I vescovi e la bomba

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I 75 anni di distanza dai bombardamenti atomici a Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945) hanno motivato gli interventi degli episcopali di USA, Giappone e Germania. I primi due sono i popoli interessati più direttamente, mentre la Germania è stata all’origine del conflitto mondiale.

Oltre alla memoria del drammatico evento che ha visto la morte di 250.000 persone, vi è l’attuale insensata corsa al riarmo atomico. Il vescovo David Malloy (Rockford – USA) e Joseph Mitsuaki (Nagasaki – Giappone) scrivono: «Finché vi è la percezione che le armi possano contribuire alla pace, sarà difficile ridurre il numero di armi nucleari nel mondo, e tanto meno abolirle».

Una settimana prima era intervenuto il presidente dei vescovi americani, mons. Jose Horacio Gomez, per invitare i governati ad abolire tutte le armi di distruzione di massa. Contestualmente aveva avviato una campagna per invitare i fedeli a scrivere ai membri del Congresso americano per estendere la validità del trattato sulla moratoria delle armi nucleari fra USA e Russia. I due paesi hanno il 90% delle oltre 16.000 testate nucleari.

In una dichiarazione comune (31 luglio) il presidente della commissione Giustizia e pace della Conferenza episcopale tedesca, mons. Heiner Wilmer, e il commissario per la pace del Consiglio delle Chiese evangeliche (EKD), Renke Brahms, hanno scritto: «La guerra nucleare e la deterrenza non sono fantasmi della storia» e la corsa al riarmo atomico sta conoscendo un nuovo sviluppo. «Guardare al passato è un promemoria per il presente e il futuro. Stiamo vivendo una drammatica de-regolamentazione degli accordi internazionali sulle armi nucleari e della politica degli armamenti. All’interno della crisi diplomatica internazionale (la dismissione del multilateralismo, ndr.) aumenta il pericolo prossimo di un conflitto nucleare».

La spinta alla modernizzazione dei sistemi di armi nucleari per mantenere la loro disponibilità operativa confligge paradossalmente anche con i nuovi scenari operativi bellici (guerra cibernetica, terrorismo, guerre commerciali). Sia la Chiesa cattolica che quelle protestanti sono state critiche verso le armi nucleari: anche il prudente consenso alla deterrenza del passato era condizionato al non uso delle armi di distruzione di massa che «non può essere giustificato eticamente». «Più recentemente, in entrambe le Chiese sono aumentate le voci critiche sia relativamente all’uso che alla strategia della deterrenza».

«In memoria delle vittime del 6 agosto 1945 chiediamo congiuntamente ai responsabili della politica di compiere seriamente dei passi verso un mondo privo di armi nucleari». Un primo segnale è quello di ratificare il trattato di non proliferazione nucleare approvato dall’ONU nel 2017. Dei 193 paesi che si sono pronunciati a favore, 82 l’hanno firmato, ma solo 40 l’hanno ratificato. È necessario arrivare a 50 perché esso possa entrare in vigore come legislazione internazionalmente riconosciuta. Anche il presidente di Pax Christi tedesca e quello di Pax Christi italiana, mons. Giovanni Ricchiuti, si sono pronunciati nello stesso senso.

Il papa si è espresso chiaramente fin dal 2017. «Anche considerando il rischio di una detonazione accidentale di tali armi per un errore di qualsiasi genere, è da condannare con fermezza la minaccia del loro uso, nonché il loro stesso possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale a una logica di paura, che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano».

Parlando ai diplomatici a gennaio di quest’anno, Francesco ha sottolineato l’opportunità della Conferenza di esame dell’ONU sul trattato approvato. «Auspico vivamente che in quell’occasione la comunità internazionale riesca a trovare un consenso finale e proattivo sulle modalità di attuazione di questo strumento giuridico internazionale».

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