
Siamo solo agli inizi della “recezione” del cammino sinodale italiano e dobbiamo interrogarci, ancora una volta, sull’esistenza di un “inciampo” che richiederebbe ai nostri pastori un profondo ripensamento di quanto appena deciso.
Un paio di settimane fa sono state pubblicate sul sito della CEI le Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, intitolate “Radicati e costruiti in Cristo”. Esse non si sostituiscono a tale documento, né si sovrappongono al «discernimento» e alla «recezione» delle Chiese locali, ma indicano solo «alcune priorità (…) volutamente sintetiche (…) su cui appare necessario convergere e su cui sentirci tutti impegnati a camminare».
CEI in sordina sulla sinodalità
La pubblicazione è avvenuta un po’ “alla chetichella”. Gianni Di Santo, infatti, ha notato come il documento sia uscito «nel pieno del viaggio apostolico di papa Leone in Spagna e quindi poco pubblicizzato dai media». A ciò aggiungerei il fatto, apparentemente formale ma sostanzialmente rivelativo, che i vescovi italiani non hanno sentito l’esigenza di presentare in conferenza stampa quello che sarà il cammino della Chiesa italiana per i prossimi cinque anni.
Troppe invece, come vedremo, sono le ambiguità del testo in questione che avrebbero avuto – e avranno – bisogno di ulteriori chiarimenti (e che, perciò, ne hanno reso la lettura decisamente faticosa e, forse, hanno spinto Vinicio Albanesi a parlare di «linee deludenti»). Infine – e non mi sembra un caso – il documento è leggibile solo sottoforma di pdf dall’apparenza modesta, quasi burocratica, come se fosse un ciclostilato qualsiasi di qualsivoglia associazione parrocchiale.
A tal proposito, di «resistenza al sinodo non frontale, ma tangenziale, indiretta», comunque «burocratica» ha parlato Andrea Grillo, distinguendo anche questa volta (come ai tempi delle equivoche 50 proposizioni di sintesi del cammino sinodale italiano) tra «organizzazione burocratica» della conferenza episcopale e vescovi che sarebbero «più avanti» di essa.
Già allora avevo sollevato (qui) qualche dubbio su tale dicotomia, ma questa volta mi sembra decisamente non accoglibile. La commissione dei sei vescovi che ha preparato le linee di orientamento è composta da figure notoriamente favorevoli al cammino sinodale (pensiamo al presidente cardinale Repole e ai vescovi Gambelli, Lorefice, Tomasi e Migliavacca). E in questo momento, anche dopo il cambio della vicepresidenza CEI (da Castellucci a Busca), buona parte delle figure apicali dei vescovi italiani – con il cardinale Zuppi e i vescovi Savino, Palmieri, Baturi (oltre a Busca) – appaiono essere ben disposte verso il processo sinodale.
Di conseguenza, delle due l’una: o la delusione di Albanesi e il j’accuse di Grillo non sono ben centrati (forse perché entrambi, come riconosce il secondo, sono rimasti esterni al cammino sinodale italiano), ma allora sarà necessario dimostrare, testo alla mano, perché e in che senso.
Oppure Grillo e Albanesi hanno in parte o del tutto ragione, ma allora la responsabilità di questo nuovo “scandalo sinodale” (dopo quello del 3 aprile 2025) è dei vescovi italiani che lo hanno permesso, nonostante ci aspettassimo da loro ben altro, e dunque sarà necessario capirne il motivo.
Frizioni fra i vescovi italiani?
In effetti, non possiamo escludere un terzo fattore: tra gli stessi vescovi potrebbero esservi state delle discussioni o delle «questioni» in gioco – probabilmente polarizzanti e clericali – che ignoriamo, ma che in definitiva li hanno orientati verso scelte di mediazione, all’apparenza deludenti e criticabili, proprio perché non ne conosciamo i presupposti.
Tra quest’ultimi potrebbero certamente rientrare le aspettative che i vescovi, soprattutto se cardinali, immaginano abbia il nuovo pontefice riguardo il cammino sinodale italiano e da cui sono sempre un po’ intimoriti (in reta già si parla di Cei che “cambia tono” o di cammino “riconvertito”).
Un altro presupposto potrebbe anche essere costituito dal fatto che, come segnalato (qui nel commento del 2 giugno) da Giovanni Salmeri, le linee di orientamento sono sostanzialmente “farina del sacco” del cardinale Repole: dato che in caso di non riconferma del cardinale Zuppi a presidente della CEI (per il quinquennio 2027-2032) già si vocifera che un possibile successore potrebbe essere proprio l’arcivescovo di Torino, ecco che un’impaurita forma mentis presbiterale (prima ancora che episcopale) potrebbe aver ragionato secondo la logica del “lega l’asino dove il (futuro) padrone vuole”.
Anche perché, come vedremo (nel caso del cristocentrismo), una parte dei vescovi potrebbe aver valutato questo “dove” (non condiviso) come facilmente declinabile nel senso (polarizzato) da essi preferito. Se così fosse, sarebbero tali presupposti a nascondersi dietro – e a determinare – le forme linguistiche delle linee in questione che, perciò, appaiono non chiare circa i motivi di fondo, un po’ confuse riguardo i processi da attivare, fortemente a rischio di risultare inadeguate rispetto agli obiettivi proposti.
A questo punto, contrariamente a quanto pensano i “disfattisti” – «ancora perdiamo tempo con i documenti dei vescovi italiani?» – e gli “aziendalisti” – «perché tergiversare nell’applicazione dei documenti dei vescovi italiani?» -, proprio l’onestà e la lealtà verso i nostri vescovi – e la Chiesa italiana tutta – ci dovrebbero spingere ad individuare più chiaramente di quanto fatto sinora sia gli eventuali motivi di delusione e criticabilità di tali linee, sia quanto queste (ipotizzabili) discussioni o «questioni» tra presuli (di cui siamo all’oscuro) siano polarizzanti e clericali, di conseguenza confuse e inadeguate nella sintesi linguistica che le esprime e, quindi, fondamentalmente controproducenti per tutto il popolo di Dio.
Dove sono teologi e teologhe?
Un siffatto lavoro di scavo, però, richiede questa volta una discussione teologica molto più ampia di quella che di solito è stata riservata al cammino sinodale, soprattutto italiano. Non è possibile che ad intervenire siano sempre, con la consueta generosità, i soli Albanesi, Grillo, Neri (per quanto attiene a quello italiano) o Dianich e Coda (per quello della Chiesa universale).
Questa volta sarebbe quasi doveroso che intervengano anche teologhe e teologi che hanno seguito da vicino il cammino sinodale italiano – come i lombardi Zanchi e Costa, i toscani Noceti e Clemenzia e i pugliesi Mignozzi, Zaccaria e Nacci; o teologhe e teologi che trattano problematiche poste al centro del cammino sinodale italiano ma a rischio, se fosse confermato questo secondo “scandalo” sinodale, di essere tra le prime “vittime” di quest’ultimo – penso a Migliorini o Piva per la questione LGBTQ+ e a Segoloni o Horak (o alle altre donne del direttivo CTI) per la questione femminile.
Senza tralasciare chi è abituato ad intervenire nel dibattito pubblico, soprattutto in rete, come Lorizio, Staglianò, Cosentino, Linda Pocher, ovvero sui quotidiani, come Sequeri (per ora stranamente silente).
In attesa allora che qualche “colpo” lo battano anche loro, proporrò in un contributo successivo la mia ipotesi interpretativa delle linee in questione, la quale si reggerà su due nodi centrali – un cristocentrismo che oscura quasi del tutto una ritrovata (grazie al cammino sinodale) confidenza con il ruolo dello Spirito; e un rovesciamento del rapporto di causa ed effetto (emerso dal cammino sinodale) tra “rottura vita-vangelo” e “mancanza della (trasmissione della) fede” – dai quali poi farò dipendere l’interpretazione e il giudizio relativi al senso delle altre priorità individuate dai vescovi italiani.
- In collaborazione con il sito Vino Nuovo (qui).






Rasoio di Occam: per avere sinodalita’ serve partecipazione, se le Chiese sono vuote chi si dovrebbe fare carico del sinodo? Alla fine diventa solo un impegno in più per quei pochissimi che ancora frequentano.