Nella Chiesa che cambia / 1

di: Piotr Zygulski
Report coronavirus
«Ma i supermercati…». O dei riti sospesi, prossimità, resistenze e laicità

La pandemia di COVID-19 ha colto tutti alla sprovvista. Non solo le autorità italiane – che, dopo aver arginato con successo il caso dei due turisti cinesi a gennaio, pensavano di fare altrettanto con i pazienti accertati nel lodigiano a partire dal 21 febbraio scorso – ma anche la Chiesa cattolica, dall’ultima delle parrocchie alle più alte gerarchie.

Intendo qui ripercorrere alcuni interrogativi ecclesiali vecchi e nuovi, che in tempo di quarantena e di quaresima hanno acquistato nuova luce e, nell’agone delle risposte pastorali e teologiche, ci aiutano ad avanzare verso la riforma della Chiesa. Come mi diceva padre Bernardo Gianni, abate di San Miniato al Monte di Firenze, «nei mesi scorsi si sono fatte tante parole sul Sinodo dell’Amazzonia, ma ora d’improvviso ci siamo ritrovati un laboratorio ecclesiologico straordinario».

Attacati alle cose di sempre o laboratorio per l’inedito?

Sabato 22 febbraio, con l’insorgere dei contagi, mi stavo confrontando sulle precauzioni da adottarsi – dallo scambio della pace alla comunione sul palmo della mano – nella parrocchia presso cui prestavo servizio; nel mentre, da un presbitero ricevo la notizia che la diocesi di Cremona sospendeva la celebrazione di tutte le Sante Messe, sino a nuova ordinanza; altrove, nessuna disposizione particolare.

Seppur in molte chiese non imposta, ma fortemente caldeggiata, quella della comunione in mano aveva già fatto gridare allo scandalo alcuni fedeli dell’area tradizionalista, che hanno riproposto polemicamente alcuni interventi, anche non recenti, dall’«attacco diabolico all’Eucaristia, che si riceve sulla lingua inginocchiati» denunciato dal cardinal Sarah il 23 febbraio di due anni prima, al vescovo dell’Asia centrale Schneider che considera il divieto della comunione in bocca un «abuso di autorità» e una «mancanza di fede nel sacro e divino carattere del Corpo e del Sangue di Cristo Eucaristico», che a suo dire sarebbe ancor meno igienico riceverlo in mani che «hanno prima toccato maniglie delle porte».

A proposito delle acquasantiere vuote, segnalo (senza fare nomi) chi affermava che l’acqua benedetta non può contagiare, ma anzi «combatte il virus», idem per le piscine di Lourdes secondo Roberto De Mattei, mentre padre Livio Fanzaga su Radio Maria ha definito l’epidemia «un ammonimento dal cielo».

Il primo decreto nazionale giunse in Italia il 23 febbraio. A seguire, in ordine sparso, le varie indicazioni dei vescovi; in molte zone del Nord Italia, anche a seguito di ordinanze regionali, la sospensione delle benedizioni nelle famiglie e della celebrazione comunitaria del mercoledì delle ceneri, rito in alcuni casi recuperato la prima domenica di Quaresima, mantenendo alcune distanze di sicurezza.

Non di sola eucaristia vive la fede

Altrove non è stato possibile farlo; Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, ha dato voce a quel disappunto sulla sospensione delle Messe, definita «una scelta che penalizza solo una componente della città, lasciando aperti altri spazi pubblici frequentati da numeri ben maggiori di cittadini. Mi riferisco ai mercati e supermercati»; frase ripetuta da innumerevoli preti e non.

Dunque, il dpcm del 1° marzo, che differenziava l’Italia in tre zone, prevedendo per i comuni in “zona rossa” la sospensione di «ogni forma di riunione», «anche di carattere religioso», ma consentendo l’apertura dei luoghi di culto a condizione di evitare assembramenti. Con questa medesima condizione, in zona gialla sarebbe stato limitato agli eventi «di carattere non ordinario […] quali, a titolo d’esempio cerimonie religiose».

Se il dicastero alla Sanità della Repubblica di San Marino, che aveva adottato la medesima (ambigua) formulazione, la interpretava nel senso di un permesso per la celebrazione delle Messe feriali poco frequentate, rispettando la distanza “droplet”, i vescovi – «alla luce del confronto con il Governo» italiano – l’hanno letta (con disappunto) invece in modo più restrittivo, come per la “zona rossa”, consigliando però nelle altre zone non interessate di «promuovere gli appuntamenti di preghiera» quaresimali.

Aggravandosi la situazione, si è venuti così al dpcm varato alle prime ore della domenica 8 marzo, quello che vietava sull’intero territorio nazionale «le cerimonie civili e religiose, ivi comprese quelle funebri». Qui l’interpretazione appare chiara, ma in pochi l’hanno recepito direttamente; penso al cardinal Betori a Firenze e al vescovo di Salerno Bellandi, mentre altrove hanno persino dato indicazione di continuare a celebrare. Non è bastato neppure il comunicato stampa 11/2020 della Conferenza Episcopale Italiana, giunta nel pomeriggio di quella domenica.

«Non ha alcun valore. Sui sacramenti legifera il vescovo diocesano; noi obbediamo all’apostolo, lo Stato non esiste», ho sentito dire da un prete pugliese. Nonostante proprio le lettere degli apostoli Pietro e Paolo siano concordi nell’invitare a sottomettersi alle autorità umane. Così in molti hanno continuato a celebrare il giorno dopo, sino alla riunione delle varie conferenze episcopali regionali. E poi da lì, il singolo vescovo ha emanato le proprie disposizioni. Di fatto, le singole parrocchie hanno recepito i provvedimenti governativi e regionali con un ritardo di due giorni.

Le disposizioni ministeriali sono state adottate con restrizioni progressive, inizialmente non uniformi sul territorio nazionale, nel bel mezzo di un’infodemia che ha impedito di cogliere la reale entità del problema; parimenti si può dire di quelle ecclesiali, con una ritrosia dovuta principalmente a due ordini di motivi: la preoccupazione pastorale e quella della laicità.

Così vicini, così lontani

Penso alla posizione di Enzo Bianchi (e con lui il gesuita Bartolomeo Sorge) quando, di fronte alla sospensione delle liturgie «e addirittura funerali partecipati dalla comunità», si domandava se fosse quello il modo per essere «solidale con chi soffre, ha paura e cerca consolazione»; «la Chiesa italiana è lontana dalla gente, dice Enzo Bianchi. Ma Enzo Bianchi è lontano dalla Chiesa», gli hanno risposto dal settimanale della Diocesi di Bergamo, vedendo i propri parroci che iniziavano a morire.

Alberto Melloni lamentava una «prigrizia burocratica di troppo», mentre Andrea Riccardi un «appiattimento della Chiesa sulle istituzioni civili». Raffinato, Franco Cardini ha commentato la perdita del senso del sacro e della morte, che produce reazioni infantili, mentre tra i più accesi sostenitori di una rapida chiusura dei luoghi di culto si esprimeva sui social il canonista Stefano Sodaro.

Sul versante dei movimenti ecclesiali Julián Carrón (CL) ha indicato nella “paura” un nemico ancora più grande della pandemia e Maria Voce Emmaus (Focolari) invitava a «condividere i gesti di amore che sempre possiamo fare» – soprattutto nel dolore – mettendo in circolo «l’antivirus della fraternità» e attenendosi scrupolosamente alle disposizioni delle autorità pubbliche.

A Roma si è passati da un’apertura totale con celebrazioni di Messe a una serrata generale di tutte le chiese nell’arco di quattro giorni, per poi una riapertura parziale il giorno dopo, anche in seguito a un intervento di papa Francesco, con un giro di pressioni che non saprei neppure ben ricostruire: «Non sempre le misure drastiche sono buone». Due giorni prima aveva pregato perché i sacerdoti avessero il «coraggio di uscire e andare dagli ammalati» a portar loro l’eucaristia.

Anche queste parole improvvide – seppur in buona fede, prive dell’accortezza della situazione – avevano destato imbarazzi e sconcerti soprattutto in tempi di coronavirus: innanzitutto perché sembrava smentire le sospensioni precauzionali delle benedizioni nelle case attuate nelle diocesi italiane e inoltre perché poteva incentivare la distribuzione di comunioni a domicilio per i soggetti anziani maggiormente a rischio di contagio o persino già contagiati.

A meno che non si adottino precauzioni sanitarie con bardature professionali per ogni visita (consentite in articulo mortis per i pazienti COVID-19 nelle degenze ordinarie di alcuni ospedali, ma neppure in tutti), o che non si voglia fare una consegna del sacramento nella modalità dei tanti riders in confezioni sigillate, il rischio di veicolare la pandemia è davvero elevato e non è questione di coraggio, bensì di responsabilità. Un clero in quarantena e con decessi sino al 6%, come nel caso della diocesi di Pesaro, oggi sappiamo che non è più una vaga ipotesi. Padre Alfredo M. Tortorella, camilliano che difende le parole del papa, precisa che il loro voto di ministri degli infermi implica l’essere pronti a dare la vita pur di assistere i pazienti ospedalieri, ma nondimeno vieta di esporre gli altri al pericolo di contagi. Abbiamo atteso una settimana dall’intervento di Francesco perché la CEI precisasse alcuni “suggerimenti” per «assicurare ai fedeli che ricevono i sacramenti una adeguata protezione dal possibile contagio virale e prevenire una eventuale infezione del ministro del sacramento», anche al di fuori degli istituti di cura.

Il romanzo e la realtà

Andrea Riccardi, come del resto molti blog di ben altra “area ecclesiale” (cito Radio Spada, La Nuova Bussola Quotidiana, Gloria.tv, Corrispondenza Romana, Marco Tosatti), aveva evocato l’esempio di San Carlo (o di Federigo?) Borromeo che avrebbe continuato ad amministrare i sacramenti, a celebrare liturgie di massa e processioni per fermare l’epidemia.

Ma – come ha fatto notare Betori – nel caso di Federigo Borromeo egli «acconsentì malvolentieri» alla «processione con le spoglie di San Carlo», la quale «non fermò la peste, ma anzi aumentò il contagio. Questo perché il Signore non salva contro la ragione umana, ma ne sostiene il corretto esercizio. Non si deve pretendere che il Signore rimedi alla nostra irragionevolezza, ma aiuti la nostra saggezza!». Sempre il cardinale di Firenze, in un altro intervento è venuto al tema dell’eucaristia: «Ottemperando alle norme dello Stato, siamo invitati a manifestarlo nel gesto di carità fraterna che è evitare che attraverso il riunirsi di un’assemblea si vadano a costituire situazioni di vita sociale che possono favorire il diffondersi del virus».

Il blog Una penna spuntata (poi ripreso da Aleteia, Breviarium.eu, e da don Mauro Leonardi) ha proposto invece l’esempio del venerabile Angelo Ramazzotti, vescovo che vietò il viatico durante l’epidemia di colera del 1854 a Pavia. Sono confortanti le recenti parole del patriarca ecumenico Bartolomeo: «La nostra liberazione da questa angoscia dipende interamente dalla nostra cooperazione. Forse alcuni di voi hanno pensato che queste misure drastiche minano o danneggiano la nostra fede. Tuttavia, ciò che è in gioco non è la nostra fede, è il fedele; non è Cristo, sono i nostri cristiani; non è l’uomo divino, ma gli esseri umani». Queste, in sintesi, le premure pastorali.

Veniamo infine alla cosiddetta “illegale” «indecenza di non far celebrare la Messa in tempo di epidemia» denunciata ripetutamente dal canonista Fabio Adernò. Il canonista manifesta la sua irritazione per la «gravissima omissione dolosa del mandato di Cristo» con la compromissione formale e sostanziale del diritto insopprimibile alla libertà di culto – a suo avviso limitabile solo dal “buon costume” –  «accettata supinamente dall’Autorità Ecclesiastica».

Tra parentesi, in ambito “tradizionalista” questa volta, da un lato, viene invocata la “laicità” per affrancarsi dai provvedimenti statali e, dall’altro, si plaude alla preghiera del sindaco di Venezia alla Madonna della Salute o all’affidamento della Polizia di Stato al patrono san Michele Arcangelo, elementi che evidenziano come anche il concetto di “laicità” rigidamente inteso sia ormai obsoleto in epoca post-secolare, nonché di pestilenza.

Diritto, colpa, peccato

Vito Mancuso ha invece apprezzato l’obbedienza (faticosa) dei vescovi italiani, segno di responsabilità di fronte alla gravità della situazione sanitaria e di rifiuto di deroghe e privilegi clericali: «Quando la politica dispone leggi conformi alla ragione scientifica, [la Chiesa] deve semplicemente obbedire» perché «l’esercizio del bene e della giustizia è molto più importante di qualsiasi atto di culto». Sulla stessa lunghezza d’onda il sapiente musulmano Muhammad Al-Yaqoubi che ha lanciato il suo appello in varie lingue: «Prevenire un danno è prioritario rispetto al conseguire un beneficio».

Dal punto di vista strettamente legale, invece, il prof. Pierluigi Consorti ha chiarito che l’autorità pubblica, in virtù della Convenzione internazionale sui diritti politici, ha il diritto di limitare la libertà di culto per ragioni di sicurezza e salute pubblica; certamente tra l’Italia e la Santa Sede è in vigore un Concordato ancora più vincolante, ma anch’esso sancisce che entrambe devono collaborare per il bene del Paese, che in questo momento è fermare i contagi e proteggere la vita degli italiani. Inteso illuministicamente come separazione degli ordinamenti religioso e statale anziché come co-ordinazione tra l’ordine spirituale e quello temporale verso il bene comune, il principio di laicità «interdirebbe di per sé interventi dei poteri secolari nella vita delle confessioni religiose», ma «la stessa dottrina cattolica considera che in determinate evenienze l’autorità civile possa legittimamente porre dei limiti al relativo esercizio» della libertà di culto, quando risponde «a un ordine pubblico informato a giustizia» e obbedisce al «principio morale della responsabilità personale e sociale», appunta il giurista Giuseppe Dalla Torre, per un ventennio presidente del Tribunale della Città del Vaticano; parole analoghe da don Roberto Colombo della Pontificia Accademia per la vita.

Disobbedire alle limitazioni quindi si configura come reato e come peccato, perché la tutela del dono prezioso della vita e della salute pubblica – osservando integralmente le leggi civili preposte a tale scopo – è dovere di ogni cristiano, nonché ordine di Dio che prevale decisamente sul “precetto” – tra l’altro sospeso – di partecipare alla messa della domenica e delle feste comandate.

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