Il Risorto

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La risurrezione costituisce il fulcro polarizzatore attorno al quale si è venuta a creare progressivamente la tradizione orale e poi scritta da parte della comunità dei discepoli di Gesù, confluita più tardi nei quattro resoconti dei vangeli. La memoria collettiva diventò in tal modo anche memoria culturale, un quadro sintetico entro cui ritrovare i punti di riferimento e i criteri di valutazione che guidano la vita dei credenti in Cristo Gesù.

La risurrezione si pone come culmine e vertice della storia di Gesù – oltreché della storia delle parole e delle azioni salvifiche di Dio nel popolo di Israele – e punto prospettico di forza e di vita per il futuro delle comunità cristiane. Ogni evangelista ricupera e rielabora la tradizione che, risalendo a ritroso dalla risurrezione alla passione, alla vita di Gesù a partire dal battesimo al Giordano (Mc) e all’infanzia (Mt – Lc), arriva alla preesistenza del logos divino (Gv). Guardando in avanti, la risurrezione diventa il criterio di lettura dell’origine della storia dei discepoli, della Chiesa del periodo ad esso coevo e di quello futuro, nonché della storia dell’intera umanità (At).

Nella sua opera, ogni evangelista scrive in funzione dei bisogni della propria Chiesa di riferimento, ricuperando e rielaborando le tradizioni su Gesù più adatte a rispondere alle necessità dei loro destinatari.

Massimo De Santis, docente della Gregoriana, dottore in Teologia biblica, suddivide la sua opera in due parti, più un epilogo. Chiudono il volume la bibliografia (pp. 193-202), l’indice delle fonti (pp. 203-218) e dei nomi (pp. 219-221).

Nella prima parte (cc. I-IV, pp. 17-128), l’autore espone brevemente la teologia – non l’esegesi – dei racconti evangelici, esponendo le peculiarità teologiche di ciascun evangelista.

Nella seconda parte (pp. 129-182), egli compie un percorso a ritroso: dalle tradizioni risale all’evento della risurrezione di Gesù.

Tentiamo di far trasparire la ricchezza del testo di De Sanctis con alcuni brevi assaggi della sua riflessione, riportando talvolta per esteso il suo denso pensiero.

Marco e Matteo

Mc 16,1-8 sottolinea il fatto che il Crocifisso è risorto. Le donne che si avvicinano al sepolcro manifestano incongruenze tali che il lettore capisce che l’evangelista vuole dire che il fatto della risurrezione le anticipa, le supera e le spiazza. Il giovane in bianche vesti – che può esser Cristo risorto (questo sembra essere l’opinione di De Santis) – fa constatare l’avverarsi della parole di Gesù sul fatto e sull’appuntamento in Galilea. Le parole performative di Gesù attuano la potenza del Risorto, che non è più lì, ma è stato risuscitato, pur rimando il Crocifisso per sempre.

Marco evita di narrare apparizioni pasquali, che nel suo ambiente romano potevano esse confuse con la credenza comune circa il girovagare di anime attorno alle tombe.

Il finale brusco del vangelo invita a rileggere tutto il racconto precedente alla luce della pasqua e a diventare effettivi proclamatori della “buona notizia” attraverso la propria conversione dalle precedenti deformazioni dell’immagine divina, delle aspettative messianiche e delle illusioni dell’immaginario religioso per accogliere il vero mistero di Dio sulla strada nuova e sorprendente inaugurata da Gesù e che va prolungata.

In questo modo si supera il fallimento delle donne. «La paura e la defezione delle donne mette in luce in modo lampante il contrasto tra la “fedeltà” di Gesù e l’“infedeltà dei discepoli”» (p. 27), oltreché rinviare, per contrasto, alla professione di fede del centurione. Il lettore è invitato a riconoscere la proclamazione della risurrezione di Gesù nelle performances del Gesù terreno (p. 32). Nel progetto narrativo (livello della scrittura) di Mc 1,1 si narra la storia di Gesù (genitivo soggettivo), mentre nel programma discorsivo si proclama la buona notizia di Gesù (Mc 1,1 genitivo oggettivo). In ogni parte del vangelo i dispositivi testuali rimandano alla necessità di scoprire l’identità profonda di Gesù, la sua verità invisibile, la dimensione del “mistero”, del “segreto”.

La comunità romana di Marco «cerca di vivere una comunione di vita con Gesù al servizio dei fratelli (cf. Mc 10,45)» (p. 34) ma non deve presumere di non essere minacciata da defezioni (cf. la figura di Pietro). Solo Gesù è fedele e non abbandona i suoi, nemmeno la comunità perseguitata di Roma che ha visto uccidere Pietro, in un contesto di “gelosia” (Lettera di Clemente ai Corinzi 5,2-4). È solo Dio che conduce la storia della salvezza. Gli uomini sono sempre infedeli e bisognosi di conversione. La fede nella risurrezione va mantenuta, pena il pericolo di cadere nella mancanza di speranza, nella rassegnazione, «o nell’impazienza di vedere già ora il Regno di Dio, o la ricerca di mezzi mondani ritenuti più efficaci della strada percorsa da Gesù» (p. 34).

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Mt 28,1-20 sottolinea, da parte sua, il dato teologico che il Risorto è il “Dio con noi”. Il racconto si articola in una doppia rivelazione alle donne tramite un’angelofania e una cristofania. Dopo il racconto della custodia del sepolcro, viene narrata la cristofania agli Undici e l’invio missionario.

Secondo De Santis è meglio parlare di incontri pasquali e non di apparizioni, in quanto le ultime possono lasciare invariato il destinatario della percezione visiva e uditiva, mentre l’incontro comprende un rapporto interpersonale che porta al cambiamento dell’interlocutore. (Nel corso dell’opera l’autore non sembra essere sempre coerente con questa scelta terminologica). Il potere del Risorto fonda la forza della sua parola circa il mandato missionario.

Nel brano c’è una forte concentrazione cristologica, con precise conseguenze ecclesiologiche ed etiche. «La Chiesa è la “scuola” permanente di Gesù; i discepoli dopo il battesimo devono continuare a frequentare la comunità cristiana, per ascoltare la parola del Figlio di Dio, scritta nel “testo” evangelico di Matteo che diventa ormai indispensabile per la sequela di Gesù» (pp. 56-57). «La decisiva novità etica proposta da Matteo ha il suo presupposto nella partecipazione dei discepoli, mediante il battesimo, alla vita del Dio trinitario che li rende “fratelli” del Risorto» (p. 57). Si appartiene alla famiglia di Gesù non per ragioni etniche, sociologiche, ministeriali o di velleità formale, ma dal «fare la volontà del Padre» in modo molto concreto. Il discepolo deve mettere in pratica, con le parole e con la vita, l’insegnamento di Gesù, ricreando la perfezione della donazione di sé, in un amore illimitato, nel distacco dal denaro.

La giustizia superiore richiesta da Gesù è la pratica dell’amore concreto e senza limiti verso Dio e verso i fratelli che solo Gesù ha compiuto con la sua vita, la sua morte salvifica (cf. Mt 26,28) e la sua risurrezione, che spalanca l’orizzonte salvifico a tutti i popoli. Gesù risorto resterà per sempre in modo continuo nella sua Chiesa (cf. Mt 1,23; 28,20). Nel Vangelo di Matteo Gesù si rivela essere il Risorto che rimane per sempre il crocifisso Figlio di Dio (cf. Mt 28,5), l’Emmanuele vivo e operante fino alla fine della storia. «Dal racconto di Mt 28,1-20 emerge una figura di Gesù quale salvatore dalla portata universale, onnicomprensiva e paradigmatica» (p. 60). Con la salvezza universale raggiunta con la morte e la risurrezione, Gesù risolve il conflitto con Israele, con una riconciliazione sancita dal battesimo.

Vista la particolare sensibilità di Matteo per il mondo giudaico, è delicato il paragrafo di p. 60 su Israele, non esente – a mio parere – da alcune espressioni suscettibili di discussione ulteriore. Lo riportiamo per esteso. «Israele non è escluso dalla partecipazione al nuovo popolo di Dio. I suoi leader sono stati strenui oppositori di Gesù fino alla sua condanna a morte. Con la loro costante opposizione hanno consentito la perdita da parte dell’Israele storico del suo ruolo di popolo eletto da Dio (Mt 15,13-14; 21,37.43; 22,7; 27,20-26); nel suo piano provvidenziale, però, Dio estende la salvezza all’umanità intera, per mezzo della morte del suo Figlio foriera di perdono dei peccati (Mt 26,28): questa parola di salvezza verrà annunciata dai discepoli a tutte le genti». I discepoli riconciliati dal Risorto hanno ricevuto lo statuto di “fratelli”. «Con la risurrezione ha inizio una ‘nuova era’, il tempo della Chiesa, il nuovo popolo di Dio, che proseguirà la sua marcia con il Signore fino alla parusia» (pp. 60-61).

Luca e Giovanni

La risurrezione costituisce il cuore pulsante dell’opera di Luca. De Santis esamina la ricchezza teologica di Lc 24 e At 1–5.

Luca è l’unico evangelista ad aver congiunto la storia di Gesù con quella delle origini del movimento cristiano, istituendo una linea di continuità tra la memoria storica di Gesù e quella dei suoi discepoli. «Gesù è la figura cardine della storia della salvezza, perno della continuità tra la storia che Dio ha costruito con Israele e quella che continua a costruire con il popolo santo, la comunità cristiana della quale sono ormai parte integrante, anzi preponderante, i gentili» (p. 63). La risurrezione di Gesù è narrata alla conclusione del Vangelo e anche all’inizio di Atti tramite la ripresentazione delle apparizioni – l’autore aveva detto di preferire il termine “incontri” – e dell’insegnamento del Risorto, dell’ascensione al cielo di Gesù e via via fino alla Pentecoste e ai sommari della vita della prima comunità cristiana (At 2,42-48; 4,32-37; 5,12-16).

Nel Vangelo e in Atti la risurrezione riceve in Luca uno spazio narrativo molto ampio e segmentato in tappe successive: la tomba vuota e l’annuncio, l’incontro con i discepoli di Emmaus – così nell’indice di p. 224; a p. 64 l’autore parla di “apparizione” –, l’incontro con i discepoli riuniti, l’ascensione al cielo, la Pentecoste e gli effetti della risurrezione sulla comunità e nella storia.

La risurrezione di Gesù narrata in Luca ha una matrice prettamente teologica: «l’evento, infatti, scaturisce dall’iniziativa del Dio di Gesù, che dona vita laddove il Figlio era stato ucciso in croce» (pp. 95-96). Luca condensa tutti gli eventi pasquali a Gerusalemme, in quanto vuol evidenziare che «la risurrezione è l’apice della storia della salvezza, condotta da Dio attraverso il suo popolo Israele, del quale la città è metonimia» (p. 96). Gesù adempie le profezie veterotestamentarie e quindi, anche, la speranza di Israele. Luca si riferisce costantemente alle Scritture di Israele per evidenziare che Dio conduce la storia della salvezza.

La risurrezione è il vettore primario della cristologia. In Luca, Gesù è l’esegeta unico. Il Risorto implementa la lettura cristologica delle Scritture. La risurrezione porta a termine il processo di comprensione della figura di Gesù di Nazaret: «Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (At 2,36).

La risurrezione di Gesù ha, inoltre, una valenza soteriologica, in quanto l’incontro col Cristo risorto produce il perdono dei peccati, esperienza di salvezza. Il perdono sperimentato diventa, grazie allo Spirito Santo, la forza per diventare autentici testimoni del Risorto. «Le tre dorsali tematiche principali del racconto della risurrezione, l’attivazione della memoria, la conversione e il perdono dei peccati e, infine, la testimonianza dei discepoli, convergono nell’azione missionaria della Chiesa narrata lungo tutto il libro degli Atti. La testimonianza apostolica infatti è l’attualizzazione, il memoriale, della risurrezione nel tempo presente» (p. 96).

La risurrezione di Gesù, infine, ha una portata ecclesiologica: le apparizioni ai singoli e ai piccoli gruppi convergono verso l’apparizione a tutta la comunità, rappresentata dagli Undici, dal resto dei discepoli e dalle donne.

In conclusione, l’autore nota che «per Luca l’evento della risurrezione, storicamente unico, irripetibile, scioccante, ha una valenza performativa continua e costante nella sua proclamazione: dal Cristo risorto proviene la salvezza divina che permea il tessuto della storia umana e raccorda il presente della comunità cristiana di Luca col passato d’Israele e col futuro della Chiesa universale» (p. 97).

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I capitoli conclusivi del Vangelo di Giovanni (Gv 20–21) narrano l’incontro dei discepoli col Risorto e le sue conseguenze ecclesiali. In Gv si rinviene non un racconto unitario, ma due racconti. Il primo (Gv 20) si focalizza sul rapporto tra il Risorto e la fede dei discepoli. Il discepolato è posto dinanzi alla tomba vuota (20,1-10); a ciò segue la serie di incontri tra il Risorto e Maria di Magdala (vv. 11-18), i discepoli riuniti (vv. 19-23) e infine Tommaso (vv. 24-29). Il secondo racconto (Gv 21) ha per tema teologico la presenza del Risorto nella comunità ecclesiale. Essa è espressa tramite il racconto del pasto sul lago di Tiberiade (Gv 21,1-14) e la chiarificazione circa la rispettiva funzione di Pietro e del Discepolo Amato nell’ambito ecclesiale (vv. 15-24).

Dalle tradizioni all’evento della risurrezione di Gesù. La sua storicità

Nella seconda parte del volume De Santis compie un percorso a ritroso che parte dalle tradizioni per risalire all’evento della risurrezione di Gesù (cc. V-VI, pp. 129-182).

Tomba vuota e racconti di incontri

In un primo momento egli verifica la consistenza delle tradizioni ecclesiali previe alla stesura dei racconti evangelici (c. V, pp. 129-142).

L’autore si concentra dapprima sulla tradizione circa la tomba vuota e sui racconti degli incontri pasquali di Cristo risorto con i suoi discepoli.

Elementi comuni di questi ultimi sono il fatto “visivo”, l’assenza di un riconoscimento immediato, il mandato missionario. Anche l’elemento del pasto comune di Luca e Giovanni è ripreso dalla finale lunga o spuria di Marco e da Ignazio di Antiochia. Il primo incontro pasquale avviene, infine, «il primo giorno della settimana», che coincide con la tradizione del «terzo giorno» (1Cor 15,4), l’odierna domenica, giorno senza fine della risurrezione del Signore.

Elementi divergenti sono innanzitutto il luogo degli incontri: Galilea (Mt-Mc-Gv) e Gerusalemme (Lc). Ambedue si fondano su fatti precedenti ben conosciuti dagli evangelisti: la visione del Risorto da parte delle donne presso il sepolcro la domenica mattina e la presenza di alcuni discepoli nei paraggi della città santa (Pietro e i due di Emmaus). Per De Santis «non sembra che una delle due tradizioni sia necessariamente posteriore all’altra (…) anche quella gerosolimitana è, quindi, una tradizione antica non meno di quella galilaica» (p. 135).

Il tipo della tradizione galilaica (Mt 28,16-20) sembra rispondere ai racconti di vocazione e missione dell’AT, mentre la struttura degli incontri pasquali del tipo gerosolimitano presenta una configurazione tripartita: apparizione, riconoscimento e invio in missione. Nel NT i due schemi convivono nella loro complementarità. «La coesistenza sincronica dei due modelli appare necessaria in quanto la tradizione galilaica segna la fine della storia per opera del Figlio dell’uomo, figura apocalittica del Signore esaltato, quella gerosolimitana, invece, prospetta il Cristo risuscitato operante attualmente nella storia dei lettori» (p. 137).

Alcuni incontri del Risorto sono stati raccontati molte volte all’interno delle varie comunità e acquisirono quindi una cornice narrativa più ampia. Tre sono i temi centrali, che qualificano una specie di sottogenere letterario: il riconoscimento del Risorto, l’attenzione alla corporeità e al pasto, il perdono dei peccati e l’invio missionario dei discepoli.

Dalle tradizioni alla storicità

In un secondo momento della seconda parte De Santis risale dalle tradizioni alla storicità dell’evento che ne è alla base (c. VI, pp. 143-182).

La storicità della risurrezione è stata spesso negata in passato in quanto essa appartiene alla realtà metastorica, che è chiaramente non valutabile con i consueti criteri storiografici. Questo rimane vero. Essa è un evento liminale che si pone sulla soglia tra storia e metastoria, ma lascia dietro a sé sia evidenze storiche che misteri insondabili con criteri umani. L’affaccio sul mistero è possibile a partire dalla valutazione degli effetti sorti dall’incontro dei discepoli col Cristo risorto. «La risurrezione, infatti, imprime un’“impronta” nella storia umana che suscita seri interrogativi e induce a ricercare la sua origine» afferma l’autore nell’Introduzione al suo studio (pp. 7-16, qui p. 11).

Nella sua ricerca De Santis si sofferma su due punti: la tomba vuota e i racconti di incontro (pp. 143-147).

Egli studia dapprima sugli indizi di storicità presenti nella tradizione della tomba vuota. La fede nella risurrezione nasce dagli incontri pasquali. L’elemento della tomba vuota recupera un fenomeno ambiguo, esposto a diverse possibile congetture Non c’era necessità di inventarsi la scena delle donne al sepolcro la mattina per certificare il messaggio che Cristo era risorto. Altro elemento di storicità è la presenza di parenti, e segnatamente di donne, alla tomba di un defunto. È una caratteristica di tutte le civiltà antiche del Mediterraneo. La scoperta di essa da parte delle donne, testimoni meno attendibili degli uomini, è indice di storicità.

La menzione della tomba vuota non è presente in 1Cor 15. Non ha senso infatti in un periodo successivo alla formulazione di confessioni di fede, come quella di 1Cor 5,3-8. In essa si sottolinea che «solo le apparizioni a personalità maschili autorevoli, o a interi gruppi ecclesiali, garantiscono la fede nella risurrezione di Gesù» (p. 145).

Va ricordato che l’annuncio della risurrezione fisica comprende necessariamente l’esistenza di un sepolcro vuoto. I sospetti del trafugamento del corpo indicano implicitamente l’esistenza di una tomba vuota. Presso il sepolcro non ci fu nessuna testimonianza di culto o di una forma di venerazione, come accadeva normalmente nel mondo giudaico. Se i discepoli avessero trafugato il corpo di Gesù, lo avrebbe posto in uno spazio onorevole e curato che sarebbe certamente diventato luogo di venerazione.

Vari sono gli indizi di storicità presenti nella narrazione degli incontri del Risorto con i discepoli. Gli incontri con le donne furono i primi, ma i loro racconti furono in seguito ridimensionati. Le convergenze e le divergenze nei racconti di incontri pasquali e la formula di 1Cor 15 testimoniano a favore «che l’incontro tra il Risorto e gli undici/dodici si sia realmente verificato» (p. 147). Numerose persone attestano di aver incontrato il Risorto. Gli incontri con i Dodici (cf. 1Cor 15,5) fondano la fede della Chiesa.

Efficace la sintesi finale di De Santis su questo punto. La riportiamo per esteso: «Dopo gli incontri, i suoi discepoli non hanno più nutrito dubbi sull’identificazione tra il Gesù crocifisso e il Risorto; essi hanno ritenuto la risurrezione dai morti un evento reale. Gli incontri, infatti, non sono assimilabili a visioni interiori o esperienze mistiche o pietiste, ma a esperienze oggettive di tipo reale. Tali esperienze, inoltre, hanno avuto luogo per iniziativa esclusiva del Risorto, al di là di ogni possibile attesa dei discepoli. La manifestazione del Risorto ha implementato la fede dei discepoli, che quindi risulta essere un dono esogeno» (pp. 147-148).

Dagli effetti storici alla causa

Il nucleo della risurrezione è trascendente, metastorico, ma assume anche contorni, certamente sfumati, ma verificabili storicamente. «Solo un evento eccezionale come l’esperienza di un incontro con Gesù post-mortem vissuto dai discepoli riesce a spiegare una serie di fenomeni storici da esso derivati e di natura correlata: lo slancio missionario del nuovo discepolato, l’originalità e l’imprevedibilità dell’incontro, la discontinuità con la concezione della risurrezione del giudaismo, l’inconciliabilità con le concezioni post-mortem greco-romane, la diffusione del cristianesimo e la fede del nuovo movimento in un Dio trinitario» (pp. 149-150). De Santis analizza ciascuno di questi sei effetti storici risalenti a una causa da ipotizzare con certezza.

L’autore affronta, infine, il problema dell’adozione del registro linguistico. La comunità cristiana opera la scelta di una categoria concettuale che poi si esplica in una pluralità di modalità espressive del fenomeno.

La categoria scelta è dovuta al fatto che «l’esperienza del contatto col Risorto era irriducibile a qualsiasi altra categoria del post-mortem fino ad allora elaborata». De Santis menziona come inadeguate la categoria concettuale della traslazione o rapimento in cielo e quella dell’immortalità dell’anima. Si scelse la categoria giudaica della risurrezione, ma collocando l’accadimento dell’incontro con Gesù nel mezzo della storia umana e non alla fine dei tempi.

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Le modalità espressive della nuova realtà di Gesù esistente in una dimensione del tutto atipica, in una forma di vita presso Dio incorruttibile ed eterna, furono rinvenute nel campo metaforico, consueto nell’esperienza religiosa, «impegnando lessemi appartenenti ai nuclei tematici, propri dell’uso linguistico ebraico ed ellenistico, del “risveglio-rialzamento”, della “vita” e dell’“esaltazione”, per poter esprimere la performance potente di Dio avvenuta in Gesù» (p. 172). Nella comunità primitiva ci fu lo sforzo costante di interpretazione teologica dell’evento della risurrezione di Gesù, unitamente all’instancabile ricerca delle categorie più idonee ai destinatari del messaggio.

Il messaggio dei racconti evangelici della risurrezione

Nell’Epilogo (pp. 183-192) De Santis riflette infine sul fatto che l’«evento pasquale, la morte e risurrezione di Gesù, è il vertice della rivelazione teologica, cristologica e antropologica» (p. 181).

La risurrezione di Gesù è stata vista come la definitiva rivelazione cristologica. Gesù è stato fatto da Dio «Signore e Cristo». Gesù come Messia è il pieno compimento delle categorie messianiche presenti nell’AT e, innalzato alla destra di Dio, in qualità di Signore può donare lo Spirito Santo alla sua Chiesa con pienezza di potenza.

La risurrezione è anche una definitiva rivelazione teologica. Dio è infatti il protagonista dell’evento della risurrezione di Gesù, soggetto implicito dei verbi passivi (passivum divinum) disseminati nei testi. «Il Dio di Gesù Cristo si rivela come colui che da sempre è salvatore: egli nella sua infinita bontà e potenza (cf. Ef 1,19) ha ordinato la creazione del mondo e la storia umana alla risurrezione di Gesù dai morti, inizio dell’eschaton, il tempo nuovo e definitivo della salvezza; attraverso la risurrezione del Figlio incarnato, Dio realizza le promesse di redenzione e di giustizia fatte a Israele, e quindi adempie la speranza di Israele» (p. 187).

La risurrezione di Gesù è, infine, una rivelazione antropologica. Manifestando l’identità divina di Gesù e amore misericordioso di Dio, la risurrezione ha modificato lo statuto antropologico e cosmico. Le lettere di Colossesi ed Efesini sviluppano la portata cosmica della risurrezione di Gesù, mentre i Vangeli accennano alle conseguenze antropologiche della stessa. L’incontro col Risorto «trasforma l’esistenza dei discepoli, i quali sperimentano il perdono divino e, grazie a questo, sono pronti a iniziare la missione di evangelizzazione» (p. 187).

Il volume di De Santis costituisce un ottimo lavoro di riflessione complessiva sui dati teologici principali emergenti dalla narrazione pasquale contenuta nei vangeli, lasciando aperto lo spazio per discussioni ulteriori. Esso integra felicemente i risultati dell’analisi esegetica esposti in opere vertenti sul medesimo tema. Il dettato è estremamente conseguente, ben informato, sorvegliato, ma accessibile a studenti di teologia e a persone con un bagaglio minimo di conoscenza dei testi biblici.

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