella fraternità.

La correzione fraterna parla con l’altro. La detrazione parla dell’altro. La correzione nasce dalla responsabilità della comunione. La detrazione nasce spesso dalla distanza dalla comunione.

Tuttavia occorre riconoscere una dimensione ulteriore: anche lo stile dell’autorità può creare un clima nel quale la mormorazione diventa più facile o addirittura inconsapevolmente favorita.

Quando chi esercita un servizio di governo nella Chiesa comunica prevalentemente attraverso allusioni, generalizzazioni, denunce collettive, categorie astratte o richiami pubblici non accompagnati da un dialogo personale, può accadere che si generi un clima nel quale ciascuno cerca di interpretare a chi siano rivolte quelle parole.

Cultura della comunicazione

La parola che dovrebbe convocare può allora diventare una parola che divide. Il richiamo che dovrebbe favorire la conversione può trasformarsi in un clima di sospetto: “A chi si riferiva?” “Chi sono i presbiteri che vengono criticati?” “Quale gruppo è sotto accusa?”

E così, paradossalmente, una comunicazione nata forse con l’intenzione di correggere può produrre l’effetto opposto: non un confronto evangelico, ma una moltiplicazione di commenti indiretti.

In questo senso è possibile parlare di un rischio di stile “carbonaro” nella vita ecclesiale, uno stile caratterizzato da: messaggi indiretti; comunicazioni non pienamente trasparenti; giudizi espressi senza un interlocutore preciso; una pedagogia fondata più sul sospetto che sulla fiducia; una contrapposizione tra un presunto “noi fedele” e un “loro problematico”.

Quando l’autorità parla attraverso categorie generali senza assumere il rischio della relazione personale, può prodursi una situazione paradossale: si chiede ai membri della comunità di evitare il giudizio sugli altri, ma contemporaneamente si crea un linguaggio nel quale il giudizio diventa quasi inevitabile.

L’autorità evangelica non teme l’incontro personale. Gesù non ha mai educato i suoi discepoli attraverso messaggi anonimi. Quando deve correggere Pietro, lo fa guardandolo negli occhi. Quando deve purificare la mentalità dei Dodici, cammina con loro. Quando deve affrontare il tradimento di Giuda, non lo trasforma in una denuncia generica contro il gruppo.

La pedagogia di Gesù è sempre personale. Questo non significa che l’autorità non possa proporre orientamenti generali o denunciare fenomeni ecclesiali. Certamente può e deve farlo.

Ma una parola pubblica autenticamente evangelica deve sempre lasciare trasparire una cosa: dietro la correzione c’è un cuore che ama, non un giudizio che etichetta.

Il rischio di una pedagogia ecclesiale prevalentemente negativa è quello di generare una comunità che non si confronta più nella libertà, ma si difende. Quando l’autorità comunica principalmente attraverso il sospetto, i membri della comunità imparano a proteggersi.

Quando comunica attraverso la stima, imparano a responsabilizzarsi. La differenza è enorme. Il sospetto genera strategie. La fiducia genera conversione. Il sospetto produce silenzi prudenti o parole sotterranee. La fiducia produce dialogo.

La mormorazione non nasce soltanto dal cuore cattivo dei singoli. Talvolta nasce anche da un contesto relazionale nel quale manca sufficiente trasparenza, prossimità e fiducia. Per questo chi esercita l’autorità nella Chiesa ha una responsabilità particolare: non soltanto correggere i comportamenti, ma custodire il clima spirituale nel quale le persone vivono le relazioni.

L’autorità che vuole costruire comunione deve evitare ogni stile che possa trasformare il confronto ecclesiale in una sorta di “assemblea degli assenti”, dove tutti parlano di qualcuno che non è presente.

La via evangelica è diversa: non una Chiesa nella quale ci si sorveglia reciprocamente, ma una Chiesa nella quale ci si riconosce reciprocamente. La Chiesa dovrebbe essere il luogo dove la competizione viene trasformata in comunione. La vera grandezza non è essere superiori agli altri. È essere capaci di riconoscere il bene degli altri.

La stima è la forma adulta della carità. La stima è una virtù umana, perché rende possibile una convivenza autentica. È una virtù morale, perché educa alla giustizia dello sguardo. È una virtù spirituale, perché riconosce la presenza della grazia nell’altro.

Ma soprattutto è una dimensione ontologica: riguarda ciò che l’altro è prima ancora di ciò che fa. Prima del vescovo viene il fratello. Prima del presbitero viene il figlio di Dio. Prima del ruolo viene la persona. Una Chiesa può avere programmi, strutture, strategie e progetti. Ma senza stima reciproca rischia di perdere il volto più autentico di Cristo: quello di una comunità nella quale ciascuno può dire all’altro: “Tu sei un dono di Dio prima ancora di essere una risposta alle mie aspettative.”

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