Sinodalità tra tabù e totem

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Sembrano essere tempi grami per la sinodalità nella Chiesa italiana: per alcuni un tabù da esorcizzare, per altri un totem da brandire. Questo a livello di opinione pubblica ecclesiale, quello delle parole.

Poi ci sono le pratiche, la lunga esperienza sinodali di molti cattolici e cattoliche italiane – non sempre semplice, perché non tutto è filato come l’olio; ma sicuramente un soggetto collettivo prezioso per la nostra Chiesa, ora che portano questa esperienza nei luoghi del loro vissuto di fede.

La lettera rubata

Questo soggetto andava onorato e rispettato meglio di quanto abbiano fatto la scorsa settimana i vescovi italiani riuniti per la 82a Assemblea Generale. Nel mese di novembre del 2025 l’assemblea sinodale italiana approvava il documento di sintesi Lievito di pace e di speranza. Sono passati 6 mesi, e la CEI ha annunciato la settimana scorsa l’approvazione del documento Radicati e costruiti in Cristo. Linee di orientamento per l’attuazione del documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiesa che sono in Italia.

Il documento è stato addirittura presentato il 24 maggio – secondo il quotidiano della CEI Avvenire. C’è solo un piccolo problema. Il documento non c’è – ancora; il resto della Chiesa italiana non ha ancora modo di leggerlo (un documento col medesimo titolo, e con struttura corrispondente a quella presentata dai cardinali Zuppi e Repole, naviga nascosto nel sito della diocesi di Siena).

A livello di comunicazione, «presentare» un documento che nessuno, a parte i vescovi, ha ancora in mano è un controsenso. Dopo qualche indagine da parte di un collega di SettimanaNews, si viene a sapere che devono essere recepite nel testo delle osservazioni fatte in Assemblea.

A detta del presidente della CEI, card. Zuppi, le Linee di orientamento sono un testo breve e agile (nella versione PDF accessibile sul sito della diocesi di Siena ca. 15/16 paginette A4) – quante osservazioni sono state avanzate in Assemblea dai vescovi per non riuscire a mettervi mano durante i lavori?

Non era, forse, meglio fare in modo che le osservazioni fossero indicate prima e assemblate nel testo così da poter procedere a una pubblicazione contestuale durante l’Assemblea generale? Questo è il modo di procedere delle grandi conferenze episcopali europee, che, quando devono approvare un documento, lo pubblicano immediatamente e lo presentano (testo alla mano) in una conferenza stampa sensata – ossia, dove è possibile rivolgere ai vescovi delle domande sul testo stesso.

I nodi centrali e i problemi aperti per ciò che concerne la sinodalità della e nella Chiesa italiana sono già stati esposti con garbo e cortesia da Sergio Ventura su questo sito. Che la vicenda del documento CEI di attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale italiano sia molto simile a quella della «Lettera rubata» di Poe, conferma la pertinenza – e l’urgenza – di quanto da lui scritto.

Nel complesso, quando la CEI è intervenuta di prima mano nel processo sinodale italiano ha dato segni di quello che, a prima vista, potrebbe sembrare un certo dilettantismo sprovveduto. Assommando le sue mosse, da un documento di sintesi rimandato al mittente dall’Assemblea sinodale al documento di attuazione che (ancora) non c’è, quella della sinodalità sembra essere pratica ecclesiale che i vescovi italiani cercano di esorcizzare – allungando i tempi, forse nella speranza che finisca nel dimenticatoio dei bei sogni rimasti tali.

Contro i sinodalisti radicali

Ma la sinodalità nella Chiesa italiana entra in sofferenza anche su un altro versante. Quello di un radicalismo della sinodalità che, nella versione proposta da Vergottini su questo sito, finisce per duplicare il modello di configurazione della Chiesa cattolica che attraverso la sua pratica dovrebbe essere rifondato.

Il campanilismo del cattolicesimo italiano andrebbe superato attraverso quell’universalismo che rappresenta la natura del cristianesimo. Questo in nome della sinodalità. Se si applica questo modo di intendere la sinodalità su scala universale si corre il rischio di legittimare sinodalmente il più ferreo centralismo vaticano.

Smantellare il cristianesimo reale che vive in un luogo per dare forma a un cristianesimo globale senza luogo. Che è esattamente il problema in cui si è impantanata la Chiesa cattolica, almeno da un secolo a questa parte.

La sinodalità non procede per Aufhebung verso una sintesi superiore che si lascia alle spalle i frammenti dialettici a cui essa si deve, ma attraverso processi di convocazione dei frammenti (locali e reali) al fine di metterli in rete tra loro per apprendere gli uni dagli altri. E arrivare a decisioni, su livelli diversi, nelle quali i frammenti possano riconoscersi senza doversi necessariamente rispecchiare in una perfetta medesimezza.

Al tempo stesso, la sinodalità chiede la capacità della fede e un senso per il cattolicesimo reale capaci di accogliere e sostenere il fatto che il modo di essere della Chiesa nella sua unità possa essere declinato in maniera diversa nei molti territori del nostro mondo. Il tentativo di uniformare ovunque la Chiesa cattolica nell’unicità universale di un (solo) modo non solo si mostra oggi non essere più viabile, ma ha fatto vittime ingenti – tra gli esseri umani e le culture.

Una Chiesa capace della sinodalità, come pratica e non come teoria prodotta in laboratorio, chiede di essere all’altezza della disseminazione del Vangelo – del suo essere in luoghi, storie, contesti, che non sono mai il medesimo.

Se c’è una eventuale dispersione, come afferma Vergottini, non è eliminando i soggetti inferiori che si mette in campo una buona sinodalità; quanto piuttosto tessendo la trama di legami che permettano ai frammenti di rimanere tali – senza trasformarsi nel mostro di una totalità senza volto, storia e radicamento nella vita di tutti i giorni.

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